Un sogno chiamato Florida | L’Opinione

Pezzi di vita di bambini confinati in un motel alle soglie di Disney World a Orlando, con genitori spesso sciagurati, benché amorevoli a loro modo… ma più che altro sfortunati.

La grandezza e la vivacità di una cultura, sia essa cinematografica, letteraria, o di altra espressività artistica, si riscontra nella sua stratificazione e profondità. Voglio dire: se ha la capacità di manifestarsi su più livelli, se è in grado di creare opere rivolte a più e diversi tipi di pubblico, se esiste una produzione di testi – perché sono sempre tali i suoi prodotti – in grado di individuare, rivolgersi e/o creare diversi tipi di recettori.

Ebbene, io guardo con viva e sincera ammirazione al cinema americano nel suo complesso, che è in grado di produrre, accanto a blockbuster di miliardaria fattura e redditività (e comunque, più spesso di quel che non si pensi, di qualità espressiva, iconica e visionaria), “opere piccole”, quanto a budget, ma non piccole opere, quanto a pregevole se non geniale fattura, come questo film (USA, 17).

Diretto da Sean Baker, è stato anche da lui montato, oltre che sceneggiato insieme a Chris Bergoch, suo abituale collaboratore. Inoltre i due, giusto per non farsi mancare nulla e acquisirne il controllo totale, se lo sono anche prodotto. I due autori perseguono con forte determinazione autorale, un tipo di cinema che qui chiameremmo “di realtà”, pur essendo di fiction. Essi sono vicinissimi alla quotidianità che vogliono descrivere. Si ha l’impressione molto forte, ed è evidentemente una chiave espressiva, che non ci sia una sola sequenza costruita in studio: ma tutto on location, sulla esistente realtà ambientale, oggetto di descrizione.

Il mondo è letto ed illustrato dai bambini. Con assoluta e sincera, ma anche spietata veridicità. Essi sono i protagonisti che si aggirano raminghi, poveri, ma serenamente e con sicurezza intenzionati a sopravvivere, ai guai che gli adulti, e spesso anche i genitori producono su di loro; e sono perfino felici. Essi attraversano con spontaneità, allegro disincanto e anarchica monelleria, tutte le trappole dell’esistenza: le eludono e le saltano con quella fresca e indomabile energia che il regista coglie nel loro universo affettivo e fantastico. Che “tocca” il mondo degli adulti, tangenzialmente, ma ne è estraneo; almeno fino a che esiste una madre, o un’altra figura di riferimento affettivo, che se ne fa carico, li protegge. Ma sono spesso personaggi di fragile struttura caratteriale, che a loro volta sono state vittime, come la madre di Moonee, la bimba più simpatica e ruzzante. Madre che ad un certo punto non regge più: e la bimba avrà un altro destino. Bimbi che non hanno la leccosità fuorviante e mistificata nella sua costruita bambinosità della Shirley Temple. Ma sono molto più veri.

Nel loro spericolato attraversare il mondo, solo alcuni adulti li guardano con affetto e simpatia, anche se fanno i burberi: ma loro, col sesto senso che li contraddistingue, ne avvertono la bontà di fondo. Il più aperto è Bobby, il Guardiano del condominio. Non solo tollera le stravaganze e i capricci dei bambini, ma cerca di difenderli, perfino proteggendo Moonee dalla madre. Ma lo fa senza dare a vedere, né risparmiando rimproveri. Sente che quel posto è l’ultimo baluardo della linea di difendibilità sociale dallo scatafascio e dalle vie senza ritorno della strada: perciò è tollerante con Halley, la madre di Moonee. Con umanità si rende conto dei pericoli che la bambina correrebbe. Ma la ragazza, interpretata con fisica e intensa adesione, dall’attrice di origine lituana Bria Vinaite, è una sciagurata che, pur stravedendo per la figlia, non riesce proprio a regolarsi. Anche questo percorso è costruito senza moralismi, o trinciando giudizi nei suoi confronti. Gli autori offrono un ritratto pieno di simpatia, ma estremamente realistico, di un’esistenza in bilico, fondato su un coacervo di indicazioni contraddittorie che vi convivono confusamente, oltre che dolorosamente. Si vede chiaramente che è frutto di osservazioni attente e prolungate, non solo su persone di quel tipo, ma anche sugli ambienti che le contengono.

Come anche Bobby, interpretato da Willem Dafoe non è un eroe: è uno che cerca di tenere “o’ carr’ p’ a’scesa”, cerca di ritardare l’ineluttabile. Non ha per nulla le stigmate esteriori dell’eroe: anzi, talvolta pare un po’ stupidotto. E’ invece, nella sua apparente modestia di persona, un eroe di tutti i giorni, perché partecipa alla ritualità sconnessa e collettiva, in qualche modo affettiva, di quella gente. Come quando riprende con sotterranea e non-detta complicità, quella matura donna, che ostenta il suo non sfiorito seno sulla piscina.

Da rilevare, inoltre, che la presenza di un attore noto come Dafoe, sicuramente pagato al minimo sindacale, in una produzione di autore praticamente misconosciuto, anche se apprezzato dalla critica, è stato un gesto di grande generosità e lungimiranza artistica: ed è stato infatti candidato ai Golden Globe e agli Oscar 2018. Ma l’attore è un personaggio di questo genere: tra l’altro molto attento alle ragioni della cultura e della storia del cinema. E, avendo sposato un’affascinante regista italiana (Giada Colagrande), segnatamente di quella nostrana. I tratti del film sono minimalistici, ma di forte partecipazione emotiva, aldilà e al di sotto del suo quasi circolare trascorrere tra ambienti limitati, ma percorsi dai bambini con grande e deciso piglio di ricerca. E’ un’esplorazione continua, instancabile, ricca di fatti e cose. In questo, gli autori, più che a F. Truffaut, indubbiamente tenuto presente, sembra che si rifacciano a Mark Twain. Il film, comunque, ha incontrato i gusti del pubblico: costato pochissimo, 2 mln di dollari, ne ha incassati 6 solo in Usa. Di fatto, nonostante le apparenze e le premesse iperpauperistiche, è stato un affare…


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