“Scagionata” l’epilessia, è l’ora della giustizia per Stefano

Sono rimasta spiazzata. Decisamente. Eppure, mi chiedo, come si poteva non essere convinti della tesi che fosse stato un attacco di epilessia a causare la morte di Stefano Cucchi? Ma come non si poteva credere che il ragazzo, con il corpo ricoperto di lesioni ed ecchimosi di notevoli dimensioni, con la faccia ridotta a mo’ di punching ball dopo essere passato sotto il Tyson dei tempi d’oro e la schiena spezzata, fosse morto per un attacco epilettico e che le “presunte” botte ricevute dopo l’arresto non fossero collegate al suo decesso? Impossibile, no? Come si fa a non prendere per buona una teoria così lineare, solida ma soprattutto plausibile? Solo i più radicali scettici avrebbero messo in dubbio questo coriaceo impianto.

Evidentemente, però, alla Procura di Roma qualche scettico convinto c’è e non si è fidato molto di questa ricostruzione dei fatti. Se ne è fidato talmente poco che è arrivata una richiesta di processo per i tre carabinieri che avrebbero ammazzato Stefano Cucchi: omicidio preterintenzionale pluriaggravato da futili motivi e dalla minorata difesa della vittima; abuso di autorità contro arrestati; falso ideologico e calunnia. Sono questi i capi di imputazione. L’epilessia non compare e credo se ne farà una ragione. Penso che in qualche frangente si sia stati vicini anche a sostenere l’ipotesi che il geometra romano si fosse picchiato da solo, lasciandosi poi morire al solo scopo di incolpare coloro che lo avevano preso in custodia.

A quanto pare – per qualcuno ancora dotato di intelletto – Stefano Cucchi è morto perché è stato letteralmente massacrato di botte, da persone che – per il semplice gusto di farlo –, un giorno dell’ottobre del 2009 (ad una settimana di distanza dal suo arresto), hanno deciso di infierire su un ragazzo che era ormai un mucchio di ossa. Perché era “nu drogato e merda” (così uno dei carabinieri coinvolti aveva parlato di Cucchi alla ex moglie, sottolineando anche come si fosse divertito a picchiarlo), era uno spacciatore. Era un ultimo. In quanto tale, meritava di fare la fine che ha fatto. La sua vita, insomma, era poca roba: le difficoltà con la droga e la giustizia, i tentativi dei familiari di supportarlo ma senza mai riuscire a farlo uscire dal tunnel nel quale era finito. Elementi che secondo i “professori di mandolino” che popolano questo amabile paese sarebbero più che sufficienti a giustificare la morte di Stefano Cucchi. Tra questi, come non citare quel fantastico esemplare di … no, scusatemi, non posso usare nessuna delle parole che mi vengono in mente per definire Carlo Giovanardi che, nel corso di questi poco più di sette anni, è riuscito a dire talmente tante di quelle castronerie sul caso Cucchi e sullo stesso Stefano che ho perso il conto. La prima, la disse a poche settimane dalla notizia del decesso del giovane, «morto di anoressia e tossicodipendenza e perché sieropositivo» secondo il parere dell’illustre sottosegretario (sì, questo era sottosegretario di Stato). Fesserie delle quali poi si scusò con la famiglia Cucchi.

Ovviamente, anche in occasione della chiusura delle indagini preliminari dell’inchiesta bis, lo scorso 17 gennaio, l’esimio non ha voluto far mancare il suo autorevole parere: «La droga è stata determinante nel decesso. Tra spacciatori e carabinieri, preferisco i carabinieri». Ahimè, in questa Italia in cui tutto va al contrario, sono in tanti a pensare che, in fondo, non sia stata poi una gran perdita. Peccato, però, che Stefano Cucchi fosse un uomo, un ragazzo con una vita problematica, ma sempre un uomo e come tale doveva essere trattato e rispettato. Un uomo che non meritava di morire per il capriccio di qualcuno. Perché di capriccio – stando anche alle testimonianze – si è trattato: qualcuno che aveva deciso che la vita di quel misero spacciatore non valesse nulla. Poco sarebbe cambiato se fosse rimasto in vita o se avesse intrapreso un viaggio imprevisto (o diciamo pagato da altri, va’) a braccetto con la grande mietitrice.

Stefano Cucchi è stato ammazzato dalla smania di imporre il proprio potere, di dimostrare la forza del maschio “alpha”, di non considerare degne le vite che differiscono dalle nostre. E chi lo ha pestato se n’è anche vantato. Una spilletta da appuntare al petto.

Nelle mie orecchie risuonano ancora i rumorosi e stomachevoli applausi di incoraggiamento – da parte dei colleghi – agli agenti della polizia condannati, alla lettura della sentenza, nel caso della morte del 18enne Federico Aldrovandi, il cui destino è legato a doppio filo a quello di Stefano Cucchi: ammazzato di botte dai tutori dell’ordine.

Non è, però, la logica del branco a dover animare queste persone. Dalla mia bocca non è mai uscita la parola “Acab” (All corps are bastards), perché la trovo fuori luogo e adatta a un liceale in piena crisi ormonale e di ideali. Al tempo stesso, non si può certamente tacere che in tanti, approfittando della propria divisa e abusando di essa, non perdono occasione per prevaricare coloro che hanno tra le mani. E questa, no, non è certamente la loro missione.

Sono trascorsi sette anni ma il colpevole della morte di Stefano Cucchi non c’è ancora ed è escluso che sia la signora epilessia. A parlare è un corpo violato, che chiede di essere guardato ancora una volta, per avere giustizia e perché, conciati in quel modo, non ve ne siano altri ancora.


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