Diviso in mille dispute interne, con un progetto di comunicazione e diffusione lasciato alle iniziative individuali di alcuni produttori e trasformatori, privo di un programma condiviso sugli strumenti di tutela, senza iniziative concrete  a supporto del miglioramento della produzione e oggettivamente anarchico perfino sulle modalità di etichettatura e di packaging del prodotto trasformato: ecco questa è la fotografia del Consorzio che sulla carta tutela, dal 1996, la denominazione d’origine del Pomodoro più apprezzato e ambito del mercato globale.

“Perdonino i lettori ma il medico pietoso fa la piaga purulenta e con i tempi che corrono cantarsela e suonarsela non aiuta.”

Resta sconsolato il prodotto che, grazie a caratteristiche uniche del territorio di produzione e alla dedizione degli operatori,  si presenta di livello qualitativo eccezionale. Condizione di grazia che non basta a consolidare quote di mercato e a proteggerlo dalle sue numerose insidie.

Logo del Consorzio
Logo del Consorzio

Entriamo nelle dinamiche del Consorzio. Tommaso Romano ne è presidente dallo scorso luglio, eletto non senza polemiche forse per via del fatto che la sua cooperativa di produzione opera ai margini territoriali della Valle del Sarno.

Il nuovo rappresentante ha dovuto immediatamente misurarsi con la complicata realtà del coordinamento e della gestione consortile.

Chi siamo, che succede, cosa facciamo, dove andiamo e soprattutto come ci arriviamo, sono le domande cruciali a cui  Romano dovrebbe dare una risposta, e per non sbagliare, sono proprio quelle che gli abbiamo formulato parlandone ad un tavolo di un locale pubblico di Pomigliano d’Arco davanti a un caffè.

Tommaso Romano
Tommaso Romano

Chi Siamo?
«Siamo un Consorzio che tutela il Pomodoro San Marzano, il nome dice già tutto. Ci tengo a dirle subito che io sono un imprenditore agricolo, la mia famiglia coltiva San Marzano da sempre. La nostra cooperativa, la POMAR, aderisce al consorzio da circa 10 anni. Nei primi anni ’80 la produzione di San Marzano toccava i 4 milioni di quintali l’anno e rappresentava una fonte di reddito altamente renumerativa. Le esigenze della produzione industriale hanno negli anni indirizzato le scelte su nuovi ibridi, più resistenti agli attacchi virali e parassitari, più facilmente coltivabili e quindi meno costosi.  Alla fine degli anni ’90 il San Marzano, anche per colpa del virus CMV,  era quasi sparito. C’è voluta la testardaggine di alcuni appassionati e la capacità dei ricercatori dei laboratori Cirio per ritrovare il bandolo della matassa . Intorno a due nuovi ecotipi (S.Marzano 2 e Kiros ndr) si è poi costruito il progetto della DOP e del suo disciplinare.»

Che Succede?
«Succede che siamo esposti a rischi notevoli, tra i quali – ultimo in ordine di tempo – l’uso improprio e fuorviante del nome San Marzano.  Devo ammettere che, in buona sostanza, scontiamo il peccato originale di non avere richiesto la DOP anche e principalmente per il prodotto fresco e registrare il nome come brand. Questo avrebbe blindato i processi di produzione e trasformazione ma, in fondo, tenuto conto che la produzione dell’ultima campagna è stata di 70.000 q.li (pari al 0,014% del trasformato di pomodoro italiano), non ce l’aspettavamo.»

Cosa Facciamo?
«Facciamo del nostro meglio con i mezzi che abbiamo a disposizione e comunque tendiamo a migliorare i rapporti in seno al Consorzio, smussando posizioni di principio  e arginando alcune iniziative individuali, talvolta inutili e spesso penalizzanti per le attività d’istituto.»

Dove Andiamo?
«Prima di tutto cerchiamo di recuperare terreno: dovremmo finalmente attivare un programma di branding management e lavorare meglio su l’awareness , l’immagine del prodotto e il suo posizionamento. Intendiamo puntare a un aumento di produttività mantenendo costante la redditività sul prodotto conferito e provare a interagire di più e meglio con le produzioni di eccellenza del territorio, creando magari azioni comuni di visibilità e d’informazione, comunicare di più e meglio per educare al consumo consapevole, fornire strumenti di riconoscibilità senza fraintesi.»

Come ci arriviamo?
«Con l’umiltà, le nuove tecnologie, un’etichetta standard, una buona politica gestionale e attraverso il rispetto delle peculiarità del territorio. L’idea di creare una IGP di supporto non ci appartiene e quindi puntiamo ad una modifica del disciplinare che destini al prodotto da trasformare il ruolo di protagonista, la qualità è tutta lì.  Stiamo inoltre riconsiderando le quote minime di trasformazione necessarie a ottenere l’uso del marchio con l’intento di evitare fenomeni “biglietto da visita” per conquistare quote di mercato con altri prodotti ibridi.»


*Se hai trovato un errore di ortografia, può avvisarci selezionando il testo e premendo Ctrl+Invio.

Comments

comments