Pittogrammi misteriosi e strane apparizioni. La Grotta dei Cervi, la grotta ‘proibita’ del Salento.

È il 1 febbraio del 1970. È l’alba, il buio avvolge ancora il paesaggio incantevole del Salento, mentre il freddo fa sentire gli effetti di un inverno rigido. Tutto ciò non scoraggia alcuni componenti del Gruppo Speleologico ‘De Lorentis’ di Maglie nell’ incontrarsi per proseguire un’ispezione già iniziata da qualche tempo sul pianoro di Badisco, nei pressi di Otranto (Lecce), uno dei luoghi più suggestivi del territorio salentino. Il gruppo è formato da Severino Albertini, Isidoro Mattioli, Remo Mazzotta, Enzo Evangelisti e Daniele Rizzo, tutti accomunati dalla passione per la speleologia e dalla voglia di scoprire qualcosa di importante. Il destino sembra accontentarli proprio quel giorno. Sono ancora le 4 del mattino, i cinque uomini hanno da poco avviato le ricerche, quando uno di loro, Albertini, sente l’esigenza di appartarsi per espletare un proprio bisogno fisiologico. In quell’attimo avverte sulla sua pelle uno strano vapore che proviene da una buca nel terreno. Richiama subito l’attenzione dei suoi colleghi che in un attimo accorrono e lo raggiungono. Da quella buca continuano a uscire strani vapori e gli speleologi, incuriositi, si mettono immediatamente a scavare. grotta

All’improvviso, da quella che si sta delineando come una cavità sotterranea, sbuca una vipera che fa trasalire i cinque uomini. Non fanno in tempo a riprendersi dallo spavento che percepiscono una presenza alle loro spalle. Quella che appare ai loro occhi è una figura femminile avvolta in abiti scuri, dalle sembianze non più giovanili.“Se bb’è ssuta la sacàra iti truvàtu l’ acchiatura!”( ”se avete trovato la vipera, avete trovato il tesoro”), una frase in dialetto locale, pronunciata dalla donna in pochi secondi poco prima di scomparire misteriosamente nel nulla. Convinto di essere preda di suggestioni dovute all’atmosfera enigmatica che si sta creando, il gruppo, dopo qualche attimo di straniamento, non si lascia intimorire e avanza nello scavare nella cavità. Dopo ben 10 ore di lavoro, quello che si manifesta è stupefacente: una grotta enorme le cui pareti sono ricoperte da ben circa 3000 pittogrammi, segno tangibile della presenza umana ai tempi del Neolitico in quei luoghi. Sono tutti in guano di pipistrello e ocra rossa, databili intorno ai 4.000 e i 3.000 anni a.C., e rappresentano uomini che tendono l’arco, donne, bambini, animali come cervi o cani, oggetti e immagini dal contenuto simbolico o religioso. Davanti a tanto splendore, il gruppo non può non proseguire nello scavare, e ora è ancora più mmaniotivato. Ma gli imprevisti sono dietro l’angolo. I cinque stanno per addentrarsi in un anfratto, quando sentono degli strani rumori provenire da lontano. Sembra un tam-tam simile a quello di un tamburo, che aumenta man mano d’intensità. Non osano andare oltre e rimangono fermi aspettando che quel rumore smetta di risuonare nella grotta. Invece, dal fondo, ecco intravedersi due macchie rosse, come due occhi infuocati. La paura ormai è troppa e il gruppo scappa via riemergendo in superficie. Passano i giorni e gli speleologi decidono di ritornare in quella grotta, ma questa volta con loro ci sono anche un fotografo, Pino Salamina e Nunzio Pacella. Quello che è stato scoperto non può rimanere nascosto.

È un tesoro troppo prezioso, i salentini devono sapere cosa si nasconde sotto le loro terre. La grotta si snoda lungo cunicoli sotterranei collegati tra loro attraverso tre corridoi principali, dove vengono ritrovati scheletri e vari reperti archeologici. Ma ciò che più affascina maggiormente è la moltitudine di pittogrammi, molti dei quali incomprensibili, che riempiono le pareti. Alcuni sembrano raffigurare scene di caccia di cervi, per questo la grotta verrà chiamata ‘Grotta dei Cervi’. Tra gli spazi più incantevoli e allo stesso temspeleologhipo misteriosi, quella che viene definita ‘Sala delle manine’, per via delle migliaia di impronte simili a quelle di bambini che si possano ammirare sulle sue mura.
Tutto viene immortalato, con la speranza che venga custodito con cura e che possa essere accessibile a tutti. Questo però non avviene, già all’indomani della notizia del ritrovamento della grotta, la Sovrintendenza Archeologica di Taranto chiude ogni accesso a quello che viene definito come il complesso pittorico neolitico più imponente d’Europa, o come “la Cappella Sistina della Preistoria”. Solo qualche mese fa, in occasione del 47° anniversario del suo ritrovamento, sembra che si sia giunto a un accordo che permetterebbe di visitare almeno la parte anteriore della grotta.
Nel frattempo tante sono le storie nate intorno ad essa, riguardanti soprattutto l’ipotetica presenza di strani e inquietanti personaggi, il significato indecifrabile dei vari pittogrammi o l’uso stesso che ne se faceva in passato. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che la grotta venisse usata per riti magici, mentre non si spiegano i fenomeni che hanno caratterizzato il suo ritrovamento, come l’identità della vecchia o il senso nascosto dietro le parole da essa pronunciate. Di certo non sono pochi gli enigmi che ruotano intorno a una dei luoghi più interessanti della Puglia e che sembrano destinati a rimanere chiusi nella grotta ‘proibita’ del Salento.

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