Sulla mia Pelle. La Storia di Stefano Cucchi

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Gli ultimi sette giorni di Stefano Cucchi deceduto in ospedale il 22 ottobre 2009, a seguito di violenze subite durante la detenzione. Il regista, Alessio Cremonini, anche cosceneggiatore del film (ITA,18), insieme a Lisa Nur Sultan, ha detto una frase molto significativa a proposito: <<tutti possono parlare di lui, tranne lui>>; frase che ben ne identifica il corpo tematico, e ne ha determinato lo stile. Gli autori, per dire, sarebbero potuti partire dalla sfilza di processi, appelli e controappelli che hanno fatto emergere, in modi perfino offensivamente ridicoli, se non fosse stata ulteriormente resa più drammatica la sostanza dell’episodio, la volontà palese di taluni organi delle Stato, di occultare, depistare, fornire falsi colpevoli, poi sistematicamente smontati, al fine di far arrivare tutto in un binario morto. Ne avrebbero potuto fare un bel court room drama, ovvero un bel filmone simil hollywoodiano partendo dai processi: mettendone in scena le incongruenze e le assurdità.

Invece gli autori hanno scelto la strada più difficile e diretta: quella di rappresentare i silenzi che hanno circondato il calvario di Stefano. Il regista ha fatto notare che ben <<140 persone, tra carabinieri, agenti della polizia penitenziaria, giudici, medici, infermieri e avvocati>> hanno avuto contatti con lui e <<solo pochi, pochissimi, hanno intuito il dramma che stava vivendo>>: ovvero nessuno. E’ come se fosse stato invisibile, come un’ombra. Nonostante gli evidenti segni di violenza di cui era stato fatto oggetto. Il centro narrativo è di averci restituito non un eroe, ma un ragazzo con le sue incertezze esistenziali e personali; le sue fragilità che l’avevano reso quasi fatalmente  una vittima facile delle dipendenze da sostanze. Da cui peraltro aveva incominciato a distaccarsi con determinazione. Ma che era entrato in un girone infernale: schiacciato da una violenza che l’ha distrutto, innanzitutto come persona umana e infine come esistenza fisica.

Il film non suggerisce motivazioni di sorta sulla natura di questa inimmaginabile e inumana sottomissione: ne prende atto con partecipazione ed empatia nei confronti di Stefano. Ma il silenzio omertoso che circonda l’intero tragitto, salvi alcuni scaricamenti di responsabilità nell’accezione più immediata, che non si pone né vuole farlo, alcun problema di responsabilità concreto, è l’atmosfera di annullamento che circonda il viaggiare all’interno dei circuiti della esclusione carceraria. Non c’è alcun richiamo colto, alla Foucault diciamo, ma solo la nuda verità dei fatti. Impressionante. E nemmeno il compiacimento di tipo estetico, con make up d’impatto, per l’abbrutimento fisico perpetrato. Il regista ha usato un registro visuale sobrio: ma appunto per questo più incisivo, perché accompagnava come in un in intenso e commosso crescendo l’intera durata del film. La riuscita di questa raffigurazione si deve in gran parte (ma non solo) alla straordinaria bravura del suo protagonista, l’attore Alessandro Borghi. Dopo il primo “Non essere cattivo” che l’ha lanciato, fino al recente “Napoli velata” e le Serie tv che lo vedono protagonista, si è sempre segnalato per carisma e interiorizzazione. Ma qui ha dimostrato una qualità in più: quella di saper scomparire “all’interno” del personaggio di Stefano, della sua semplicità e umana insicurezza. La sua collega Jasmine Trinca, nel ruolo della eroica sorella, Ilaria, che si è molto spesa negli anni per ottenere che la vicenda del fratello non passasse nel dimenticatoio, gli ha fatto pubblicamente, con (rara) esemplare onestà intellettuale, un bel complimento. Ha detto che la sua recitazione è tanto più impressionante e vera, in quanto noi lo vediamo per gran parte del film in posizione supina, a letto o per terra, frastornato e come annichilito dalla sofferenza e dalla solitudine assoluta. Data l’atmosfera di coercizione fisica e spaziale in cui era ambientata la vicenda, un importantissimo rilievo ha avuto il montaggio. Tutta narrata in un flash-back circolare, la montatrice Chiara Vullo ha accompagnato lo svolgersi della “passione e morte” tagliando e intercalando i momenti di ravvicinata visione estremamente realistica (senza mai sfociare nell’iperrealismo espressivo, tipo film horror), con veloci passaggi nell’altrove sia familiare che ambientale. Noi non perdiamo mai il contatto con lui: ne osserviamo il costante perire dal modo con cui le dimensioni attorno a lui vengono sempre più ristrette per poi essere del tutto annullate. E’ un lavoro di grande qualità: del resto la Vullo ha lavorato egregiamente in “Fortunata” e in diversi corti del cinema di realtà. Le circostanze imprenditoriali e distributive del film sono particolari: è stato prodotto da Netflix, la grande società di proposte video e film su internet; che però l’ha lanciato anche nei circuiti delle Prime Visioni. Quindi dando spazio alle Sale, che della distribuzione su rete sono in teoria nemiche: il che vuol dire che esistono spazi di manovra per cui le modalità di fruizione, diverse se non antitetiche del prodotto cinema, non facendo distinzione tra film e tv series, entro certi limiti possono convivere. In ogni caso, le proposte su Rete delle Companies sono più spesso sperimentali e meno condizionate dalle immediate preferenze dei pubblici, di quelle nate solo per le sale: come è avvenuto per questo difficile, benché bel film. Inoltre, è stato visto, in versione piratata, in numerose “piazze” fisiche in tutt’Italia, da decine migliaia di spettatori che hanno seguito i processi: sono spesso pubblici militanti che hanno colto la gravità costituzionale della violenza e della tortura cui è stato sottoposto il ragazzo. Consapevolezza cui ha dato risposta positiva il Pubblico MInistero di Roma Giuseppe Pignatone, che ha mandato in giudizio, in un nuovo processo, i primi  Carabinieri che trattennero in custodia il giovane, per il reato di omicidio preterintenzionale e altri capi d’accusa.

Immagini:

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