Un Mattarella inaspettato nel messaggio di fine anno

Nel rituale messaggio di fine anno Il Presidente della Repubblica racconta le preoccupazioni e le aspettative dell'italiano medio. Un discorso senza veli e senza rete, pacato e nello stesso tempo politicamente scomodo

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di Francesco Paciello

Pacato ma non del tutto sommesso, controllato e di elevata qualità comunicativa. Nel suo messaggio di fine anno il Presidente Mattarella ha stupito e, da quello che leggo in giro, non solo me.

Poco meno di otto cartelle, “raccontate” a reti unificate senza esitazioni (leggere al gobbo è difficile anche per i professionisti più scafati) dando l’impressione di parlare a braccio. Ho rivisto la registrazione, riletto più volte il testo, analizzato passo per passo gli argomenti affrontati: non c’è una sbavatura e il linguaggio è attraente senza politicismi e quanto mai pragmatico, un bel coraggio.

Per trovare un messaggio dal quirinale con queste caratteristiche bisogna saltare, a  piè pari, al primo Pertini dotato, ricordiamo, di stile più perentorio e ruvido.

Un messaggio, questo di Mattarella, che ha le caratteristiche di un report lucido e asciutto, privo di condizionamenti politici, pertanto inaspettato. Senza alcuna incertezza ha aperto affrontando il problema dei problemi: il lavoro. Una materia notoriamente  difficile da manipolare senza correre il rischio di randellare pesantemente gli “acts” del governo Renzi che  – abilmente – il Capo dello Stato non ha mai menzionato direttamente.

È piaciuta molto la scelta di non ripetere cose già dette in altre occasioni ufficiali e soprattutto quella di raccogliere spunto, senza timore e  a piene mani, dalle preoccupazioni della gente.

«Il lavoro manca ancora a troppi dei nostri giovani» dice e, per rimarcare il concetto del diritto di quest’ultimi, continua «si sono preparati, hanno studiato, posseggono talenti e capacità e vorrebbero contribuire alla crescita del nostro paese». Ma proseguendo non dimentica coloro, quarantenni e cinquantenni,  che il lavoro lo hanno perso «faticano a trovarne un altro e vivono con la preoccupazione dell’avvenire della propria famiglia.»

L’occasione è ghiotta – e non la perde – quando tiene a precisare che «penso all’insufficiente occupazione femminile» e  continuando sull’argomento  una considerazione, ma non ultima, di alto valore politico «il lavoro manca soprattutto nel Mezzogiorno. Si tratta di una questione nazionale. Senza una crescita del Meridione, l’intero Paese resterà indietro.» Sergio Mattarella  enuncia quindi – ad occhi stretti – il paradigma fondante di un repubblica costituzionale «Le diseguaglianze rendono più fragile l’economia e le discriminazioni aumentano le sofferenze di chi è in difficoltà.»

Il report si sviluppa attraverso un percorso logico nel quale non si riconosce un ordine d’importanza. Il messaggio si dipana diligentemente, sgranato come un rosario, e gli argomenti in successione sono l’evasione fiscale, l’ambiente, il patrimonio artistico e culturale, il terrorismo internazionale, e il valore della legalità.

Sappiamo che la figura del Presidente della Repubblica, al di là del ruolo di garanzia sancito dalla carta costituzionale, vale nella pratica di governo poco più del due di picche, percepito come ruolo simbolico che rappresenta l’identità e l’unità nazionale.

Ma è anche vero che nelle corrette dinamiche di una  repubblica parlamentare il Presidente sostiene – oltre le parti – le istanze del popolo sovrano, agisce come figura di equilibrio e di controllo, morale e legale, dell’azione governativa, un’attribuzione che spesso sfugge ma che nell’intenzione dei padri costituenti era assolutamente fondamentale.

Ho apprezzato molto la scelta di un messaggio senza veli e senza rete, pacato e nello stesso tempo politicamente scomodo. Mattarella non aveva nessuna Fontana di Trevi da vendere ma ha offerto buone speranze che in ogni caso passano  attraverso l’impegno di tutte le componenti sane del Paese.


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