Terzo disco per i Madam. Back To The Sea: canzoni per esorcizzare il dolore

Il mare come potenza salvifica. Un luogo dell’anima, dove tutto finisce per sgretolarsi come risucchiato da una forza oscura che invita ad una continua rinascita. Ad ascoltare le cupe linee melodiche di Back To The Sea, terzo disco del progetto Madam, sembra non essere usciti poi così fuori strada. I cinque anni di silenzio trascorsi dall’ultima pubblicazione, infatti, fanno ancora più rumore di un milione di note melliflue: nel mezzo lutti da elaborare (quello paterno e di un amico), fantasmi della depressione da annichilire e, sottopelle, la voglia di rialzarsi esorcizzando quel dolore.

Tutti elementi che farebbero pensare ad un disco fragile, instabile e vittima di glacialismi assortiti. Dicevamo delle atmosfere, utili a delineare i confini di un’angoscia strisciante ma sapientemente tradotta in una buona formula alternative – a metà strada tra Anna Calvi di Desire e il post-punk targato Savages, e su cui si estendono tappeti sonori ora tendenti al noise tout-court (la coda della cupissima nenia Not Here Yet), ora meno claustrofobici e capaci di far filtrare una luce fioca ma che riscalda (Three Sixes). Sukie Smith, nomen omen, è una barchetta a remi disposta a gettarsi in pasto alla tempesta, consapevole che alcune ombre non possono essere semplicemente evitate. Sembra suggerirlo il violoncello, con il suo incedere struggente, così come i sussurri della Smith: tormentati, delicati, speranzosi d’incrociare nuovamente il fuoco fatuo della felicità sul proprio percorso.

Non un vero dramma ma neanche un romanzo da raccontare a cuor leggero. Il disgregarsi distorsivo delle chitarre nella conclusiva The Connection provano a chiudere un cerchio di sofferenze da cui Sukie Smith ne uscirà inevitabilmente rinata. Una promessa, la sua, che le auguriamo di rispettare.


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