Mercoledì sera l’Olimpico è stato scenario di un miracolo sportivo. Anzi, di “miracolo” forse non si può parlare, se si considera che l’autore della rimonta, che ha portato la Roma a prevalere sul Torino per 3 a 2, è Francesco Totti. Dopo l’esclusione dal ritiro disposto da mister Spalletti e i relativi strascichi delle ultime settimane, un goal in spaccata e un rigore nell’angolino basso manifestano, ancora una volta, il genio e l’imprevedibilità di un campione senza tempo. Il Pupone non si piega alle leggi fisiche e cronologiche, pertanto non può essere considerato un giocatore come un altro. A partire dagli anni ’90 ha incarnato il prototipo del “10” moderno: fantasista più intelligente che funambolico, dotato di tecnica sopraffina e visione di gioco fuori dal comune, combinate a resistenza e forza fisica. La scelta di non svestire mai la casacca romanista gli ha inevitabilmente permesso di assurgere a simbolo vivente, ad istituzione. Alla luce di ciò, sarebbe impensabile esprimere un parere circa le attuali vicende che riguardano il capitano ed il tecnico giallorosso riferendosi alle tipiche dinamiche di un rapporto calciatore-allenatore. Per intenderci, che lo si voglia o meno, bisogna riconoscere che lasciare in panchina uno Zucanovic qualsiasi non avrebbe la stessa rilevanza mediatica, né sostanziale.

Se da una parte abbiamo le legittime ragioni di chi esige corsa e freschezza atletica, difficilmente garantibili da un trentanovenne, dall’altra, imperversa l’insofferenza di chi, diventato leggenda prima ancora di appendere gli scarpini al chiodo, riesce sempre a toccare, non solo con le sue giocate, gli animi degli appassionati di calcio. Lasciare ai margini di un progetto chi è capace di infervorare le curve è compito arduo, ancor più se, al crepuscolo della sua storia calcistica, ribalta una partita in quattro minuti. Chi scrive, anche da tifoso, non riesce a schierarsi deliberatamente, ma trova meno ostico partorire un pensiero che potrebbe essere espresso tutto d’un fiato.

Il calcio è uno spettacolo del quale discutere, più o meno animatamente, durante le pause caffè del lunedì mattina, quindi, deve appassionare. Allora: ben vengano le lotte intestine fra titani (o meglio fra un titano ed un ottimo allenatore), l’intemperanza di Higuain che urla in faccia all’arbitro la sua voglia di vincere, i toscanacci rocciosi come Sarri che quando sbagliano per eccesso sanno anche chiedere scusa; ben venga ricordare Maradona per la “mano de dios”, rivincita politica del conflitto delle Falkland, piuttosto che per i suoi guai fiscali o di altro genere; benedetta sia la follia di George Best, capace di dribblare centinaia di difensori in stato di ebbrezza; tanto più bene accette siano le partitelle di briscola, nottetempo, prima di un incontro. Il talento puro non può essere rigidamente subordinato ai tatticismi, agli schemi  o ai calcoli, esso è la variabile che indurrebbe a cestinare tutte le statistiche,  risultati di test fisici, e (si azzarda) anche le norme di un codice etico troppo pedissequamente applicato:  Quello che da giovane chiamavano Rugantino ne è la prova. In questo sport, sempre più  votato alla ricerca di automatismi, al raggiungimento di una preparazione fisica adeguata a ritmi sempre più alti, la figura del “10”, che ne incarna l’essenza collocandosi oltre tutto ciò che è ponderabile, rischia di essere spodestata.

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Francesco Totti è l’ultimo superstite della categoria, escludendo Messi e Cristiano Ronaldo, che sembrano cyborg più che esseri umani. Che il suo contratto sia rinnovato o meno, che la sua avventura continui o meno per un altro anno alla Roma, un auspicio è necessario: che sia riconosciuto il giusto spazio all’estro e alla sregolatezza di chi inventa le giocate, di chi registra con il proprio marchio un colpo di tacco, una rabona o un cucchiao. Che calcio sarebbe questi interpreti?


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