SPRAR: Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Tante sigle, molti sprechi?

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Concludiamo il breve viaggio nei meandri del sistema italiano di assistenza e accoglienza ai rifugiati richiedenti asilo, parlando del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), istituito dalla legge n. 189/2002. Esso è il sistema pubblico di accoglienza di richiedenti e titolari di protezione internazionale costituito da una rete di enti locali, che accedono al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo per realizzare interventi di “accoglienza integrata” sul territorio. Lo Sprar è coordinato da un Servizio centrale affidato all’Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci).

Lo Sprar costituisce una delle poche esperienze italiane di coordinamento nazionale delle politiche pubbliche in materia di accoglienza e inclusione sociale dei cittadini stranieri. Le finalità, le metodologie di intervento, gli standard di accoglienza, la struttura a rete del Sistema sono il risultato di un lungo percorso avviato alla fine degli anni ‘90 da associazioni e organizzazioni non governative nell’ambito del progetto “Azione comune”, finalizzato all’accoglienza dei richiedenti asilo, titolari di protezione umanitaria o temporanea, in quel momento storico i rifugiati del Kosovo. Fu allora che si iniziò a declinare un’idea di accoglienza non limitata alla dimensione materiale (vitto e alloggio), ma comprensiva di misure di orientamento e assistenza legale, di accompagnamento alla procedura di asilo, di inserimento sociale dei richiedenti asilo e dei rifugiati.

Proprio a partire dall’esperienza di “Azione comune”, nel 2001 il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del ministero dell’Interno, l’Anci e l’Alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), siglarono un protocollo d’intesa. Con la legge 189/2002 che abbiamo citato sopra, il sistema fu istituzionalizzato con la costituzione dello Sprar. La stessa legge istituì il Fondo nazionale per le politiche e i servizi per l’asilo (Fnpsa), destinato a finanziare i progetti di accoglienza e inserimento sociale di richiedenti asilo e rifugiati presentati dagli enti locali. La dotazione di base del Fnpsa è stata fino al 2014 pari a 5,16 milioni di euro e veniva integrata annualmente con gli stanziamenti previsti nelle leggi di stabilità (prima leggi finanziarie). Per avere un termine di paragone l’articolo 1, comma 179 della legge di stabilità 2015 (L. 190/2014) ha portato la dotazione del Fondo a 187,5 milioni di euro annui a decorrere dal 2015. Si pensi che dai 1.365 posti di accoglienza disponibili nel 2003, che assicurarono l’accesso allo Sprar a 2.013 persone, si è passati nel 2015 a 21.613 posti che hanno garantito l’accoglienza a 29.698 persone, grazie a 430 progetti territoriali presentati da 376 enti locali distribuiti sul territorio nazionale. Secondo i dati diffusi dal ministero dell’Interno, al 12 settembre 2016 la rete Sprar ospitava complessivamente 22.192 persone. Il Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo costituisce la principale fonte di finanziamento del Sistema alla quale nelle diverse fasi si sono aggiunte e/o integrate risorse straordinarie provenienti dall’8xmille, dal Fondo europeo per i rifugiati (destinato al finanziamento dei progetti di accoglienza rivolti alle cosiddette “categorie vulnerabili”) e dalla Protezione civile.

Il modello Sprar. I richiedenti protezione hanno diritto di essere ospitati nello Sprar fino alla notifica della decisione della Commissione territoriale, inoltre per ulteriori sei mesi dalla notifica del riconoscimento della protezione internazionale o umanitaria. In caso di ricorso contro il diniego della domanda di protezione hanno diritto di essere ospitati fino all’esito del procedimento in primo grado. Coloro che entrano in una struttura Sprar già titolari di protezione, hanno diritto di essere ospitati per sei mesi salvo eventuali proroghe. Gli enti locali che aderiscono allo Sprar sono tenuti a garantire, in collaborazione con le organizzazioni della società civile, oltre all’accoglienza “materiale” (vitto e alloggio) misure di orientamento legale e sociale e percorsi individuali di inserimento socio-economico.

Tutti i progetti Sprar sono tenuti ad assicurare i servizi di a) accoglienza materiale; b) mediazione linguistica-culturale; c) orientamento e accesso ai servizi del territorio; d) formazione e riqualificazione professionale; e) orientamento e accompagnamento all’inserimento lavorativo; f) orientamento e accompagnamento all’inserimento abitativo; g) orientamento e accompagnamento all’inserimento sociale; h) orientamento e accompagnamento legale; i) tutela psico-socio-sanitaria. Il Servizio centrale gestito dall’Anci svolge invece attività di informazione, promozione, consulenza e assistenza tecnica agli enti locali, formazione degli operatori nonché di monitoraggio della presenza dei richiedenti e titolari di protezione internazionale sul territorio nazionale. images

Un sistema in fase di trasformazione. Sino a oggi l’accesso dei singoli enti locali al sistema Sprar è avvenuto sulla base della pubblicazione di bandi pubblici da parte del ministero dell’Interno, della presentazione dei progetti di accoglienza da parte dei Comuni, in genere in partenariato con organizzazioni della società civile, e della successiva selezione dei progetti ritenuti idonei e conformi agli standard minimi richiesti. Elementi caratterizzanti: la volontarietà dell’adesione, la necessità di garantire da parte degli enti locali un co-finanziamento pari al 20% dei costi complessivi. Il Decreto del ministro dell’Interno del 10/08/2016 sul nuovo funzionamento del sistema Sprar introduce rilevanti novità, finalizzate a incentivare la partecipazione degli enti locali alla rete Sprar: su circa 8 mila Comuni esistenti, alla fine del 2015 gli enti locali coinvolti erano ancora solo 800 (di cui 376 titolari di progetto).

Il nuovo decreto modifica innanzitutto le modalità di accesso degli enti locali allo Sprar prevedendo due iter diversi, infatti quelli già titolari di progetti in scadenza possono utilizzare una procedura semplificata chiedendo di proseguire i servizi di cui sono titolari per altri tre anni. Alla fine del triennio potranno presentare una nuova richiesta di prosecuzione del progetto. I Comuni interessati ad accedere al programma per la prima volta, potranno invece presentare progetti di durata triennale nel corso di tutto l’anno, senza che vi sia la necessità di pubblicare nuovi bandi. Le domande di adesione saranno valutate due volte l’anno da parte di una Commissione permanente. I nuovi progetti potranno ricevere un finanziamento pari a un massimo del 95% dei costi complessivi.

Le nuove linee guida che disciplinano tecnicamente le modalità di funzionamento del nuovo sistema, stabiliscono che la disponibilità minima per ciascuna struttura è fissata in 10 posti mentre quella massima non può “di norma, superare i sessanta posti e, in ogni caso, deve evitare eccessive concentrazioni.” Tali limiti sembrano voler porre un freno a quelle distorsioni che si sono verificate in particolare nelle grandi città (Roma è tra queste) che hanno superato ampiamente i limiti stabiliti dalle precedenti linee guida introducendo nei progetti locali strutture di grandi dimensioni, non coerenti con quel modello di accoglienza. I Comuni sono anche tenuti a dotarsi di un revisore indipendente che dovrà certificare le spese sostenute in sede di rendicontazione del progetto.

L’adesione dei Comuni allo Sprar resta dunque ancora su base volontaria, ma fu lo stesso ministro Alfano a evidenziare che i Comuni si trovano di fronte a una scelta: ospitare un progetto Sprar elaborato a livello locale o subire un trasferimento di richiedenti asilo sul proprio territorio deciso a livello centrale sulla base di un piano nazionale di ripartizione. images (2)

Considerazioni finali. Il sistema di affidamento, di gestione e di monitoraggio dei servizi ai rifugiati richiedenti asilo è stato al centro di molte riflessioni, a livello politico istituzionale, delle organizzazioni della società civile e delle organizzazioni sindacali. Trasparenza, controllo pubblico, partecipazione, micro-accoglienza e appalti sono i temi cruciali che vengono fuori nelle varie analisi delle disfunzioni del sistema di accoglienza. Si legge spesso che gli interventi di accoglienza dovrebbero fondarsi sul mantenimento del ruolo di indirizzo e di coordinamento dei servizi in capo all’amministrazione comunale, ma il metodo di progettazione degli interventi dovrebbe essere più partecipativo. Si dovrebbero coinvolgere sin dalle prime fasi di programmazione, sia le organizzazioni della società civile sia i rappresentanti dei migranti presenti sul territorio. La qualità sociale e la sostenibilità degli interventi dovrebbero sostituire i criteri sino a oggi privilegiati nelle gare di appalto, ossia le offerte al massimo ribasso ed economicamente più vantaggiose su cui si fonda l’attuale sistema di affidamento delle strutture di accoglienza.

Il sistema dei bandi di gara, per qualsiasi tipologia di accoglienza, dovrebbe prevedere la garanzia degli standard minimi di qualità dei servizi erogati e una rendicontazione dettagliata delle attività svolte. Agli enti gestori dovrebbero essere sempre richiesti, già in fase di gara, la pregressa idoneità delle strutture di accoglienza utilizzate, l’applicazione dei contratti nazionali nei rapporti di lavoro con gli operatori, l’impiego di tutte le figure professionali necessarie e il loro corretto inquadramento. Inoltre la garanzia di un rapporto equilibrato tra numero di operatori impiegati e numero di richiedenti asilo ospitati. Infine idonee e dettagliate procedure dovrebbero assicurare la trasparenza e l’effettiva tracciabilità dei flussi finanziari.

 


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