Qualcuno salvi l’America da Donald e Hillary

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di Marta Naddei

Hillary Clinton e Donald Trump durante uno dei tre dibattiti televisivi
Hillary Clinton e Donald Trump durante uno dei tre dibattiti televisivi

Immaginate di dover scegliere se mangiare un piatto a base di chiodi o uno pieno di sassi. Ecco, io penso che gli americani si trovino di fronte a una scelta dello stesso tipo: quella tra il tycoon Donald Trump e l’eterna first lady Hillary Clinton. Uno che di politica non ne ha mai capito niente e lo ammette candidamente e l’altra che la politica la vive e la mastica da circa 40 anni.

Esprimere una preferenza è difficile, quasi impossibile. Almeno per me. Fossi nata “a stelle e strisce”, una volta appresi i candidati alla Casa Bianca, avrei prontamente avviato le pratiche per la richiesta di asilo politico in Islanda.

I “Mina e Alberto Lupo” d’Oltreoceano si stanno sfidando a colpi di accuse e insulti di ogni genere: dalle condizioni di salute dell’uno e dell’altro, agli errori passati, presenti e pure quelli futuri, fino agli scambi da “asilo Mariuccia” fatti di “bugiardo!”, “no, bugiarda sei tu!”. Diciamo che i tre confronti televisivi (che, stando ai dati, sono stati vinti tutti dalla candidata democratica) saranno ricordati più per i battibecchi che per le proposte – ammesso che ne abbiano di concrete – per il Paese. Insomma, non proprio dibattiti d’alta levatura politica; d’altronde, di scheletri nell’armadio (ma poi mica tanto nell’armadio) ne hanno entrambi e farne l’elenco sarebbe tedioso tanto per me che ne scrivo quanto per chi ne leggerà.

Lui – con la vasta gamma di frasi sessiste, rivolte a qualunque essere umano di sesso femminile che respirasse, racconti bollenti e la fantastica idea di costruire un muro tra gli States e il Messico per impedire l’ingresso degli immigrati provenienti da Sud – è il perfetto e inquietante mix tra due altissimi statisti di casa nostra, ovvero Silvio Berlusconi e Matteo Salvini.

Lei – che porta sulle spalle il peso di 30mila e-mail “pirata”, dunque non autorizzate, contenenti informazioni segrete e non divulgabili, la cui cancellazione è stata giustificata come “errore” e sconta ancora, dopo oltre 20 anni, gli scandali sessuali del marito Bill, dinanzi ai quali ha chiuso occhi, orecchie e bocca, come se nulla fosse mai accaduto – è il fulgido esempio della consolidata storia delle dinastie in seno alla politica americana: i Kennedy, i Bush, i Clinton stessi (significativa è, secondo me, la circostanza per cui la signora Hillary si presenti, da tempo immemore, come lady Clinton e non con il suo cognome da nubile).

Tra i due, la sostanziale e decisiva differenza risiede nell’approccio alla campagna elettorale per le Presidenziali del prossimo 8 novembre: Trump – da neofita – è un fiume in piena e il non collegare il cervello alla bocca è la caratteristica peculiare del suo modus operandi. Un modus operandi inviso agli stessi Repubblicani che si sono esposti anche con pubbliche prese di distanza (basti pensare all’ex candidato alla Casa Bianca John McCaine o all’ex governatore della California Arnold Schwarzenegger). Qualcuno, anzi molti dei suoi sostenitori ritengono si tratti di “sincerità”; una sincerità che si è manifestata anche quando con serena tranquillità il magnate ha ammesso di sentirsi molto intelligente perché non paga – e non ha pagato – le tasse (seppur legalmente). Immagino quanto abbiano apprezzato tutti gli americani che le tasse le pagano. Irruente, verbalmente “violento”, senza controllo: dice davvero tutto quello che gli passa per la testa, salvo poi scusarsi quando gli fanno notare di “averla fatta fuori dal vaso”.

Clinton è un vero e proprio animale politico. Forse più del marito (piccolo inciso a proposito di Bill: paradossalmente, se dovesse vincere le elezioni, Hillary siederà alla stessa scrivania sotto la quale si consumò uno dei più grossi sex-gate che l’America ricordi). In tutti questi anni, lei c’è stata sempre, ha mosso i fili, ha sopportato e supportato per poi di scendere in campo in prima persona, in principio nelle vesti di Segretario di Stato e ora come candidata alla Casa Bianca. Durante i confronti televisivi, è calma ma decisa, glissa con abilità sulle accuse che le si muovono ma soprattutto è perfettamente consapevole di ciò che può dire e di ciò che assolutamente non deve dire.

Una è un politico nel vero senso del termine che vuole fare finalmente il balzo di qualità, dopo anni trascorsi all’ombra del marito prima e di Barack Obama poi; l’altro è un settantenne che si è svegliato una mattina e, forse non sapendo cosa fare più nella sua vita, ha deciso di candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti.

Le mie idee sono certamente più affini a quelle di Hillary Clinton (eccezion fatta per la disastrosa e guerrafondaia politica estera) che non a quelle di Donald Trump ma il punto fondamentale è che non sempre le idee migliori vengono veicolate dal soggetto più indicato. Per questo, ancora “mi piango” Bernie Sanders (del quale condividevo molti punti del programma), uscito sconfitto dalle primarie interne ai Democratici per la scelta del candidato presidente. Inutile dire che, a mio avviso, nella vittoria della Clinton contro il candidato socialista hanno pesato due fattori: oltre al cognome “pesante”, anche la suggestione di avere il primo presidente donna degli Stati Uniti.

Comunque vada non credo proprio sarà un successo, anzi. L’8 novembre è ormai vicino e almeno lo stillicidio della campagna elettorale, per gli americani ma pure per gli italiani, finirà. E comincerà il peggio. Com’è che dicono negli Stati Uniti? God bless America? E tengono ragione!


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