Pietro Maso – 53 minuti per spegnere due vite.

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Montecchia di Crosara, trentacinque chilometri da Verona, comune disseminato di vigneti e ciliegi che colorano un paesaggio spettacolare e alimentano una fiorente attività agricola. Luogo di antica storia e ammirevole architettura, in cui il Duomo di Santa Maria e la Chiesa di San Salvatore allietano l’occhio dei poco più di quattromila abitanti.

Pietro Maso - Fonte: documoo.it
Pietro Maso – Fonte: documoo.it

È in questa cornice preziosa che il 17 aprile 1991 viene commesso l’orribile omicidio che vede protagonista Pietro Maso, quasi ventenne che, insieme a tre amici, uccide i genitori, Antonio Maso e Mariarosa Tessari.

“Crimini e omicidi – il fascino dell’oscurità” ricorda oggi un altro delitto commesso per mera avidità.

Pietro Maso è all’apparenza un ragazzo come molti altri, appartenente a una famiglia molto religiosa composta da lui, i genitori e le due sorelle maggiori, Nadia e Laura.

Qualcosa a un certo punto modifica la personalità del ragazzo, o comunque la rivela, tanto che Pietro Maso abbandona l’istituto agrario ormai al terzo anno e si dedica a lavori poco remunerativi e gratificanti. La sua vita fino ad allora tranquilla inizia a movimentarsi abbracciando un vero e proprio ideale consumistico, che lo porta ad acquisti costosi nel campo dell’abbigliamento e degli accessori e alla frequentazione di locali e discoteche.

Essendo un ragazzo di bell’aspetto e esibendo una ricchezza che in realtà non gli appartiene, Pietro Maso ha solamente l’imbarazzo della scelta per quanto riguarda la compagnia femminile e cambia spesso ragazza non affezionandosi realmente a nessuna, interessato più a un’ostentazione del bello e a un insano egocentrismo.

Giorgio Carbognin - Fonte: Corriere del Veneto
Giorgio Carbognin – Fonte: Corriere del Veneto

I suoi “amici del cuore” sono Giorgio Carbognin e Paolo Cavazza, entrambi di diciotto anni, e Damiano Burato di diciassette.

Pietro Maso non intende aspettare il naturale corso degli eventi per entrare in possesso della sua parte di eredità e inizia quindi a escogitare piani per eliminare i genitori, con cui tra l’altro conduce una vita tranquilla senza particolari pressioni o disaccordi. Ovviamente il padre e la madre dimostrano una lecita preoccupazione nei confronti di un figlio che conduce una vita mondana sopra le righe e che non riesce a mantenere un impiego fisso, avendo anche lasciato un posto da dipendente in un supermercato, ma l’omicida stesso dichiarerà che comunque a loro voleva bene.

Mariarosa Tessari e Antonio Maso - Fonte: L'Arena.it
Mariarosa Tessari e Antonio Maso – Fonte: L’Arena.it

Il trio, i cui componenti non eccellono per qualità intellettive, inizia quindi a preparare delle strategie per eliminare i Maso, che non vanno comunque subito a buon fine.

È proprio la signora Mariarosa a trovare nella taverna due bombole di gas, una centralina di luci psichedeliche, una sveglia e dei vestiti che chiudono la bocca del camino. Quelle luci particolari si accendono grazie ai forti suoni e la sveglia è fissata alle ore nove e trenta, cioè pochi minuti dopo il ritrovamento da parte della donna.

Pietro si giustifica dicendo che quel materiale sarebbe servito per una festa.

In realtà se il piano avesse avuto successo la casa sarebbe esplosa insieme ai genitori e alle sorelle quando la sveglia, suonando, avrebbe accesso le luci psichedeliche che, emettendo scintille, avrebbero innescato le bombole a gas. I vestiti inseriti nella bocca del camino avrebbero potenziato l’esplosione impedendo la fuoriuscita dello spostamento d’aria. Fortunatamente le manopole delle bombole a gas non erano state aperte.

Qualche giorno prima dell’efferato omicidio, sempre la madre trova in una tasca di un paio di pantaloni di Pietro Maso una cospicua somma di denaro. Sorpresa, dato che il ragazzo si era licenziato anche dal suo ultimo impiego in un autosalone, chiede delucidazioni al figlio che le spiega come i soldi siano un residuo della liquidazione dovutagli e si offre di accompagnarla all’autosalone per chiedere conferma al suo ex datore di lavoro.

Insieme a loro sale nel retro dell’automobile Giovanni Carbognin, che ha il compito di colpire la donna alla testa con uno schiaccia-bistecche.

Dato che il giovane non trova abbastanza coraggio per eseguire gli ordini dell’amico, questi deve improvvisare un’altra scusa per evitare che la madre arrivi a destinazione, e quindi inventa di aver ricevuto il denaro da una persona scoperta a trafficare con i computer, in cambio del suo silenzio.

In realtà i ventiquattro milioni di lire sono il frutto di un prestito bancario chiesto da Giorgio Carbognin con garanzia di Aleardo Confente, suo datore di lavoro. Con quei soldi il ragazzo intende comprare una Lancia Delta Integrale, ma la sua famiglia si oppone all’acquisto e Carbognin utilizza i soldi insieme a Pietro Maso spendendoli in ristoranti, discoteche e gioiellerie, invece di restituirli.

Per aiutare l’amico, Maso falsifica un assegno a nome della madre, perciò diventa urgente un delitto che avvenga prima della scoperta della truffa da parte della signora Tessari.

Il terzo e ultimo tentativo di assassinio non riuscito, sempre con Giorgio Carbognin in veste di sicario, prevede un agguato nel garage di casa Maso.

La notte tra il 17 e il 18 aprile 1991 purtroppo il piano criminale va a buon fine.

Pietro Maso, Giorgio Carbognin e Paolo Cavazza - Fonte: cronacanera.it
Pietro Maso, Giorgio Carbognin e Paolo Cavazza – Fonte: cronacanera.it

Pietro Maso con Giorgio Carbognin, Paolo Cavazza e Damiano Burato cercano di coinvolgere anche un altro loro amico, Michele, ma questi immagina stiano scherzando e dopo averli riaccompagnati dal bar John di Montecchia a casa Maso, decide di andarsene.

Sono le ventitré e i signori Maso non sono ancora a casa perché stanno rientrando da un incontro dei neo catecumenali.

Dieci minuti più tardi entrano in casa. La luce non si accende, quindi il signor Antonio Maso sale le scale per andare al contatore e viene colpito brutalmente da Pietro con un tubo di ferro e da Damiano con una pentola. La signora Maso viene invece aggredita da Paolo e Giorgio con un bloccasterzo e una pentola. La povera donna però non muore sul colpo, quindi il figlio la soffoca con del cotone ficcato in gola e un sacchetto di nylon.

Cinquantatré minuti per spegnere due vite.

Gli assassini si liberano delle tute indossate per non sporcarsi di sangue e delle maschere. Paolo e Damiano tornano alle proprie case e Pietro, per costruirsi un alibi, va con Giorgio in discoteca.

Rientra a casa alle due del mattino e finge la scoperta dei genitori cadaveri, chiedendo aiuto ai vicini e dicendo loro che nel salire le scale ha intravisto un paio di gambe.

Le prime indagini battono la pista di un omicidio effettuato a scopo di rapina, ma il furto è chiaramente simulato. Molti sono gli indizi rilevati dai Carabinieri che fanno nascere la terribile ipotesi che l’omicida sia il figlio delle due vittime, il quale ha tra l’altro un comportamento non consono a chi si trova ad affrontare la sua stessa situazione.

Quando viene scoperto l’ammanco di venticinquemila euro tramite assegno della signora Maso, anche Nadia e Laura, le due sorelle di Pietro, iniziano a sospettare del fratello. Sulla rubrica del telefono ci sono prove di scrittura di firma e cifra, ma Pietro si giustifica dicendo che in effetti la madre aveva intestato quell’assegno a Giorgio Carbognin, anche se non sa nulla delle scritte ritrovate.

Due giorni dopo il delitto, messo alle strette e preso dalla stanchezza, Pietro Maso confessa di aver ucciso i genitori, seguito dai tre amici.

I ragazzi vengono ovviamente arrestati per omicidio volontario premeditato e pluriaggravato da crudeltà, futili motivi e vincolo di parentela.

Vittorino Andreoli, psichiatra, docente e scrittore, viene nominato per la perizia psichiatrica. Gli imputati risultano sani di mente. Pietro Maso è affetto da un disturbo narcisistico della personalità, ma ciò non pregiudica la sua sanità mentale.

Prima della condanna, e per diversi mesi, Pietro Maso insiste per entrare in possesso della sua parte di eredità.

Il 29 febbraio 1992 Pietro Maso è condannato a trent’anni e due mesi con il riconoscimento della seminfermità mentale al momento del fatto, Giorgio Carbognin e Paolo Cavazza a ventisei anni ognuno e il minorenne Damiano Burato, tredici. La Corte d’appello conferma in secondo grado la sentenza, così come la Corte di Cassazione.

Nel 1996 Pietro Maso chiede perdono al Signore per ciò che ha commesso e di cui si dichiara pentito, tramite una lettera scritta dal carcere di Opera in provincia di Milano, indirizzata al Vescovo di Vicenza Pietro Giacomo Nonis.

Nel 2008 gli viene concessa la semilibertà e inizia a lavorare per una ditta di assemblaggio di computer di Peschiera Borromeo.

Pietro Maso - Fonte: ilfattoquotidiano.it
Pietro Maso – Fonte: ilfattoquotidiano.it

La fine della pena viene anticipata di tre anni, quindi al 2015, e alla fine viene liberato il 15 aprile 2013. Inizia a lavorare presso Telepace, un’emittente cattolica.

Libro "Il male ero io" - Fonte: fanpage.it
Libro “Il male ero io” – Fonte: fanpage.it

Sempre nel 2013 esce il libro “Il male ero io”, edito da Mondadori, scritto da Pietro Maso e dalla giornalista Raffaella Regoli.

Dopo ventidue anni però, Pietro Maso minaccia le sorelle che vengono messe sotto scorta.

Pietro Maso - Fonte: notizie.tiscali.it
Pietro Maso – Fonte: notizie.tiscali.it

A causa di questo e dell’accusa di tentata estorsione ai danni di un vecchio conoscente, l’uomo viene iscritto nel 2016 nel registro degli indagati e ricoverato in clinica psichiatrica per turbe mentali e dipendenza da cocaina, dove si trova tuttora.

Paola Bianchi


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