Cosa è successo a Bologna il 9 febbraio? La vicenda della Biblioteca e dei tornelli ha interessato diverse personalità, che non si son lasciate sfuggire, attraverso i propri canali, l’occasione per esprimere la propria sentenza. Noi che non viviamo quotidianamente quegli spazi abbiamo provato a mettere insieme fonti e dichiarazioni, arrivando alla conclusione che non esistono, ad oggi, delle fonti che non siano in qualche modo compromesse dal proprio credo politico. Di qui la difficoltà di comprensione a distanza, che porta con sé diversi interrogativi.

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Zerocalcare descrive i fatti di Bologna

Già ilCorsaro, prima di noi, aveva provato a mettere insieme le diverse voci:
“Tra le tante posizioni emerse, quelle più schiacciate a favore dei tornelli delineano due profili dei frequentatori del 36 – ma è allargabile all’intero mondo universitario – divisi tra lo studente modello di berlusconiana memoria, in corso, che entra in biblioteca per tenere la testa china sul libro, in ansia di entrare nel mercato del lavoro, e i protagonisti di quella narrazione mediatica e politica del degrado che i tornelli avrebbero dovuto arginare, per permettere una agile vita ai primi. E’ una questione che, come scrive bene Vincenzo Scalia, chiama in causa nella sua complessità la progressiva messa in discussione della libertà e della circolazione dei saperi, la privatizzazione degli spazi pubblici, le sempre più violente strategie di controllo del dissenso.” – Ed è proprio Vincenzo Scalia a parlare di “Apartheid dei saperi” provocata dai tornelli, capaci di mettere in secondo piano la funzione di bene pubblico riservata all’università, non soltanto in quanto struttura bensì come dispensatrice di conoscenze.

Ma dall’altro lato della barricata, altri studenti avevano manifestato il proprio dissenso nei confronti dell’occupazione. Emilia Garuti, in primis, aveva raccontato ciò che avveniva nelle stanze della biblioteca. “È successo anche questo: un giorno un tizio si è masturbato davanti a una ragazza, all’interno della biblioteca, come se niente fosse. Lei è scappata fuori in lacrime mentre dentro scoppiava un pandemonio. Un’altra volta ho avvertito una ragazza che la stavano derubando: sono stata inseguita e minacciata di botte” – così, quei tornelli, secondo Emilia, avevano lo scopo di proteggere chi c’era dentro, soprattutto da quando l’orario di apertura della Biblioteca di Lettere era stato esteso fino alle 24. Continua Emilia: “I bagni vengono usati come luoghi di spaccio o per drogarsi, più volte sono state trovate siringhe usate e i servizi sono rimasti chiusi per giorni. I borseggi e i furti sono all’ordine del giorno, i materiali della biblioteca danneggiati, persino i libri”.

Mirella Mazzucchi, direttrice della Biblioteca, a sua volta diceva: “Questo è uno spazio di aggregazione per studenti, non è un centro sociale come pensano alcuni. Per questo c’è bisogno di un filtro”. Ci sono diverse immagini che vengono alla mente rileggendo queste parole. In sintesi, per chi pensa che un centro sociale sia un luogo di aggregazione, le parole della Mazzucchi appaiono assolutamente inadatte. Per chi, al contrario, vede nello spazio autogestito l’oblio della legislazione nazionale, beh.. Non c’è molto altro da dire.

In una situazione del genere non riusciamo a spiegarci ciò che ha spinto centinaia di giovani1487245334233-_DSC6417-copia in piazza a manifestare per un libero accesso ai saperi e agli spazi e tanti altri, svariate centinaia di coetanei davanti alle tastiere dei pc a raccontare le storie di un quotidiano disagio. Sono davvero tutti affetti dalla Sindrome di Stoccolma oppure c’è altro che avremmo dovuto sapere?
Pare spontaneo doversi chiedere fino a che punto l’Università possa essere responsabile del degrado che da vent’anni si perpetua sotto i portici adiacenti ai varchi d’accesso di via Zambroni 36, che è pur sempre una strada localizzata nella ridente Bologna. Che fine ha fatto il welfare municipale?

Qualcuno come Leonardo Bianchi ha deciso di partire e capire. Il suo racconto per Vice si conclude con un pensiero francamente condivisibile: la causa scatenante, anche questa volta, è stata l’assenza di dialogo tra le parti.

 


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