The Martian, il Robinson Crusoe dei nostri tempi

In un futuro non troppo lontano, nel corso di una spedizione di routine su Marte, Mark, uno degli astronauti, resta sul pianeta, creduto morto. È solo, e deve vedere cosa fare per sopravvivere e farsi venire a salvare.

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Di Francesco “Ciccio” Capozzi

Il film (USA, ‘15) appartiene al genere fantascienza, nel quale il regista Ridley Scott ha creato capolavori. Tratto da un romanzo, di Andy Weir pubblicato anche in Italia, ha l’andamento di un romanzo d’avventure e di formazione.

Benché l’astronauta sia adulto, egli deve reinventarsi in relazione all’ambiente assolutamente ostile: lo deve circoscrivere, adattare ed “educare” alla propria sopravvivenza.

Naturalmente non è veramente solo ma in possesso dell’enorme patrimonio delle sue conoscenze scientifiche e tecnologiche da usare  in maniera intelligente, tenendo conto anche del fatto che la NASA forma specificatamente i suoi uominianche per essere in grado di affrontare situazioni analoghe. Come è ironicamente sottolineato nel sottofinale in una specie di lezione a ritroso.

Esattamente come è stato nel romanzo “Robinson Crusoe” di Daniel De Foe (1719). La grandezza di questo romanzo è il fatto che Robinson rappresenta, connaturato in un accattivante e complesso personaggio, il progresso umano – mi riferisco all’umano inglese civilizzato dell’epoca –  col suo carico di conoscenze e soprattutto di atteggiamenti e di predisposizioni mentali,  in grado di cambiare l’ambiente circostante. Ovvero tutto il Mondo appena fuori della civiltà e perfino dentro l’Europa.

In tal senso è stato uno dei primi romanzi ideologici che hanno posto al suo centro l’ideologia borghese-mercantile, che ben rappresentava quei ceti. L’astronauta Mark qui ha lo stesso atteggiamento. E diamo per scontato che così deve essere: ma non è un fatto “naturale”, ma una proiezione ideologica. Voglio dire: la concatenazione perfetta degli avvenimenti rende necessario – ma questo attiene alla qualità notevole della sceneggiatura del bravissimo Drew Goddard – tutto ciò che fa.

Addirittura noi empatizziamo con lui e siamo entusiasti e commossi quando vediamo le prime pianticelle di patate. Anzi, è una delle più riuscite sequenze del film. Attraverso questo fare passa l’idea che ciò che conta è far funzionare quanto la scienza applicata mette in grado di  produrre: questo sarebbe il “progresso”. Non invece, voglio dire, riflettere sulla scienza stessa.

Il mio può sembrare un discorso vetero-ideologico: ma in “BladeRunner “ (‘82), suo capolavoro assoluto, Ridley Scott ci aveva indicato che era possibile, pur in un contesto narrativo avventuroso e di genere, ragionare criticamente sulla scienza, sui suoi usi e finalità, senza divenirne passivi fruitori.

Qui Invece c’è solo uno scienziato creativo che scopre andando contro il pensiero dominante la possibilità di una parabola ellittica diversa: gli altri, addirittura, mettono al primo posto esigenze di budget.

È pure molto ben presentata la mediatizzazione sulla salvezza di Mark, che diventa un immenso one-man-show. Una specie di Truman Show planetario dedicato al ritorno a casa di Mark. Che diventa una valvola collettiva di speranza. E cui collaborano inopinatamente i cinesi, che superano reticenze da concorrenza  e nuova “guerra fredda” con gli Usa.

È singolare, ma del tutto appropriato, che la sia la Cina ad essere presentata oggi come la vera concorrente degli Stati Uniti. Una volta similari snodi narrativi erano in capo alla Russia o alla vecchia URSS comunista.Il dato ideologico è quello su cui “non si discute”, perché dato per scontato e strettamente pregresso all’interno del personaggio. Ne è l’incarnazione. In particolar e segnatamente  quando come in questo caso, abbiamo a che fare con bel film.

Perché The Martian è uno spettacolo solido: funziona, prende e cattura. La prova di Matt Damon è profondamente e umanamente psicologica, ma anche molto fisica e spesso felicemente ironica.

Il Comandante della Nave, Jessica Chastain, è tosta e responsabile al punto giusto, ed iperprofessionale: il suo volitare per la nave è stato oggetto di grandi allenamenti con la NASA.

Da notare il montaggio, elaborato e fluido, che è del premio Oscar Pietro Scalia, italiano. Ma è la fotografia di Dariusz Wolski, nato a Varsavia, ma naturalizzato americano, aiuta a fare la differenza: riesce a creare una dimensione lucida, geometrica di colori che determinano gli spazi sia dell’astronave che delle terre marziane: quei panorami perdutamente infiniti, ma non disperanti si trasformano in un sogno di futuro per l’umanità.


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