The End? L’inferno fuori | L’Opinione

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Roma, giorni nostri. Un pimpante e non simpatico manager emergente, dopo aver attraversato il traffico, entra in ascensore per arrivare ad un importante appuntamento. Ma vi resta bloccato…

Da noi, quando si vuol male ad un film, lo si propone ad agosto. Siccome molte sale, e perfino multisale, sono chiuse, lo si fa uscire “già vecchio” alla fine del mese, alla stentata riapertura fine-agostana, come film residuale. E ciò non giova al richiamo e alla tenitura della pellicola, che viene sfrattata dai titoli nuovi della stagione.

Ed è quanto accaduto al presente film (ITA, 2017): già presentato alla Festa del Cinema di Roma nel 17, lo si è fatto distribuire ora. Eppure è un valido esperimento di narrazione di genere horror. E’ diretto dal giovane Daniele Misischia, che l’ha scritto insieme a Cristiano Ciccoti, suo abituale collaboratore. Ma soprattutto ha il ”sigillo” della produzione dei fratelli Mainetti, Marco e Antonio: in arte i M. Bros, autori dei fortunati, riusciti e recenti “Song’ e’ Napule” e “Ammore e malavita”. Coi due ha collaborato Carlo Macchitella, figura di intelligente, colto e lungimirante producer all’americana, di Rai Cinema.

Voglio dire: è un’operazione innovativa, dal punto di vista complessivo. Anzi, direi insolita per il cinema italiano, così poco attento a valorizzare il cinema di genere, se non sia solo comico-commediale, oppure puntando presuntuosamente e direttamente sul film sedicente d’autore. Esattamente al contrario di quello USA. Anche se, bisogna aggiungere che è grazie alle Serie Tv made in Italy, che sono anch’esse cinema a tutti gli effetti, che il panorama creativo si sta facendo più ricco e mosso, più mirato anche sperimentalmente.

D’altronde, i Manetti Bros, coi due titoli sopra citati, hanno dimostrato che è possibilissimo fare film intelligenti e perfino d’autore, anche partendo dal genere: nei due casi sopra citati, un felicissimo, ben calibrato pot-pourri tra sceneggiata, musical, commedia, noir e film d’azione. La forza di “The end?” è che gli autori hanno preso risolutamente, e senza incertezze, la strada del film zombesco, in cui a farla da padrone sono dei non meglio identificati infettati, che si trasformano in zombies affamati e inumani, pur con le sembianze delle persone che erano prima.

Nel film si fa riferimento ad un virus scappato da un laboratorio militare, anche se su questo non c’è approfondimento. Però è tutto visto a mezzo busto… Perché il protagonista è rimasto bloccato nell’ascensore da cui non riesce ad uscire. E può vedere, più in basso del livello del piano, dove si è fermato, solo una parte del corridoio su cui si sviluppa l’azione: quella che gli è permessa dalla parziale apertura delle porte; e che comunque lo protegge dagli assalti degli assatanati. Il film è tutto giocato su questa prospettiva di sguardo e di situazione; con poche panoramiche notturne e all’alba, perché si sviluppa nel corso di un’unica, intera notte, su una Roma illividita, spettrale, silenziosa. Circondata e pervasa da una terrorizzante atmosfera di ecatombe.

In questo ricorda alcuni film horror americani: a parte quelli zombeschi, che ormai hanno il rilievo, soprattutto in alcune TV Series, di un sottogenere particolare e ben individuato, come il classico “Distretto 13”, o ad alcuni più recenti prodotti dal “mago” dei film horror a microbudget, Jason Blum, “La notte del giudizio”, un franchise, che è giunto al suo 4° episodio, tutti di qualità e di grande successo planetario.

Però Misischia non è citazionista: va al sodo. Non si compiace, come molti giovani registi di formazione intellettuale, “di far sapere che sa”, di storia del cinema, ecc. Utilizza quel taglio fotografico, perché gli è utile; ed è efficace e funzionale al suo piano narrativo. Che pur se in quelle condizioni di assoluta difficoltà e particolarità, riesce a catturare, con la tensione, la nostra attenzione. In questo, la sceneggiatura è calibrata al millimetro. Con un incessante procedere, senza perdere una sola battuta, è sempre incessantemente “sul pezzo”: concentrata sul personaggio e il suo porsi là dentro. Non solo a livello di script il film ha funzionato: l’apporto delle fotografia e del montaggio sono stanti essenziali. La prima è del giovane Angelo Sorrentino, che ha lavorato già col regista, anche in opere sperimentali. L’illuminazione “esterna”, di cui parlavo, si accompagna a quella interna all’ascensore realizzata con una cura e dettagli di ombra che hanno potenza di incubo; e anche il suo modo di illuminare il corridoio è “banale”, ovvero a forte intensità, ma accoglie quegli assalti con una luminescenza forte, spietata e agghiacciante.

Ancora di più è valido il montaggio. Curato da Federico Maria Maneschi, realizza tutto un gioco perfetto di rimandi e di riflessi pur all’interno di quello spazio striminzito. Lo varia, pur all’interno della stessa inquadratura: senza quasi che ce accorgiamo, in maniera ritmica e fluida. E’ un supporto fondamentale. Del resto, attivo fin dal ’94, ha lavorato spesso coi Manetti Bros con risultati eccellenti.

Chiudo indicando nel simpatico Alessandro Roja, che abbiamo visto in “Song e’ Napule” e in Serie Tv di successo, la perfetta faccia di tolla di un manager cinico e spregiudicato, un “perfetto eroe dei nostri tempi”, che deve far fronte ad uno sconvolgimento di questa portata. Pure forte è la presenza del poliziotto Claudio Camilli, peraltro regista e uomo di cinema.


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