Un’estate torrida questa che volge al termine. Un’estate che ha visto l’Italia ardere, vituperata nel suo patrimonio boschivo, nella sua compagine istituzionale, nella sua coscienza sociale. Un’estate che ha visto un’escalation di fatti cruenti di cronaca, incentrati sulla violenza alle donne.

Non si può restare immobili di fronte alla freddezza dei numeri perché quei numeri, quei casi, ormai tristemente identificati con il nome dei luoghi teatro delle vicende, nascondono volti, che non hanno razza, colore. Volti che non hanno età, non hanno credo; volti diversi, che inspiegabilmente diventano uguali, siano essi di bambine, ragazze, donne, innocenti, santeo Maddalene. Volti tutti uguali, accomunati dallo stesso graffio dell’anima e che nascondono storie,vite spezzate. Vite interrotte, si perché quel giorno, quell’ora, quell’attimo, delineano un punto di non-ritorno, una deriva emozionale che avrà strascichi per l’intero arco di vita delle vittime.

La Repubblica scrive: “Secondo l’Istat, un milione e 157mila donne avrebbero subito una violenza sessuale nel corso della vita, tra stupri e tentati stupri. Eppure, nelle denunce degli ultimi anni, si registra una lieve flessione: 6% in meno tra il 2014 e il 2015 e 13% in meno dal novembre 2015 al novembre 2016. 1.534 le denunce nei primi sette mesi del 2017 . Quanto agli autori, in maggioranza sono italiani, ma quasi quattro denunciati su dieci sono stranieri”.

Ancora numeri che cercano di razionalizzare un fenomeno che ha poco di razionale; numeri che denunciano, certo, ma al contempo nascondono l’orrore, dietro una parvenza di contenimento quantistico.

Non si può sperare di contenere qualcosa che ha a che fare con una pulsione emotiva, non ci si può illudere di spiegare, razionalizzare, non temere un fenomeno che affonda le sue radici in una cultura mondiale “fallocratica” dove il NO di una donna non ha lo stesso valore e significato di un qualsiasi altro NO.

stupro

Non si argina il fenomeno, se si ha il coraggio di discriminare un NO sussurrato, da uno urlato; se è un NO detto ad approccio iniziato, o meno; se è un NO detto tra le mura di casa, anche della propria casa o nell’abitacolo di una macchina, o al buio in un vicolo o, ancora, al chiuso in un garage, su una spiaggia in pieno giorno; se è un NO mascherato da SI, complice l’alcool od altra sostanza.

Leggiamo di “fenomeno sommerso”, di “poche denunce”(spesso ritirate) rispetto agli stupri effettivi. Cosa ci si aspetta se il personale addetto a raccogliere le denunce, spesso non è “preparato” ad accogliere le vittime? Cosa ci si aspetta se molti giornali e gli stessi social riportano “commenti minimizzanti” e “riduttivi” che cercano di identificare l’evento come “un’eccezionalità”? Un esempio a caso, sono stati i commenti disumani del Sindaco di Pimonte, provincia di Napoli, sullo “stupro di branco” di una ragazzina di 15 anni:

“una bambinata, Sono tutti minori, dai minori che cosa ci si può aspettare? è successo, è un fatto isolato, ormai è passato!”

Cosa ci si aspetta, se le famiglie delle stesse vittime, non trovando accoglienza, e temendo le ripercussioni, personali e sociali del trauma, spesso sono le prime a fungere da deterrente alla denuncia, preferendo “lavare i panni sporchi in famiglia”? Beh non ci si trova di fronte ad un “panno sporco”, ma ad una creatura cui è stata sporcata la dignità, l’innocenza, la fiducia.

Spesso, i numeri elevati dei fenomeni di violenza cui assistiamo, rendono il SILENZIO la sola scelta possibile per molte, troppe vittime.

Crea più dolore “rivivere” l’esperienza attraverso il racconto dei fatti, che l’avvenimento in sé: è lì che avviene l’accettazione razionale dell’accaduto, in quel momento diventa reale, quello che poteva sembrare un “brutto sogno”; nell’attimo della rievocazione degli eventi, la tempesta emotiva è così intensa, che molte vittime, dell’intera esperienza, ricorderanno solo l’attimo della denuncia. Quel momento verrà vissuto, a vita, come “il momento in cui qualcosa si è spezzato”(Cit.). Il corpo ha una memoria “percettiva”, e basta un odore, un tocco, un suono, per rievocare, anche a distanza di tempo, il “sentire” provato in quel momento. Ed è esecrabile, star lì a discriminare se ci sia stata “penetrazione completa, parziale o totalmente assente; è oltremodo offensivo continuare a disquisire sugli abiti indossati al momento del fatto, sulla piena lucidità della vittima o su «possibili atteggiamenti provocatori» per arrivare a dare un nome alla cosa; che lo si chiami stupro, violenza carnale, violenza sessuale, violenza psicologica, violenza domestica, poco conta.

 E forse l’abuso più grande, e fuori luogo in una società moderna, sono i vani, indegni tentativi di rendere, in qualche modo, giustificabile, “tollerabile”, “un fatto isolato” ciò che altro non è se non “un omicidio dell’anima”, e in quanto tale non può avere attenuanti di sorta, non ammette giustificazioni; non esiste nessun’attenuante nell’imporre il potere della “propria volontà” su un altro essere vivente. Non può esistere in una società civile che si definisca tale.

Per approfondimenti, chiarimenti o quesiti specifici potete scrivere a antoniapannullo78@gmail.com

*  Antonia Pannullo

Pedagogista Familiare® , esperto in Minorazioni Sensoriali e Nuove Lingue, Coordinatore Genitoriale Certificato, Disturbi Specifici dell’Apprendimento, Didattica Efficace®, Progettazione Socio-Pedagogica, Referente Regionale A.N.PE.F.(Associazione Nazionale dei Pedagogisti Familiari) per la Campania, Counsellor relazionale-sistemico (in formazione).


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