Abusivismo, Roberto Ippolito a Villa Savonarola: «un Paese si racconta con onestà, può certamente migliorare»

Se un Paese si racconta con onestà può certamente migliorare. Lo asserisce Roberto Ippolito nel suo libro sull’abusivismo, un tema di scottante attualità

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di Francesca Mancini

Portici (NA) – Lo scorso lunedì 9 novembre alle ore 18 nella sala conferenze di Villa Savonarola il giornalista e scrittore Roberto Ippolito ha presentato il suo ultimo libro dal titolo “Abusivi. La realtà che non vediamo. Genio e sregolatezza degli italiani”, Edizioni Chiarelettere, nell’ambito della rassegna letteraria “Ti presento un libro”.

Hanno moderato l’evento l’assessore alla cultura Raffaele Cuorvo ed il giornalista Francesco Paciello. A seguire si è svolta la degustazione di eccellenze enogastronomiche del territorio campano con gli assaggi della cioccolateria artigianale “Maya” di Portici e della distilleria “La badia” di Sant’Arpino (CE).

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Roberto Ippolito, reduce dal successo del bestseller “Ignoranti” (2013), con il quale si è interrogato sulla grave regressione dell’istruzione e della cultura, torna con un volume d’inchiesta che questa volta si sofferma sul preoccupante e dilagante fenomeno di illegalità rappresentato dall’abusivismo.

La lunga ricerca condotta da Ippolito nel Bel Paese confluisce dunque in un volume esauriente e scorrevole, ma quasi lacerante nella sua terribile verità. L’abusivismo è una piaga sociale che l’autore ritrova in ogni campo nel quale indaga: dal panificio non in regola al grande giro d’affari dell’abusivismo edilizio, passando attraverso episodi che destano sconcerto, come si racconta nel primo capitolo intitolato “Perfino nell’adilà” in cui la inquietante scoperta di sepolture abusive, e di cadaveri rimossi dai loculi e sostituiti con altri, si coniuga all’amara costatazione che  pur di fare i propri interessi non ci si arresta neanche di fronte alla profanazione della memoria dei defunti.

Nel corso del dibattito, l’autore ha raccontato il grave paradosso a fronte della sua operazione d’inchiesta: il reperimento di una così ingente mole di informazioni, utili ai fini della sua ricerca, più che soddisfarlo lo sconcertava: «Dovevo essere felice di trovare tanto materiale, sufficiente a realizzare non un solo ma di molti altri volumi, ma in realtà no ne ero affatto contento. Trovavo casi di abusivismo in ogni settore, e ne ero turbato».

Nel raccogliere notizie, Ippolito utilizza le fonti più disparate: dai vigili urbani, alla guardia forestale, agli atti delle istituzioni, alle associazioni di rappresentanza dei singoli settori, a ciò a cui ha assistito di persona. Il risultato è un coacervo di informazioni che mettono in luce quanto il fenomeno sia talmente pervasivo da non conoscere limiti in Italia, pur con le dovute distinzioni tra Nord e Sud: «Inutile nascondere che la Campania ha un triste primato per l’abusivismo edilizio, con numeri da capogiro, e non si può nascondere che il livello del lavoro nero al Sud è superiore al Nord. Ma le professioni, tutte indistintamente, che prevedono l’iscrizione all’albo dei professionisti, hanno un numero di professionisti abusivi più alto al Nord».

Oltre alle innumerevole vicende, elencate in volume, l’autore denuncia, come problema complementare, la carenza di percezione del fenomeno da parte dei cittadini. Ci sono episodi di illegalità nei confronti dei quali si fa mostra di indignarsi, spesso senza una reale presa di posizione. L’esempio più lampante, che Ippolito ha ricordato e al quale capita di assistere più volte al giorno, riguarda l’aggiunta di tavoli, di sedie, di gazebo non autorizzati posti dai negozianti in prossimità delle loro attività commerciali.

Connesso alla gravità della questione è il mancato sanzionamento dei comportamenti illegali, alla base del consenso sociale di cui gode l’abusivismo a livello nazionale, il quale consiste non solo nella violazione di regole attraverso cui si organizza la società civile, ma anche nella mancata coscienza di quanto il rispetto della legalità possa apportare un netto miglioramento delle condizioni di vita delle persone e delle istituzioni. Lo ha ben evidenziato Corrado Augias nella sua recensione al libro: “Si ripete che la cultura  – specie in Italia – sarebbe un ottimo investimento. Roberto Ippolito, dati alla mano, lo dimostra”.

Si arriva alle ultime pagine del volume con un senso di scoramento che pervade. Tragicomici sono gli ultimi casi esposti in volume, che offrono più di uno spunto di riflessione: “Bisogna solo disperarsi per le infinite violazioni, sfrenate e senza scrupoli? Ma no. L’amore per la cosa pubblica sembra resistere”. Quest’ultima asserzione sembra un barlume di legalità che si staglia sullo sfondo nero dei comportamenti impropri. Ma è solo una parvenza. La consapevolezza del comportamento illecito è interna alla stessa logica di chi lo commette. Il caso al quale ci si sta riferendo, infatti, è quello di un parcheggiatore abusivo intento a regolare – con successo –  il traffico indomabile di un giovedì sotto Natale. O ancora, si cita il boss ergastolano Giovanni di Giacomo, indignato per l’esistenza di boss “senza investitura”.

Una domanda viene spontanea: Si può ancora sperare che qualcosa cambi?  La risposta è sorprendentemente positiva. Che Ippolito, nonostante le disastrose scoperte a cui è pervenuta la sua quête, abbia salda la fiducia nella possibilità di un miglioramento sociale, e dell’approdo ad una coscienza civica che possa coinvolgere la collettività a livello unanime, lo dimostra l’ostinata dimostrazione di fiducia con la quale racconta a Polis SA Magazine: «Chi ama se stesso può raccontare le cose negative, senza lasciarsene coinvolgere. Sono convinto che se un Paese si racconta con onestà, può certamente migliorare».


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