Referendum costituzionali: Polis Sviluppo e Azione dice NO

Alla prossima consultazione referendaria di ottobre, Polis Sviluppo e Azione sostiene il “NO” ed invita i cittadini e gli elettori a votare “NO” ma, soprattutto, di documentarsi e recarsi alle urne ad esercitare il proprio diritto/dovere costituzionale. Occorre precisare, tuttavia, che POLIS SA non è tra coloro che addebita a questa riforma il totale stravolgimento della Costituzione che implica la direzione verso un nuovo autoritarismo.

ANSA/GIUSEPPE LAMI

Siamo preoccupati!  Preoccupati perché, pur se originato da (sedicenti…) intenti di miglioramento delle nostre istituzioni, il processo di riforma è il risultato raggiunto da una maggioranza, tra le altre cose variabile e poco stabile, e non con un consenso tra le varie forze politiche. Preoccupati perché la sua approvazione referendaria, ora, è addirittura legata alla sopravvivenza di un Governo in carica. Preoccupati perché la Costituzione, e quindi anche la sua riforma, sono un patrimonio di tutti i cittadini e non espressione di un indirizzo di un Governo. La Costituzione non può esprimere obiettivi politici momentanei, ma esprime le basi della convivenza ed è il riferimento indiscusso di tutti.

Nel merito, con la riforma in itinere il Parlamento sarà sempre composto da Camera e Senato, ma solo Montecitorio potrà accordare o revocare la fiducia al Governo. I Senatori passeranno da 315 a 100, di cui 95 saranno eletti dai consigli regionali “in conformità alle indicazioni espresse dagli elettori alle elezioni politiche” gli altri 5 dal Presidente della Repubblica. Noi crediamo venga meno il principio cardine della nostra Costituzione: il principio della sovranità popolare: <<la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto […] costituisce il principale strumento di manifestazione della volontà popolare>>. Questo principio è violato dal fatto che si prevede che la scelta dei senatori avvenga da parte dei consigli regionali, che però dovrebbero conformarsi al risultato delle elezioni regionali. A questo punto il Senato o diventerà un inutile duplicato dei consigli regionali o, peggio ancora, un organo che viola il principio dell’elettività diretta del Senato sancita dall’Art. 1 della Costituzione della Repubblica. Non è banale questo passaggio in quanto il Senato continuerà sia la funzione legislativa che di revisione costituzionale. Ma un senato composto da chi? Espressione di chi? Nuovamente si va nella direzione di un sistema di nominati che tanti danni sta facendo al nostro paese. Viene meno il principio supremo di eguaglianza e razionalità: per la macroscopica differenza numerica tra deputati e senatori, i primi 630 ed i secondi 100, che rende praticamente irrilevanti, questi ultimi, nelle riunioni del Parlamento in seduta comune per l’elezione del Presidente della Repubblica o dei componenti del CSM, scelta che sarebbe fatta, praticamente, dalle segreterie nazionali dei partiti e non in Parlamento.

Tutto questo determinerà lo spostamento dell’asse unicamente in direzione dell’Esecutivo, grazie all’attribuzione alla sola Camera dei deputati del rapporto fiduciario col Governo, e, grazie, all’Italicum, al partito di maggioranza relativa: cioè anche col 30% dei voti e col 50% degli astenuti. L’Esecutivo diventerebbe di fatto l’unico regista dei lavori parlamentari. Il Governo dominerà, di fatto, la Camera dei deputati cui non potrà contrapporsi alcun potere esterno, essendo il Senato praticamente irrilevante. E le minoranze interne della Camera dei Deputati? Anch’esse saranno irrilevanti, infatti, l’Art. 64 della riforma prevede che il riconoscimento dei diritti delle opposizioni, ad esempio le Commissioni d’inchiesta, sarà demandato esclusivamente ai regolamenti parlamentari, con la conseguenza che sarà il partito di maggioranza e, quindi, il Governo a definirne il contenuto.

Firma CostituzioneTutto questo progetto sarebbe mosso sempre dallo stesso intento: contenere i costi di funzionamento delle istituzioni. Ma il problema dei costi non è legato unicamente al numero di persone investite, che in questo modo impatta con l’equilibrio fra organi diversi, ed in ogni caso, risultato migliore sarebbe ottenibile con leggi ordinarie e non riforme costituzionali. Limitare il numero dei senatori ad un sesto dei deputati, sopprimere le Province – anche le più grandi e popolose -costituire città metropolitane ancora una volta come enti calati dall’alto… non sono questi metodi di razionalizzazione della spesa, e non sono modi adeguati per garantire né la ricchezza né il tessuto democratico del Paese. L’unico traguardo sarà quello di sfiduciare le forme della politica intesa come partecipazione dei cittadini all’esercizio dei poteri, e la perdita della funzione territoriale della politica e dei riferimenti istituzionali, vero “sale” della nostra democrazia.

Per tutte le motivazione sopra esposte, Polis Sviluppo e Azione, pur essendo convinta della necessità di riforme delle nostre istituzioni, esprime il proprio orientamento contrario alla modifica costituzionale in atto e conferma il proprio “NO” e la mobilitazione per il prossimo referendum costituzionale di ottobre.


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