Nell’immaginario, border line, del professore Lucas si concretizza la convinzione che per tornare a vivere e scivolare via dal tunnel della depressione, debba compiere un atto di pura giustizia. Ad esempio, l’omicidio di un giudice corrotto. Al suo 45° film, Woody Allen – qui regista e sceneggiatore –  ottantenne ben arzillo, non sempre fa ciò che ci aspettiamo.

locandinaallenIn questo pellicola, “Irrational Man” (USA, 15)  l’avvio, la stessa location, il cromatismo e la scenografia lascerebbero ipotizzare il “solito” lavoretto brillante, magari moderatamente divertente, senza particolare qualità. Ma senza nemmeno pecche gravissime, cui, per la verità, ci aveva abituati ultimamente, un po’ anestetizzandoci. Per cui Allen era diventato il regista che “bisogna” sempre vedere, più che altro per una qualità attesa, largamente mostrata nel passato. Una specie di rito cinematografico. Ebbene, stavolta ci ha spiazzati. Pur lavorando all’apparenza  in quelle coordinate grafiche, ha rivisitato aspetti delle sue tematiche che negli ultimi tempi erano rimasti sullo sfondo.

Mi riferisco a quei modi stilistici luminosi, molto plein soleil, connessi particolarmente alle commedie degli ultimi anni, che hanno avuto riscontri soprattutto tra i pubblici europei, addirittura prodotte fuori dagli Stati Uniti. In America, dove è considerato un intellettuale di pura élite, ha circuizione praticamente nei soli Art Cinemas (le sale d’essai) e nei campus universitari.

woody_allenAccanto un Woody Allen giocoso, che investiga sui misteri e i paradossi dell’amore, delle sue conflittualità e accomodamenti. Sulla sua passione sfegatata per il Jazz e la cultura della Parigi degli anni 20, la prestidigitazione, e altre consimili, ve n’è un altro più drammatico e meno accattivante e “piacione”. Ma non meno profondo, perché le due modulazioni tematiche, grazie a un controllo ferreo dei suoi testi, trascolorano spesso con eleganza in tonalità di commedia, senza mai perdere di vista la direzione del senso principale. E tale qualità e flessibilità di “leggere”, interpretare e rappresentare  il mondo costituisce segnatamente parte del suo essere un Maestro del Cinema.

Uno dei temi che lo accompagna spesso –anzi, forse in una blanda aura di ossessione – è quello della morte: per quanto voglia sempre riderne, con paradossale e spesso riuscita autoironia di provenienza ebraica, la riflessione sulla fine mortale occupa gran parte del suo immaginario. Non a caso uno dei suoi modelli di riferimento è Ingmar Bergman, attrice legata in qualche modo a questo tema.

irrational-manE in “Irrational Man” c’è la concezione del “controllo” della vita altrui, che si manifesta in chi “decide” di potere dare morte, attraverso l’omicidio “giusto”. Questa insana teoria è riportata alla psicologia malata e depressa del professore – interpretato da Joaquin Phoenix – che, filosofando sul nulla esistenziale, lo riconduce, stravolgendolo, al “proprio” nulla, a quel vuoto insostenibile che permea e opprime la sua anima e azzera la sua persona. Il potere di comminare la morte ad un pur spregevole individuo gli dà quella “sferzata” di energia per la vita che lui invano attendeva dai libri, dal volontariato, dall’eros. La studentessa, l’attrice Emma Stone, che prova un certo tipo di trasporto per il suo mèntore, col suo piano buon senso smonta questa teoria: l’assassinio è tale sempre e in ogni caso, cozza contro ogni filosofia degna di questo nome.

Allen non può non “rammemorarci”, come direbbe Heidegger, che dal teorizzare un singolo omicidio si passa immediatamente, con la stessa fatale e criminale presunzione, a teorizzarne 6 milioni. Questa potenza tragica sottotraccia è impersonata molto bene da Joaquin Phoneix con la stessa evidenza, forza ma anche invasiva sofferenza  con cui interpretò Commodo indimenticabile “Il Gladiatore”. La dimensione stilistico-narrativa ovviamente voluta, dimostra come Allen, in questo aiutato dalla fotografia del grande Darius Khondji, sia assolutamente padrone di ciò che mette in scena.

Opportunamente citando Dostoevskij, in particolare quello di “Delitto e castigo”, che afferma tematiche simili, è come se tutto navigasse sott’acqua, sotto i nostri piedi e senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Nella società dell’alta cultura c’è spazio per questa “banalità del male”, che è tra noi o forse già in noi.

 


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