di Francesco Santoriello

(… Continua dalla Parte I) Come promesso, riflettiamo su cosa potrebbe cambiare ed in quali termini in seguito al referendum costituzionale.

– Il cambiamento epocale consisterebbe nel superamento del sistema bicamerale paritario (cd. perfetto), con la connotazione del Senato come camera a rappresentazione territoriale, composta da 100  fra consiglieri regionali e sindaci – “gravati” di doppio incarico e beneficiari dell’immunità – e dotata di un mero potere d’intervento nel procedimento legislativo. Un vero e proprio “bicameralismo differenziato”, perseguito da trent’anni a questa parte, non si otterrebbe, in verità, neppure in seguito ad esito positivo del referendum: in alcuni casi (tra i quali leggi costituzionali, legge elettorale, referendum e iniziativa popolare, attuazione di norme e politiche dell’Ue) il potere legislativo sarebbe comunque  esercitato collettivamente da entrambe le camere. Desta perplessità il criterio attraverso cui si assegnano alle regioni più popolate un maggior numero di senatori, implicando un forte sbilanciamento a sfavore di quelle medio-piccole del centro-sud. Inoltre, la camera degli anziani, non direttamente eletta dal popolo, nominerebbe i componenti laici del CSM e della Consulta, implicando così uno svuotamento dei poteri di garanzia. In conclusione, i detrattori della riforma paventano una violazione del principio della sovranità popolare (Art.1 Cost) nel fatto che il Senato, pur detenendo tali prerogative, non sarebbe più eletto dal popolo. In quest’ottica, data la immodificabilità del “nucleo duro” dei principi della carta fondamentale, la eventuale riforma sarebbe meglio definibile “incostituzionale” più che “costituzionale”.

– Il risparmio, che i promotori stimano intorno ai 500.000.000 di euro, può essere considerato quale motivo propulsore della riforma costituzionale? Ci concediate un secco NO: è impensabile stravolgere l’assetto costituzionale in vista di un contenimento della spesa pubblica che, per giunta, la Ragioneria di Stato attesta intorno ai 50.000.000 ( un decimo della stima anzidetta).

– Più chiarezza si ha in merito alla eventuale modifica del referendum abrogativo e del processo legislativo per iniziativa popolare: quanto al primo il numero di firme verrebbe portato a 800 000, in luogo delle attuali 500 000, con eliminazione del quorum del 50%+1 ( raramente raggiunto in passato); quanto alla seconda non sarebbero più sufficienti  100 000 firme ma 150 000, ma si assicurerebbe costituzionalmente la sottoposizione della proposta alla Camera. In prima analisi, pare che a dispetto di uno sbarramento iniziale più alto si otterrebbe maggiore efficacia ed incisività dei due istituti.

-Con il proposito ridurre i conflitti di attribuzione, causa delle innumerevoli violazioni delle disposizioni di diritto comunitario, si eliderebbero dall’art.117 i casi in cui Stato e regioni legiferano in maniera concorrente. Ammessa la realizzazione del fine ultimo, non sono da escludersi altri problemi causati dalle lacune del d.d.l.: la materia ambientale, ad esempio, sarebbe competenza esclusiva statale, senza possibilità di definire, con  norme più dettagliate (legge regionale), la “legge-cornice” statale,  con conseguenze negative sotto il profilo attuativo.

In ultima battuta, l’invito è quello di continuare ad informarsi per un voto cosciente, restando imperturbabili ai proclami di chi riduce la decisione di intervenire veementemente  sulla Costituzione più bella del mondo a mero gioco politico. Cambiare si deve, ma in meglio … e soprattutto con senno!


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