Totò Riina: il peso di applicare la legge

0

Può un ergastolano pluriomicida, stragista, criminale incallito aver diritto ad una “morte dignitosa”? Qual è il limite all’umana “pietas” che presupporrebbe di consentire ad un malato terminale di vivere i suoi ultimi giorni sospendendo il regime carcerario più duro disciplinato dal nostro ordinamento? La risposta a questo dubbio è individuata nel ricordo del male inflitto, nella dignità della morte che è stata negata, in maniera anche brutale, alle vittime del “mostro”. Mostro è certamente Totò Riina : il capo dei capi dei Corleonesi è stata la mente della strategia del terrore della mafia, il vertice di quella cupola criminale che ha soffocato la vita, l’economia, la società di una fetta di territorio dello Stato con metodi violenti e brutali, facendo vivere alla Sicilia e a tutta l’Italia una stagione di sangue le cui cicatrici non si sono ancora rimarginate.

A fronte del male provocato, nessuna punizione, tantomeno l’ergastolo, è sufficiente a compensare il dolore per le morti violente provocato dal mostro: esecuzioni compiute attraverso il metodo dell’ “incaprettamento”, persone sepolte nel cemento, bombe che hanno straziato corpi, dilaniato giovani vite, ammazzato i migliori “Giudici”, sono tutte azioni che hanno negato alle vittime anche la dignità della morte, e provocato nei familiari ulteriore strazio che si è aggiunto allo smarrimento di una scomparsa prematura.

Se utilizzassimo come parametro di giudizio il dolore dei familiari delle vittime di un omicidio​, probabilmente l’unica pena possibile sarebbe la morte del colpevole: soltanto la legge del taglione, il biblico occhio per occhio, potrebbe essere ritenuta idonea a compensare il male commesso. Un ordinamento che si dica civile però non può consentire la vendetta, pur nell’applicazione della massima pena possibile. Accettando l’idea di ripudiare la pena di morte, una democrazia accetta l’idea che il corpo del condannato non può essere toccato né infliggendo torture, né provocandone la fine: è questo uno dei principi basilari che rende diversa una democrazia da una dittatura. Il principio è valido anche di fronte al più spietato dei criminali, al più incallito dei mafiosi: rinunciare a esso significherebbe rinunciare ad una dose di democrazia.mafia-stop

Il caso di Totò Riina è certamente condizionato dal valore simbolico del personaggio: concedere la scarcerazione, seppur per gravi motivi di salute, potrebbe sembrare una debolezza dello Stato verso il potere mafioso. Inoltre forte è il timore che il ritorno del boss nei suoi territori, possa rinvigorire in qualche modo la criminalità organizzata ed il consenso sociale di cui ancora, in parte, gode in alcune zone del nostro Paese.

C’è da considerare, tuttavia, che la dignità della morte viene comunque negata ad ogni vittima di omicidio, non solo a quelle di mafia, per cui la stessa severità che si invoca per Totò Riina andrebbe applicata anche a tutti gli altri condannati per omicidio per i quali, fuori dal clamore mediatico, le condizioni di salute costituiscono un parametro per l’esecuzione della pena. Ricordiamo un caso per tutti: Mario Vanni e Giancarlo Lotti, condannati rispettivamente all’ergastolo e a trent’anni, per gli omicidi di giovani coppie avvenuti negli anni Ottanta presso Firenze, furono considerati dei mostri, anzi per antonomasia i loro delitti furono etichettati come quelli del “Mostro di Firenze”. Anche in quegli omicidi efferati, con i corpi delle vittime mutilati orribilmente, ci fu la negazione della dignità della morte ed il dolore dei familiari certamente non fu meno straziante di quello delle vittime di mafia. Eppure ad entrambi fu sospesa la pena perché malati terminali e finirono i propri giorni al di fuori del carcere: probabilmente la minore attenzione mediatica non provocò il dibattito che la vicenda di Riina ha sollevato in questi giorni.

Lo Stato di diritto è tale sempre, in ogni circostanza, e davanti ad ogni situazione. L’incompatibilità del regime carcerario con le gravi condizioni di salute del condannato, se prevista, va applicata ogni qualvolta se ne verificano i presupposti, indipendentemente dal soggetto che ne è colpito e dal valore simbolico della sua carcerazione. La lotta alla criminalità organizzata, anche a quella più feroce, va fatta mettendo in campo tutta la volontà necessaria, tutti i mezzi disponibili,  tutte le energie migliori di cui il Paese dispone senza mai rinunciare ai principi di diritto che contraddistinguono una solida democrazia  e senza farsi condizionare da un’inutile demagogia: soltanto così la vittoria sulla mafia sarà effettivamente completa e definitiva.


*Se hai trovato un errore di ortografia, può avvisarci selezionando il testo e premendo Ctrl+Invio.

Comments

comments