Rami secchi… non solo un romanzo “terapeutico”

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rami secchi foto

Ci sono libri che vanno letti. Ci sono libri che vanno letti e che entrano a far parte del vissuto di ciascuno di noi. Ci sono libri che vanno letti e poi discussi perché scandiscono un tempo, segnano una linea di discrimine. E’ il caso di “Rami secchi” di Antonio Noviello, nuova “scommessa” della casa editrice da Polis SA Edizioni. Un testo che consente di affrontare un argomento di vitale importanza e di scottante attualità: il lavoro, la sua evoluzione nella società di oggi, il rapporto con le imprescindibili leggi del profitto. Ambientato a Battipaglia, lo scritto racconta di come Antonio Noviello agguanti il sogno dell’occupazione, assunto in una nota Multinazionale delle telecomunicazioni. Da lì l’avvio di un percorso scandito, appunto, da quelle leggi del profitto che inducono a riflettere … anche a costo di riportare – da quella riflessione – il più classico dei retrogusti amari. Laddove Noviello immaginava una parabola evolutiva costellata di successi, infatti, egli si scopre lavoratore inserito in un ingranaggio dove ogni pezzo può essere sacrificato per ragioni di forza maggiore. Il problema è prenderne realmente coscienza, è sondare la reale capacità di indignarsi e sollevarsi. Non fosse altro che per una rivendicazione di rispetto umano, prima che professionale.

Mai come in questo caso la scrittura diventa per Antonio Noviello un diario intimo, un atto liberatorio. Un romanzo terapeutico? Si, ma non solo e non semplicemente. Un romanzo “storico”, anche, in quanto legato alle vicende vere di esseri umani, di uomini e donne, delle loro famiglie, di una fetta importante di territorio che va al di là della Piana del Sele dove la Multinazionale sorgeva.

Il protagonista cerca di farsi miccia per dare fuoco, nei colleghi, alle polveri della reazione, della rivendicazione, quando inizia ad intuire il destino dei lavoratori dell’azienda. E’ questo il motivo per il quale l’opera non è un semplice diario autobiografico, la trasposizione letteraria delle ambizioni artistiche di un informatico. “Rami secchi” si pone come la “maglia rotta nella rete che ci stringe” per dirla un po’ alla Montale. Uno squarcio attraverso cui guardare una vicenda che si inserisce in un “sistema”.

Non a caso, nella post fazione Maria Rosaria Nappa scrive: <<Non importa che il lettore abbia egli stesso affinità con questi temi, non si deve essere necessariamente stritolati dal “finanzcapitalismo” per sentirne la inevitabile invadente penetrazione in ogni ambito del quotidiano di ciascuno. La pausa di rimozione del tema (della sofferenza, della fatica, della drammaticità) del lavoro è finita. Ogni giorno, infatti, si segnala l’uscita di film o libri, anche di autori e registi eccelsi, che trattano finalmente del lavoro, dello scontro tra capitale e lavoro che ha assunto forme meno evidenti, più intimiste, ma non meno intense dei decenni passati, quando la cosiddetta “letteratura industriale” ha vissuto la sua stagione migliore. Tentare di inserire la propria vicenda particolare in un contesto generale non significa mitigare le responsabilità individuali, piuttosto si dà loro un respiro più ampio, nient’affatto giustificazionista o indulgente. Equivale a riportare se stessi, la propria storia, nella Storia. Senza escludere nessuno dalle vicende “macro” che sembrano esercizio accademico, ma che invece passano attraverso i nostri corpi e i nostri giorni.  Mettere a nudo lo status di operaio anche per quanti credono di essersi affrancati da tale destino (non ineluttabile, benché troppo passivamente sopportato) semplicemente perché si è raggiunto un livello salariale di tutto rispetto. Palesare, a chi non si sente appartenere alla classe dei lavoratori salariati, che non è un titolo di studio, un impiego attinente agli studi compiuti, una remunerazione ben più che dignitosa a determinare a quale schiera si appartenga, bensì il ruolo di ciascuno nella produzione: turnisti interinali del corpo fabbrica o sviluppatori software di elevatissima caratura non importa, per il “padrone” nulla cambia. […] Si avverte tra le righe la necessità, quasi l’urgenza, di disseminare il romanzo di elementi che rendano attuale, vicino, conosciuto e riconoscibile quanto raccontato in ogni contesto. Sistemico. Più ci si addentra nella maturazione civile, politica, del protagonista, più invece che diventare intimista questo romanzo si fa globale. Invece di ripiegarsi su sé stesso, l’autore allarga lo sguardo sul mondo che lo circonda, offrendo a chi si trova anche solo a costeggiare una vicenda simile la chiave di lettura più adatta>>.


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