Dall’inizio dell’anno, nel nostro Paese, la conta delle vittime per femminicidio (atto estremo con cui la violenza specifica sulle donne raggiunge l’apice) ha toccato quota 116, di fatto una ogni due giorni.

E’ convinzione diffusa che a tale rischio si espongano femmine colpevoli di essere tali, arrendevoli nel gioco di coppia e magari vittime di una cultura atavica e ancora saldamente matriarcale che da millenni assegna al maschio un ruolo che spesso egli stesso non sente suo ma, ai più fragili o a coloro che non sanno scegliere, non resta altro che interpretare.

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Proviamo ad essere politicamente scorretti, scivolando sul filo della provocazione e stigmatizzando il filo rosso che lega questo che, dalle cronache, sembra essere un fenomeno sociale diffuso, coniugandolo ad altri di medesimo radicamento e violenza.

Per cominciare non credo vi sia un’escalation in corso ma molta più conoscenza dei fatti che accadono, grazie anche alle crepe creatasi in quel silenzio omertoso che in passato, per motivi di opportunità personale o di salvaguardia della famiglia, si calava su tali eventi.

Oggi la violenza sulle donne catalizza giusto interesse e attenzione mediatica, un fenomeno a cui spetta di diritto il turno di non essere diluito nel mare magnum di avvenimenti sociali importanti che ci affliggono in vari modi, minando con effetti diversi la sacralità dell’individuo.

La letteratura è testimone attendibile di quanto la violenza nel privato abbia caratterizzato la storia umana.

Senza andare troppo lontano, e restando sul multimediale, mi vengono in mente film come La Guerra dei Roses o Attrazione Fatale, oppure canzoni di mala (come quella di Raffaele Viviani) che raccontano la forza di una donna che sostiene un fidanzato violento e cinico (Bammenella” ‘e coppe Quartiere):lo fa con abnegazione, quasi con gusto, ma qualcuno potrebbe obiettare che a scriverla sia stato un maschio.

Ma andiamo per ordine. Il soggetto è la violenza, un male antico, una caratteristica tipica della specie umana, tanto dinamica nella sua espressione che, a seconda delle condizioni, viene considerata unica nel mondo animale.

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In fondo la violenza non è figlia di ragionamenti logici né di gerarchie, ma di reazioni elaborate velocemente sulla scala metrica dell’amor proprio, della lesa maestà, del torto subito, della convenienza o della paura. Ed è per questo motivo che le reazioni violente non sono quasi mai premeditate e beneficiano delle attenuanti generiche, seppur mai legittimate da validi motivi e comunque riprovevoli nell’efferratezza.

Nella Hit Parade delle pene umane la violenza di genere è oggi una “superstar” , ma in classifica si registrano ex aequo non meno complessi e talvolta con uno score di vittime più imponente.

Il numero e i destinatari di violenza ci confermano indiscutibilmente che il problema sta nella percezione della diversità, vissuta da sempre come una minaccia e mai considerata come un elemento su cui confrontarsi pacificamente.

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L’elenco è lungo e certamente incompleto: sono destinatari di violenza fisica e morale i bambini, i gay, i transessuali, i religiosi di ogni culto, i profughi, i diversamente entici, i diversamente abili, i genitori, i figli, le prostitute, i meridionali.

Tutti “pericolosi diversi” che minano l’equilibrio del nostro privato e, fa specie dirlo, tra questi anche le donne.

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Sulla specificità dell’essere donna se n’è parlato, se ne parla e se ne parlerà in eterno. Tante analisi che, da prospettive diverse e a più voci, sottolineano un succulento melting pot di caratteristiche: arguzia, intelligenza pronta ed elaborativa, spirito di sacrificio, maggiore resistenza agli stress emotivi, capacità manageriali, senso del potere.

Il collega Aldo Cazzullo ci ha scritto un libro (Le Donne Erediteranno la Terra). Opera “in topic” che vende bene, tenuto conto della crisi editoriale in cui siamo inpantanati.

Vox populi conferma: il pattern cromatico della donna è più articolato e complesso e, giuro, su questo argomento io non ho dubbi.

Ma tra i meritati riconoscimenti di un profilo (che in coscienza non credo sia attribuibile tout court a chiunque) si fa strada il timore che anziché ragionare delle capacità individuali, tornando a sbagliare, si scivoli di nuovo sul pregio di genere e sulla sua supremazia, ribaltando paradossalmente lo schema.

Non vorrei che in futuro – esasperando – si contassero le vittime per maschicidio.

Ma questo è un altro film.


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