The place: un film di racconti o il racconto di un film?

La trama

Paolo Genovese sembra essersi specializzato nei film poveri di azione che coinvolgono tanti bravi attori (non che questo penalizzi il film o sminuisca la bravura del regista, anzi). Dopo Perfetti sconosciuti ecco un film con una vera e propria “squadra di calcio” di attori: sono infatti 11 gli interpreti della storia, tutti molto consoni alle parti. Unica è invece la location: The place, un locale in un luogo non specificato, potrei dire che sicuramente è in Italia, ma l’insegna al neon e la presenza del jukebox al suo interno richiamano l’America di Happy days (non a caso il film è ispirato alla serie statunitense The blood at the End). I vari personaggi si alternano in questo bar per incontrare Mastandrea (che interpreta un personaggio senza nome) e fare un patto con lui: in cambio della realizzazione di un proprio sogno/desiderio, Valerio indica loro che cosa devono fare (molto spesso sono azioni terribili) leggendo le “istruzioni” in una sua agenda nera su cui scrive ossessivamente tutti i dettagli dei suoi interlocutori (non so perché, ma mi è venuto in mente un Death Note all’italiana).

Senza azione ma molto pathos

Il fatto che il film sia ambientato in un solo bar e che tutte le scene si svolgano attorno a un tavolino, lo stesso tavolino, farebbe pensare a una noia mortale senza via di uscita. Qui la bravura di Paolo Genovese si è fatta sentire: non c’è un attimo di respiro, i tanti avvenimenti si susseguono velocemente, o meglio, i racconti delle varie vicissitudini si alternano repidamente e si intrecciano insieme. A volte penso che il budget del film si fosse esaurito per la paga degli attori e che abbiano chiesto a Genovese di risparmiare il più possibile sul resto.

Tuttavia non è tutto oro quello che luccica: anche se il ritmo è buono e lo spettatore non si annoia, potrebbe rimanere deluso dal finale. Non sono uscito dal cinema contento e soddisfatto come con Perfetti sconosciuti, mi è rimasto un po’ di amaro in bocca… non dico altro per non spoilerare. È un film che esprime molti giudizi morali e che mostra i mostri che sono in ognuno di noi (gioco di parole voluto, concedetemelo per favore). Cosa fareste voi se per vedere realizzato un vostro desiderio dovreste compiere una brutta azione? Sareste capaci di portarla a termine senza battere ciglio? Il film risponde a queste domande.

Questo film rappresenta un ammiccamento alla cultura del fantasy, del surreale e mostra il nuovo genere di film cui si sta aprendo (finalmente) il cinema italiano, come abbiamo visto con Lo chiamavano Jeeg robot e con il più recente Addio fottuti musi verdi.  Nonostante questi aspetti positivi, posso dire che avrei scelto un finale meno criptico e che forse non avrebbe guastato qualche piano sequenza in più.

La nazionale attori scende in campo

Ebbene sì! Sono ben undici i bravi attori ingaggiati in questo film e tutti giocano una gran partita, comprendendo pienamente il ruolo e convincendo gli spettatori. Ecco il podio:

  • Valerio Mastandrea: è un uomo senza nome, che rimane impresso soprattutto per quello che non dice. La sua mi ricorda la figura di un impiegato scontento e sottopagato, stressato per un lavoro logorante che fa per portare a casa la pagnotta (detto alla romana). Lo metto al primo posto forse perché mi riconosco nel personaggio che interpreta.
  • Alessandro Borghi: l’ho sentito parlare per la prima volta in italiano invece che in romanesco e sono rimasto stupito, la voce cambia totalmente. Oltre questo, il suo personaggio cieco mi è piaciuto tantissimo, soprattutto per le varie sfumature di colore che l’attore ha saputo dargli.
  • Rocco Papaleo: lo conosco per le tante commedie che ha interpretato, ma questo personaggio lo mostra finalmente in una veste nuova ed inquietante.

Suggerisco di andare a vedere questo film, se non altro per premiare lo sforzo ed il coraggio pionieristico di Paolo Genovese.

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