di Peppe SORRENTINO

Pechino, Cina – Ha le idee chiare, e senz’altro non le manda a dire. Una voce particolarissima, potente e graffiante, che annuncia un temperamento prorompente e deciso. Ma anche un carattere ironico, che cede il passo alla forza delle idee quando l’argomento di si fa serio. E’ questo, e tanto altro, una ragazza di provincia che oggi, come tanti suoi coetanei e coetanee, sono fuori dall’Italia, per portare avanti con passione e sacrificio i propri progetti. Lei è Eleonora (Nora) Pierro, in arte Norele: Giovanissima, originaria di Salerno, è laureata in Relazioni Internazionali e Diplomatiche all’Orientale di Napoli. Una grande passione per la musica e un interesse per la Cina che l’ha portata a Pechino. Intervistata per il Tg2, riportiamo l’intervista in esclusiva con critiche ed idee indigeste al mainstream.

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Quando le chiediamo del suo successo, un po’ per modestia, un po’, forse, per scaramanzia, non lo definisce vero e proprio successo intenso come fama, ma piuttosto come una bella soddisfazione. E chiosa con un secco «Non mi hanno regalato assolutamente nulla, mai. E’ solo frutto di grandissime fatiche, di studio, e di weekend passati a lavorare o a studiare».
Da quanto sei in Cina?
Sono arrivata qui dall’Italia nel 2011 con una borsa di studio dopo la laurea in relazioni internazionali e diplomatiche, con una tesi sulla sicurezza in Asia centrale e sui rapporti tra Cina e Russia, ed ho studiato storia della Cina contemporanea. Avevo già studiato un po’ di cinese ed ho lavorato per 3 mesi all’istituto di cultura in ambasciata. Poi ci sono tornata due anni e mezzo fa per migliorare il cinese. In più ho imparato portoghese e spagnolo.
Quando – e come – nella tua vita entra la musica?
Ero piccolissima e già ascoltavo e cantavo, tra l’altro avevo già le idee chiare. Il mio idolo era Loredana Bertè, una voce decisamente rock. Poi ho studiato sax e canto. Ho partecipato a moltissimi concorsi a livello locale e nazionale, ed ho scritto e pubblicato diverse canzoni. Il punto è che [in Italia] resti sempre in un limbo infinito: per andare in radio devi pagare, e parecchio. Per andare in tv lo stesso, oppure essere stupido e poco bravo, in modo che possono stritolarti e poi buttarti via.
 
Vedi il tuo futuro a metà tra la musica e la strada diplomatica?
Mi piace scrivere, sia musica che saggi. La strada diplomatica mi ha sempre affascinato, ma i meccanismi non sono sempre così chiari: se vuoi fare un disco i costi sono bassi per chiunque, ma poi la promozione ti frega. E’ ovvio che, se si è bombardati di pubblicità che promuovono sempre gli stessi 3 o 4 artisti, per lo più usciti dai talent e privi di qualsiasi oggettivo talento, poi gli altri restano nell’ombra. Inoltre non ci sono più club importanti che possano essere vetrina per talent scout o semplicemente per farsi apprezzare dal pubblico italiano: quelli storici si sono svenduti o hanno chiuso.
Questi meccanismi penalizzano i giovani emergenti in particolar modo. Credi che anche qui abbia agito la “globalizzazione”? (intendo sia a chiudere i locali storici che ad accrescere il potere delle etichette?)

Sotto questa parola “globalizzazione” ci nascondiamo di tutto, è una maniera comoda per non affrontare la verità. Ci sono paesi in cui la musica va avanti, e anche quella commerciale ha comunque dietro un lavoro di produzione artistica, meditato e di qualità, nonostante si tratti di prodotti da business. Ma parallelamente anche la musica di qualità cresce. E cammina! E viene apprezzata in tutto il mondo. Mentre in Italia questa seconda parte non è assolutamente contemplata. Sono sicura che gli italiani sono anche stanchi di canzonette e cantantucoli che si concentrano sul gossip invece che sulla musica. Il punto è che, arrivare nelle case degli italiani, anche con le grandi possibilità che internet offre, è complesso, sarà sempre avvantaggiato chi investe di più in promozione.

Credi che il pubblico in Italia sia un po’ troppo “pigro”?
No, come ho appena detto non riesco a dare la colpa al pubblico perché il pubblico non ha possibilità di scelta: è bombardato. Come potrebbe un italiano oggi fare una selezione musicale?! In tutti gli altri paesi gli artisti sono riconosciuti come lavoratori, con tanto di ammortizzatori sociali e vantaggi. In Italia no, questo trattamento è riservato a una ristrettissima élite, mentre gli altri sono tutti di menticati ed abbandonati a se stessi. La musica, fatta a un certo livello, richiede impegno, studio e lavoro: se per mantenerti devi fare un altro lavoro che non sia legato alla musica, è ovvio che la produzione ne risente, e che è avvantaggiato chi ha dietro il papà miliardario, il discografico di turno o reti di salvataggio di questo tipo.

Quindi è giusto affermare che, se le regole non consentono la crescita e l’emersione di “prodotti locali”, indirettamente favoriscono quelli esteri o comunque falsa la concorrenza?
Prodotti esteri sì, ma sempre spazzatura. Spazzatura che arriva a noi e che neanche chi proviene da quel paese estero conosce! La musica produce soft power, un tempo la esportavamo, ci facevano conoscere anche così. Oggi mi ritrovo in Cina, che tutti hanno la loro musica, tranne noi. Questo è il “termometro”: devo andare a ripescare tra le vecchie canzoni italiane se mi chiedono della nostra musica, perché quella contemporanea è una vergogna.

Mi fai qualche nome? E una canzone che ti ha ispirato o nella quale riconosceresti adesso quello che stai facendo, quella che sei?
La mia artista preferita in assoluto è Bjork, la sua musica contrassegna da sempre le mie giornate. Amo la scrittura di Tenco e Lauzi tra quelli del passato. Amo Niccolò Fabi e alcuni album di Grignani. Come produttrice musicale adoro la Caselli, è tra i pochi che provano a puntare sulla qualità. Ma non prendo spunto, sarebbe stupido. Ispirazione, poi, non saprei… quello che scrivo viene da sé, non ci penso.

Hai un progetto sul quale stai lavorando, o sul quale vorresti impegnarti?
Le mie canzoni, sa in italiano che in cinese. Vorrei fare un album con la collaborazione dei musicisti di tutto il mondo con cui lavoro qui.

L’Italia vista da lì è ….?!?
Quando sanno dov’è, si ricordano il calcio (grazie alla partita Napoli – Juventus di un anno fa), oppure mafia (Il Padrino) e pizza. A volte devo spiegare che l’Italia è in Europa. Il fatto è che noi non sappiamo pubblicizzarci: il sito della CCTV, la televisione nazionale cinese, è tradotto in quasi tutte le lingue principali, tranne che in italiano. A volte i cinesi mi chiedono se ora siamo poveri.

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Hai mai pensato a te stessa come un cervello in fuga?!
Mi vedo piuttosto come una vera italiana in fuga, una di quelle di vecchio stampo, onesta, ligia al dovere, amante del suo paese, che ora a casa sua non trova più il suo posto.

Che fine ha fatto – secondo te – la “promessa” di una vita in Italia?
Ce la siamo giocata noi stessi, che non abbiamo rispetto per il nostro paese, che guardiamo la tv per poi litigare il giorno dopo e lasciarci dividere, sempre più arroganti e tutti allenatori di pallone, che scarichiamo con comodità la colpa solo ed esclusivamente su una classe politica votata anche grazie ai 50 euro con cui vendiamo il nostro voto davanti ai seggi, che contiamo gli stipendi dei deputati e poi evitiamo la fila alle poste perché conosciamo il direttore.

La “lontananza” è una cosa che ti pesa, oggi?
Dopo aver passato il Natale lontano da casa posso dire di sì,  mi è mancato tutto il periodo delle feste e il modo singolare in cui le viviamo in Italia, ma in particolare a Salerno. Il mio paese, è ovvio, mi manca. È dove sono nata, ci sono gli affetti, gli amici, le abitudini.
 
Un pensiero per Salerno. Si discosta dalla media?
Si e no… Salerno è una città con un altissimo potenziale. Bellissima, molto vivibile, tranquilla, ma con pesanti problemi a livello sociale e culturale sempre trascurati, forse intenzionalmente, da chi in questi ultimi anni ha curato soltanto la confezione e non il contenuto in sé. La maggior parte dei miei amici di sempre, e degli artisti, è stata costretta ad andare via, lasciando quasi completamente morire il tessuto culturale. I migliori progetti o investimenti sono affidati a falsi guru dell’arte o dello spettacolo, che, rispetto agli altri, hanno il solo talento di essere dei perfetti “yes men“.


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