Il ministro del lavoro non ne azzecca una. La generazione laurea triennale più laurea magistrale, del concetto di meritocrazia tramite l’ISEE salvo poi scoprire furbetti evasori e non, non ha gradito le sue esternazioni riguardo i ritardi delle lauree, né quando tenne a dire che i giovani fanno bene a lasciare l’Italia. Ma questa volta ha ragione.

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Il fatto. Durante un incontro, ieri, con gli studenti dell’Istituto Manfredi Tanari di Bologna, il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha detto: “Il rapporto di lavoro è prima di tutto un rapporto di fiducia. È per questo che lo si trova di più giocando a calcetto che mandando in giro dei curriculum”. Queste parole hanno scatenato la reazione dei social  con il leader della Lega Nord Matteo Salvini che chiede le dimissioni del ministro.   Uno tra tanti. Risultato: Twitter impazzito, Facebook pieno di vignette satiriche ed un Ministro costretto a chiarire la sua posizione. “Voglio chiarire – scrive – che non ho mai sminuito il valore del curriculum e della sua utilità. Ho sottolineato l’importanza di un rapporto di fiducia che può nascere e svilupparsi anche al di fuori del contesto scolastico. E quindi dell’utilità delle esperienze che si fanno anche fuori dalla scuola”. E così è stato.

Paletti però ha ragione. Che senso ha inviare curricula senza che nessuno dall’altra parte ti risponda? Che senso ha candidarsi per una posizione e non venire mai a sapere che fina abbia fatto quel pezzetto di carta che hai inviato? Sì, oggi funziona così: decine e decine di mail senza mai avere risposta. Se il profilo non è idoneo, se non sei giusto per quella mansione, se ti mancano alcune competenze o se semplicemente hanno scelto un altro e non te, lo devi intuire. Se non rispondono allora è un no, se rispondono non è detto sia un sì ma non è un no. O forse sì? Un labirinto.

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Articoli e siti interi dedicati alla compilazione di un curriculum che non verrà mai letto. Verrà cestinato così come altri tantissimi fogli sparsi che arrivano sulle scrivanie di chi dovrebbe dare lavoro, ma prima di farlo sarebbe opportuno porre attenzione a chi si ha di fronte. Questo non avviene. Si va a tentoni. Il curriculum standard non funziona più, ci hanno detto. Ed allora largo ai curricula personali e personalizzati in cui il me stesso viene fuori, sprofonda e dilaga. Come se si parlasse con la persona davanti ad un caffè e non tramite una fredda mail.

Le competenze acquisite a scuola non bastano più c’è bisogno di relazioni interpersonali, sguardi, parole che ci rendano competenti nella vita. Ci vogliono già formati, pronti alle problematiche da affrontare, duttili, flessibili. Oggi qui, domani lì. Dopodomani ancora non si sa. Le esperienze si fanno fuori dai contesti scolastici sopratutto se le istituzioni che dovrebbero formare, non forniscono tutti gli strumenti adeguati. In quel “si trova di più lavoro giocando a calcetto che mandando in giro dei curriculum”, c’è tutto il senso delle competenze cosiddette informali che ci rendono persone uniche e da scegliere.

Giuliano, tu mi sei simpatico ma abbiamo bisogno di risposte e quelle che non arrivano non sono colpa nostra!


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