Referendum autonomia. Vince il “SI” ma non è una sorpresa

di Sante Biello

Ieri, domenica 22 ottobre, circa dodici milioni di cittadini sono stati chiamati a votare il referendum sull’autonomia delle regioni Lombardia e Veneto. Differenti i dati relativi all’affluenza dei votanti che, nella regione lombarda si è attestata intorno al 40%, mentre in Veneto ha raggiunto il 60% circa. Nonostante la sostanziale differenza di affluenza tra le due regioni, i “SI” sono stati  quasi unanime: il 98% in Veneto e il 95% in Lombardia. I dati soddisfano indubbiamente i due presidenti delle due regioni Maroni e Zaia, quest’ultimo in particolare poiché il quorum è stato raggiunto già prima delle 19. Da sottolineare però che nella città di Padova il quorum non è stato raggiunto, fermi al 46% ma il Sindaco Sergio Giordani ha dichiarato: “E’ giusto che questo dibattito si apra, ma che sia utile e costruttivo”.

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Cosa succederà ora? Per tutti coloro che temono la situazione della Catalogna, chiariamo subito che il Veneto e la Lombardia non vogliono staccarsi dall’Italia come invece vuole fare la regione spagnola. Certo, questa valanga di voti non può che costringere Palazzo Chigi ad ascoltare le richieste delle due regioni che in breve tempo avvieranno sicuramente una trattativa con il Governo. Zaia, in un’intervista, ha già affermato che «il 90% delle tasse dovrà restare in Veneto”. L’eventuale intesa poi dovrà essere tradotta in proposta di legge che il Parlamento deve approvare con voto a maggioranza assoluta. Le regioni possono chiedere di ottenere maggiori competenze nella finanza pubblica e nel sistema tributario: lavoro, energia, infrastrutture, protezione civile, istruzione e beni culturali. Ad ogni modo per completare l’iter, sembra che le due regioni dovranno attendere il prossimo Parlamento.

Aumenterà il divario tra Nord e Sud? Questo è ancora presto per dirlo, di certo in questi anni, anche senza l’autonomia delle regioni del Nord, il divario è aumentato. Da diversi anni, il livello dei servizi offerti ai cittadini è sempre più basso al Sud: dai trasporti alla sanità, dalle scuole alle università. Migliaia infatti sono i giovani e  lavoratori che ogni anno emigrano al Nord, e il Sud continua a perdere capitale umano e risorse finanziare. Basti pensare che negli ultimi dieci anni, per fare un esempio, il Sud ha perso 3,3 miliardi di euro di investimento in capitale umano e 2,5 miliardi di tasse che vanno alle università del Nord. Aspetteremo di vedere a questo punto le misure che attuerà questo Governo, o presumibilmente il prossimo, per rilanciare un vero sviluppo anche per le regioni del Sud.


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