Cinema: Di Caprio è “Revenant” – Redivivo

North Dakota, 1823: una spedizione di caccia viene attaccata da una tribù di indiani. Durante la fuga, la guida Hugh Glass, interpretato da Leonardo di Caprio, viene assalita da un grizzly, e abbandonata in fin di vita dai compagni di viaggio. Dato ormai per morto, si troverà in balia degli eventi, spinto da una sola e grande forza: la vendetta.

redivivoIl film (USA, 2016) è tratto da un romanzo dello scrittore statunitense Michael Punke, e narra avvenimenti storicamente documentati che sono, tra l’altro, alla base di in altro fortunato film: l’indimenticabile “Corvo rosso non avrai il mio scalpo” (USA, 1972) di Sidney Pollack, con Robert Redford. Il regista, invece, di “Revenant“, anche sceneggiatore insieme a Mark L. Smith e produttore, è il geniale e visionario Alejandro Gonzàles Inarritu, premiato agli Oscar 2015 per “Birdman” (USA, 2014).

Il Western è tornato decisamente di moda. Il genere narrativo che ha rappresentato l’epopea costitutiva della stessa creazione degli Stati Uniti d’America, ne ha raffigurato la sua mitologia, ed è nato, si può dire, insieme allo stesso cinema statunitense.

revenant2Ma l’approccio non è, né poteva essere soprattutto epico, considerando i tempi e la stessa formazione del regista non statunitense. La storia di “resistenza-ritorno-vendetta”, il sottogenere revenge movie sono letti in modo tutt’altro che tradizionale, come invece ci ha abituati il cinema, con i suoi momenti di acme e di partecipazione drammatica. Scorre piuttosto in una chiave che lo stesso Inarritu ha definito “metafisica”. Un il tipo di confronto con la natura che rende il film del tutto particolare. Leonardo Di Caprio, che interpreta con forza commovente la guida rediviva, diventa parte integrante della natura. In realtà lo è sempre stato poiché viene raffigurato come un personaggio di maggiore spessore rispetto ai vili cacciatori, che per quanto incalliti, si rivelano sprovveduti di fronte alla complessità e crudeltà dell’ambiente.

di caprioIl protagonista nel corso del film resterà solo, e si sentirà soprattutto solo, come se non avesse realmente niente più a cui appigliarsi. Una piccola variante trascurabile di quell’universo. Il film si chiude con dettaglio impressionante, ma anche difficile da sostenere: lo sguardo del protagonista verso la macchina da presa, verso di noi spettatori. Come se ci chiamasse a testimoniare insieme a lui, la nullità della sua impresa in quanto tale: di quanto poco abbia contato la sua inenarrabile odissea rispetto all’ambiente, alla storia.

Ci invita a ri-riflettere su tutto quanto abbiamo visto, al suo valore e significati  che coinvolgono tutta la nostra emotività, trascinandoli via dalla banalità, per quanto violenta e riuscita nella rappresentazione dello scontro. Perché Inarritu, nello sconvolgere le leggi della sintassi spettacolare della narrazione, prima le rispetta e le applica. E  ci offre, non velleitariamente, ulteriori chiavi di lettura. Come ha fatto nello stesso “Birdman”, dove, nel sottofinale, sembra che Michael Keaton abbia realmente spiccato in volo.

Terrence MalickLo stile adottato nell’esplorare il selvaggio West, proprio quello delle origini, dei primi scontri di “civiltà”, ricorda Terrence Malick, in particolare di “The new world Il mondo nuovo” (2005), in cui affronta una delle leggende-mito, quella di Pocahontas, la principessa indiana che si innamorò di uno dei primi coloni nel 1607. Di più: quel film è ironicamente presente. Infatti nel film è citata una indiana figlia di sachem, la quale è stata rapita da cacciatori francesi, quindi europei, metaforicamente corresponsabili del saccheggio della natura, che ne hanno abusato.

Anche se la naturalità ritratta dal maestro messicano ha più valenze rispetto all’assoluto storico di Malick, riesce comunque ad essere un personaggio, in un certo senso, attivo e presente, poderoso, infinito, mutevole, incontrollabile. Il tutto dipende dall’occhio con il quale lo si guarda. Che non casualmente è lo stesso: parlo del direttore della fotografia del film odierno, che è lo stesso del film di Malick, ovvero Emmanuel Lubetzki.

revenantL’ambiente naturale, in cui il film è stato realmente immerso, con temperature vicine allo zero, nel mentre rendeva disperata la lotta per la sopravvivenza, di una portata intensamente, immediatamente fisica, ci rende parte di un processo sofferto di immedesimazione.E questo lo si deve esplicitamente alla fotografia, che illuminava con diverse e numerosissime sfumature apparente piatta cromaticità invernale. Accogliendo, implicando e amplificando anche testimonianze storiche al suo interno, come quella chiesetta dirupata, segno di una documentata presenza di missionari gesuiti francesi da quelle parti.


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