Tutti i soldi del mondo: parabola del sogno americano

Estate 1973, Roma: l’adolescente John Getty III viene rapito da esponenti della ‘ndrangheta calabrese.

È uno degli eredi presunti della fortuna di Jean Paul Getty, il magnate del petrolio, suo nonno, che però rifiuta di pagare il riscatto. Certo che Ridley Scott, il regista e produttore di questo film (USA, ‘17), non sa cos’è il riposo: mentre realizzava questo ha diretto “Alien. Covenant” e prodotto “Blade Runner 2049”; e sta pure preparando un ulteriore film, tratto dal noto scrittore Don Winslow. All’età di 81 anni ha un’energia da fare invidia. Il punto di partenza dell’opera è un libro, scritto da John Pearson, sul miliardario e sul rapimento: lo sceneggiatore è David Scarpa, abile, ma non molto prolifico. La narrazione è incentrata sul rapporto tra Paul Getty, il vecchio, con i suoi soldi, la sua famiglia, la sua sicurezza: il rapimento è una specie di evento collaterale, che non lo tocca più di tanto.

Kevin Spacey – Fonte: zon.it

Il film ha avuto, come suol dirsi, reazioni critiche contrastanti e non è che sia andato benissimo al botteghino. Eppure, se guardiamo lo scorrere della narrazione da questa visuale, ha i suoi motivi d’interesse e di compiacimento. Si sa che l’attore Christopher Plummer, un grande e possente veterano del cinema formatosi a teatro (come del resto lo stesso Spacey) che interpreta Getty, ha sostituito, a film quasi ultimato, Kevin Spacey, travolto dallo scandalo delle molestie sessuali che avrebbe esercitato nel corso della sua carriera. Questa sostituzione, che ha comportato il girare nuove scene con gli attori, ripristino dei set, ecc., e soprattutto a uscita già annunciata, ha avuto dei non lievi costi aggiuntivi (di 12 milioni). Però questa sostituzione non è stata un ripiego. Plummer, tra l’altro della stessa età del reale Getty dell’epoca (81 anni), ha tenuto benissimo botta; anzi ha approfondito il lato shakespeariano, cupo e cinico, della lettura del personaggio. Ed è lui il vero protagonista. Egli non era “l’uomo più ricco del mondo, ma il più ricco dell’intera storia del mondo”, così lo presenta il ragazzino rapito, che è una specie di voce-guida del film. Ma come si è fatta questa ricchezza? Col petrolio, sicuramente; ma imbrogliando tutti: fisco, figli e nipoti in testa, col più totale cinismo e spregiudicatezza, senza il minimo rimorso o resipiscenza. Accumulando in modi ossessivi, senza guardare in faccia a nessuno e a niente. È una sequenza esemplare quella del regalo dal dichiarato valore di un milione di dollari che fa al nipotino da lui, in testa sua, prediletto che, poi veniamo a sapere, è pura paccottiglia per turisti. Questo piccolo e anche sarcastico esempio è illuminante. A lui, brutalmente, non gli frega di niente e di nessuno: figli e amici compresi. Come il personaggio Commodo del “Gladiatore”, vive in quella solitudine di enormi spazi, pieni di preziose e rare vestigia del passato, assetato di potere assoluto, proiettato all’eternità. Da una parte, non vuole distaccarsi dalla “robba sua”, come il prezioso quadro rinascimentale rubato e giunto fino a lui, da lui abbracciato anche in punto di morte; dall’altra vuole avere il sigillo e il riconoscimento di una specie di continuità paranoica e folle con la storia passata di ricchezza e potere. Ne è totalmente, satanicamente posseduto. Vuole educare i figli e i nipoti a suo consumo, immagine e somiglianza: ma in realtà li vuole solo divorare; perché vorrebbe che diventassero solamente delle sue appendici prive di autonomia. Ne invidia la giovinezza e il fatto che gli sopravvivranno. Perciò li distrugge. Come ha fatto con Paul Getty II, il padre del rapito, diventato un rottame umano. Solo la madre del ragazzo gli tiene testa, perché si rivela sostanzialmente immune dal tarlo mentale della ricchezza, ama suo figlio e lo vuole salvare a tutti i costi. Michelle Williams, l’attrice che interpreta Gall, la madre, è tosta e determinata: coglie con intelligenza la complessità dell’atteggiamento del nonno. E conduce con lui una partita ancora più serrata di quella colla ‘ndrangheta. Il dato positivo del film è che abbiamo un’ulteriore illustrazione della parabola del “Sogno americano”, che viene letto dalle conseguenze che si producono, dalle oscurità che si diramano dal suo raggiungimento. Mentre il personaggio del nonno è solo inquadrato in ambienti statici, quello della madre e del “facilitatore” ex agente della CIA, si muovono in situazioni di grande incertezza e del tutto sconosciute. Nei territori del rapimento. La compiuta e credibile scorrevolezza tra le due dimensioni è data dall’eccellente lavoro della montatrice Claire Simpson che ha lavorato in film d’azione e di approfondimento psicologico. Anche se le location non sono la Calabria, ma i boschi sopra Roma. Qui, però, il film incespica. Mentre il personaggio del capo ‘ndranghetista, Mammoliti, è reso da Marco Leonardi con la solita e svelta efficacia, meno credibili sono quelle scene di festa paesana che si fanno attorno al covo. Però, per chi viene da fuori Italia, capire il fenomeno della ‘ndrangheta calabrese è difficile: ancor oggi lo è; figuriamoci allora. Nata come una delle mafie povere, proprio tra gli anni ‘60 e ‘70, si era specializzata in rapimenti, contando sul controllo assoluto del territorio e, grazie ai capitali di questa “accumulazione primitiva”, ha potuto fare il salto da mafia regionale, a multinazionale del crimine potente, feroce, sofisticata e ramificata. Più pericolosa della mafia siciliana stessa. E proprio perché agli inizi, in tale contesto non era fuori posto un personaggio come “Cinquanta”, che entro la logica della “Sindrome di Stoccolma”, aveva manifestato reale simpatia e solidarietà per quel ragazzotto abbandonato dalla famiglia, possibilità per lui inconcepibile. L’attore francese Romain Duris, ne dà un’immagine tormentata e viva, peraltro documentata storicamente.

Christopher Plummer – Fonte: bestmovie.it

E lo stesso Paul, che ci è presentato ed era un adolescente “in cerca”, novello Alice in quel Paese delle Meraviglie che era la Roma dei primi ‘70, con molta superficialità si era messo in contatto con esponenti delle Brigate Rosse, e realmente aveva proposto un autorapimento per procacciare fondi. Ma ciò avveniva prima dell’estate del ‘74: fu il Rapimento del giudice Sossi, il primo e assoluto spartiacque della vicenda criminale del terrorismo sedicente rosso. All’epoca erano ancora personaggi da ambiguo romanticismo libertario e pittoresco. Anche per questo fu preso sottogamba dai Carabinieri e dalla famiglia. Ma anche l’Arma non era ancora attrezzata in modi così capillari e adeguati, come lo sarebbe stato di lì a poco, contro i rapimenti fuori dalla Sardegna. Voglio dire: contrariamente a ciò che affermano alcuni critici (anche di valore), ritengo che la sceneggiatura e il film rendano bene quell’atmosfera di sospensione che si ebbe nei confronti del rapimento in sé. Soprattutto in quella realtà della Roma godereccia e di festa continua, come è molto ben rappresentata nella sequenza dì apertura del film, perché così era vissuta dai giovani americani. Anzi, il personaggio di Paul è ben delineato nella sua indifesa, e perfino simpatica, inconsistenza di bambino irresponsabile e viziato, all’inizio rassegnato e in balìa degli eventi, poi, via via più consapevole: soprattutto in relazione al suo ruolo e alla sua presenza in quella famiglia. Il doppiaggio italiano di Manuel Meli esprime con voce palpitante e attenta questa fatalistica e accorata subìta duplicità. Infine è da lodare la qualità della fotografia: la sua grana visuale storicizza l’atmosfera del passato, inoculandole una dose di umbratilità diffusa legata alla dimensione del personaggio centrale, il vecchio Getty. La sua direzione è di Dariusz Wolski, nato in Polonia nel ’56, che ha all’attivo un alto numero di collaborazioni in grandi film; è uno dei più importanti viventi.

 

 

 

L’immagine di copertina è tratta da www.mondofox.it


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