Rappresentanza senza rappresentanza: tra svolta reazionaria e “autorganizzazione”

di Mimmo OLIVA e Peppe SORRENTINO

Che in giro vi sia un misto di rassegnazione e scetticismo dilagante non è in alcun modo elemento nuovo. Tra l’altro se n’è già discusso diffusamente anche sui pixel di questa testata. Nè tantomeno rappresenta un elemento di novità la stanca “ricerca” – da parte di alcuni – di un qualche spiraglio cui aggrapparsi per uscire – ci si perdoni il calembour – dalla spirale da ultime propaggini di fine impero nel quale ci troviamo, impantanati come d’autunno sull’alberi le foglie negli spaccati dell’esistenza, che sia economia, politica e – soprattutto – sociale.

Un’osservazione, però, quello che rappresenta un debole segnale dal futuro, la merita. Soprattutto perlorenz_attractor il fatto che, a nostro avviso, dovrebbe essere colto – se non per rincuorare gli stanchi ricercatori – quantomeno per attenzionare su di un processo microscopico e forse addirittura insignificante. Che è però figlio del nostro tempo. Per parlare di questo sconosciuto, l’autorganizzazione (o più correttamente auto-organizzazione), c’è parso molto significativo andare a rispolverare dalla locale cronaca recentissima un episodio passato relativamente in sordina.

La vicenda è ripescata nelle cronache di una delle più importanti cattedrali della rappresentanza: il sindacato. Il luogo del delitto? Termoli e dintorni: profondo SUD, con buona pace dei puristi. Nella fattispecie, il “Comitato Centrale” della FIOM – CGIL il 7 marzo scorso ha “preso atto” di una delibera del Collegio Statutario Nazionale della CGIL e di fatto si sancisce in FIOM – ed in tutta la CGIL – l’incompatibilità con ruoli di “direzione e rappresentanza di iscritte e di iscritte che promuovino o aderiscano a forme associative sindacali o parasindacali <<in competizione con la rappresentatività generale alla quale tende la CGIL, ovvero promuovano azioni organizzate che, di fronte alle controparti del sindacato, rompono l’unità della CGIL come soggetto contrattuale>>”.

Questi i fatti. In soldoni, l’intero sistema sindacale si prepara ad espellere – come corpo estraneo – militanti che si sono coordinati per portare avanti in proprio iniziative di conflitto sui luoghi di lavoro.

Il merito formale nasce dall’accordo del gennaio 2014 (Testo Unico sulla Rappresentanza), col quale i Sindacati firmatari hanno garantito alle controparti – tra le altre cose – l’esigibilità delle intese. Che ovviamente è una bella cosa, a prima vista. Ma, in un sistema di rappresentanza privato della rappresentanza, si traduce nella semplice imposizione dell’obbedienza. Ai delegati ed agliIl segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, all'incontro dei quadri e delegati Filctem-Cgil del Centro-nord in vista dello sciopero generale indetto dalla Cgil, Bologna 20 novembre 2014 .ANSA/GIORGIO BENVENUTI iscritti, in questo caso. Ai cittadini, volendo usare l’episodio per dare una metrica a ciò che sta accadendo – e da molto – nel sistema della rappresentanza in generale. Anche quando si fanno accordi “di vertice” che non tengono conto delle richieste dei presunti rappresentati. E queste non sono opinioni personali. E’ infatti lo stesso vicepresidente del Collegio Statutario Nazionale della CGIL, Fabrizio Burattini, che non lascia spazio ad interpretazioni nel caso di specie: “Fino a qualche anno fa la Cgil, e ancor più la Fiom, si differenziavano dagli altri sindacati perché consentivano e a volte perfino valorizzavano il protagonismo dei lavoratori, degli iscritti, dei delegati. Ed è questo protagonismo che ha segnato le conquiste più importanti. Al contrario, oggi l’iscritto modello è quello che sa solo applicare e propagandare le decisioni assunte dall’alto”.

Che non sia una faccenda interna, e neppure da poco, è chiaro se, come già sostengono diversi esponenti – semplici dissidenti, fuoriusciti od espulsi – del sindacato, questa “nuova strada” è una conseguenza della debacle sindacale su temi d’interesse generale, dal precariato alla difesa del salario a quella delle pensioni, fino ad arrivare, per mera deduzione, alla tenuta del patto sociale. Battaglie perdute senza neppure esser state combattute [s’intenda, al netto di battaglie interne, Cremaschi docet], a sentire chi nel sindacato c’ha passato buona parte della propria vita, e già da diversi anni fatica a riconoscerlo come tale. Già questo basterebbe a comprendere come la direzione presa non sia un regolamento di conti interno, né tantomeno interessi solo gli addetti ai lavori. Eppure l’intera vicenda non ha trovato spazio sui giornali, ma neppure sostegno delle forze politiche, sempre meno interessate alle lotte reali.

esdon gilda verdades incomodas - Tratto da http://lavozdelchacarero.blogspot.it/2013/09/verdades-incomodas-y-mentiras.html

D’altronde è continuare a sostenere che i diritti non vanno tutelati perché “c’è la crisi”, o l’Euro, o l’Europa, i Cinesi, gli immigrati, e chi più ne ha più ne metta, è una pietanza buona per ogni palato che non sia eccessivamente raffinato. 

Ci sono però diversi aspetti che la questione reca con sè. Ed è un fardello assai ingombrate. Il primo è che la condotta che la CGIL assume non è solo antisindacale ma, con buona pace degli apparati, incostituzionale. E francamente, trattandosi proprio della CGIL, non è semplice digerire nessuna delle due cadute. In secondo luogo, il sindacato fa suo lo slogan degli anni bui della contestazione, quel “non disturbate il manovratore” che ha segnato più di una stagione di lotta, e che oggi riassume emblematicamente lo scollamento tra una base, non più rappresentata e che attiva infiniti percorsi per ritrovare la direzione giusta, ed un vertice, che trova le proprie radici … nell’attaccamento alla poltrona. Inoltre – con questo diktat – la CGIL tende a rafforzare l’immagine all’esterno di un circolo esclusivo, e traccia tutt’attorno a se’ un perimetro ben delineato ed invalicabile. Questo potrebbe non voler dire nulla oppure tutto, dal momento in cui quelle forze residue di partecipazione che ancora si annidano nel maggiore sindacato nazionale saranno così isolate e diventeranno capitale infruttuoso lasciato all’erosione del tempo, mettendo definitivamente il sindacato al di fuori di ogni stagione di lotta. Sinceramente questo aspetto non riguarda solo il sindacato, ma la politica e i cittadini tutti. Alla luce di questo fatto, tutti gli slogan e le parole d’ordine del sindacato dovranno essere riscritte, a partire da “Il lavoro prima di tutto” ad un più plausibile “Il potere prima di tutto” . Altro fatto da rilevare è la schiacciante maggioranza con cui, al netto di pochissime voci dissonanti, questi organismi – Comitato Centrale FIOM e Collegio Statutario CGIL- hanno votato la “nuova via”. E questo da la dimensione di quella tesi sostenuta oramai da molti e da molto tempo per cui, attraverso la burocratizzazione degli organismi, lo svuotamento delle funzioni, l’impoverimento del gruppo dirigente, si segni il definitivo consolidamento al vertice di un potere senza più rappresentanza.

Del resto  i dati parlano chiaro: tra il 2014 e il 2015 sono stati persi dalla sola Cgil 723.969 tesserati, il 13% dei propri iscritti (fonte Repubblica). In tutto ciò i pensionati la fanno da padroni, da soli infatti sono più di tutte le altre categorie “attive” messe insieme: 2.644.835 loro contro i 2.185.099 gli altri. Le notizie che però timidamente trapelano danno grande preoccupazione, pare che anche i pensionati non se la passino bene. Le ragioni?  Ancora una volta viaggiano in una sorta di insostenibile leggerezza dell’essere, si trasportano nell’irrealtà, nel virtuale, nel non si vede ma c’è.  E’ mancante di una cosa fondamentale per questi tempi di grande travaglio (e a dir la verità è abbondantemente accompagnata), quella che comunemente possiamo definire la lettura della realtà, o nel caso specifico, dei “nuovi” mondi del lavoro, dentro e fuori i canoni stabiliti e rigidi di un tempo.

In questo scenario decisamente caotico, il momento fondamentale è la consapevolezza del singolo: La presa d’atto di non essere più rappresentati è la condizione necessaria, sebbene non sufficiente, a cercare un’alternativa, nell’organizzare – o meglio auto-organizzare – l’alternativa. L’attimo – amarissimo – in cui si ha il coraggio della presa d’atto di trovarsi di fronte ad un potere senza rappresentanza, ad un’istituzione non più al passo coi tempi, di un ennesimo tentativo di restaurazione. Chi ancora ha un minimo di contatto con la realtà quotidiana – con le cose semplici, come prendere l’autobus, fare la spesa, pagare le bollette, affrontare un’imprevisto senza poter contare su una telefonata salvifica – è chiamato a fare una scelta dolorosa e controintuitiva. Con la consapevolezza che il rischio maggiore è quello di un’epoca senza conflittualità sociale.


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