di Maria Flavia M.

Uno dei padiglioni dell’ospedale abbandonato Forlanini al Portuense si è rivelato il degradante sepolcro di una sedicenne di Santa Severa, Sara Bosco, stroncata da un’overdose di eroina. Non si tratta di una delle testimonianze raccolte nel bestseller Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, ma di un tragico fatto di cronaca avvenuto recentemente nella Capitale. I parallelismi con la protagonista del libro, Christiane Fberlino 2, risultano lampanti: anche Sara aveva tentato più volte di disintossicarsi, anche lei aveva una madre che, seppur con tutte le sue contraddizioni, era pronta ad aiutarla, ma soprattutto, anche lei aveva avuto un’adolescenza border line, vissuta ai bordi delle periferie. Proprio le periferie cittadine, asettiche e grigie come gli interni delle fabbriche, avranno un impatto drammatico nel destino di Christiane, di Sara e di tutti quegli invisibili che fanno notizia solo quando muoiono, la maggior parte dei quali  figli della working class. Infatti i quartieri periferici nei quali vivono questi giovani relitti non sono altro che prolungamenti delle fabbriche e i loro abitanti adulti dei perpetui operai che non si scrollano mai dall’anima la divisa di lavoro. Di conseguenza, essendo fabbriche a cielo aperto, in quei quartieri non sono ammessi passatempi, divertimenti, spazi verdi e tutto ciò che non sia rilevante ad aumentare la produttività industriale. La logica di queste zone operaie si basa proprio sulla redditività del capitale e non è orientata alle necessità degli uomini. La conseguenza più terrificante di questo modo di vita prefabbricato è il fatto che ciò mira a privare gli abitanti delle periferie più degradate della dimensione umana della città, derubando la loro identità personale e, in definitiva, facendo cessare loro di essere uomini, ma solo operai e nient’altro. Non si tratta della realizzazione degli incubi distopici orwelliani, ma dell’effettiva realtà sociale di molte periferie occidentali. L’alienazione che esse producono sugli adulti si riflette anche sui loro figli, bambini il cui affidamento è stato tolto ai genitori, perpetui operai e la cui adozione è stata accolta dal consumismo. Così la generazione di Sara è cresciuta orfana, con genitori assenti poiché obbligati dal sistema a lavorare sempre di più, nella speranza di soddisfare le richieste della società industriale. E così la vita di questi piccolo borghesi è ingabbiata in uno stato di costrizione insolubile, quella di dover fornire una quantità sempre maggiore di forza vitale per il lavoro senza ricavarne vera felicità e benessere. Il risultato è quello di lavorare come unica risorsa e unico senso della vita, senza tuttavia avere né la possibilità né il tempo libero per godere dei frutti di quel lavoro pressoché ininterrotto. Ecco, questa è la condizione di pura alienazione in cui versa ancora un numero consistente di operai, costretti ad abdicare al ruolo di educatori per far fronte esclusivamente a quello di lavoratori. Di conseguenza i loro figli appaiono come le più fragili vittime dello sviluppo industriale. Bambini come Christiane e Sara, cresciuti senza una guida efficace dei genitori, indottrinati dai media e dalle pubblicità per diventare nient’altro che beni di consumo. Così, soli e completamente abbandonati a loro stessi, in balia della rapace ottica consumistica, i figli della working class sono esposti, sin da quando frequentano l’asilo, alla strategia dei produttori di beni di consumo, di fronte alla quale i bambini non sono ancora in grado di esercitare una capacità di difesa contro i desideri da loro così massicciamente risvegliati. Attirati dal luccichio delle vetrine e delle pubblicità, questi bambini hanno l’acquolina dei prodotti pubblicitari, ma ben presto si rendono conto che i favori del consumismo restano loro preclusi. La frustrazione che ne deriva è forte perché quei ragazzi sono cresciuti in quel contesto e non conoscono alcuna alternativa al modello sociale industriale. Si sentono diversi, e non c’è niente di peggio della diversità in una società dominata dall’omologazione come la nostra. I ragazzi come Christiane e Sara non hanno i mezzi per rendersi uguali agli altri, ma possono dimenticare momentaneamente di appartenere alle vittime dello sviluppo industriale attraverso un ottundimento della coscienza, un atto di autoipnosi: grazie alla droga. Ecco che entra in gioco la grande piaga della società industriale, una ferita che però essa si è auto inferta. Perché come è scritto in “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”: <non può essere seriamente contestato che tra aumento dell’abuso di droga tra i giovani della classe operaia e peggioramento massiccio delle loro condizioni di vita esista un nesso che nel frattempo è stato perfettamente utilizzato a scopi commerciali>. La tragica vicenda di Sara Bosco, a distanza di anni, non fa che avvalorare questa tesi, denunciando il degrado sociale in cui versano molte zone delle nostre città, ma soprattutto dimostrando che la problematica della droga è ancora tristemente attuale. Dopo questo macabro monito, se la nuova amministrazione romana attuasse una politica di rigenerazione e rivalutazione dei quartieri periferici, c’è da sperare che ciò possa contribuire ad arginare fenomeni tipici di quelle zone come spaccio di droga, vagabondaggio, prostituzione, microcriminalità. Lottare per il progresso sociale si profila dunque necessario per migliorare la qualità di vita di ciascuno in virtù della riflessività etnometodologica secondo la quale <le esperienze degli individui sono un riflesso della società e la società nel suo complesso è un riflesso delle esperienze degli individui>.


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