Perrella: “Con Di terra e mare cerco di dare voce ai sentimenti primari della vita”

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Un libro, quello di Raffaele La Capria e Silvio Perrella intitolato “Di terra e mare” (Laterza, 2018), che si presenta come una piacevole ed istruttiva conversazione tra due amici di sempre, entrambi che hanno dedicato, seppur con diverse professionalità, la loro esistenza alla Letteratura ed alla ricerca della vera indole dell’uomo.

Come il decano degli scrittori della Letteratura italiana, Raffaele La Capria, andava a fondo nelle acque napoletane da esperto subacqueo, va a fondo della sua stessa scrittura cercando sempre un suo stile che nel corso degli anni ha spesse volte mutato; così Silvio Perrella, critico letterario e firma de Il Mattino di Napoli, indaga l’amico storico, cercando di esplorare la sua indole di scrittore e di uomo. In “Di terra e mare”, il lettore viene sin da subito intrigato e reso personaggio principale di un duetto incalzante che i due intellettuali realizzano su ogni branca dello scibile umano, dalla Letteratura alla poesia e penetrando, con l’arguzia dell’esperienza di La Capria e con la sapiente analisi di Perrella, gli assoluti misteri dell’esistenza.

Lei, Perrella, analizzando l’opera di La Capria, è come se riscontrasse la presenza degli elementi della Terra: l’aria, la luce, soprattutto l’acqua, presenza costante nell’opera dello scrittore napoletano. Se è così, secondo Lei, quale di questi è perennemente a prevalere?
Mi consenta di rispondere alla sua domanda precisando che “Di terra e mare”
(Laterza) non è un’opera di critica letteraria. Le definizioni e gli studi, riguardanti la
scrittura di La Capria, li ho fatti altrove, soprattutto curando il Meridiano Mondadori
che squaderna e interpreta l’intera opera. “Di terra e mare”, invece, è un breve
romanzo di conversazione e di amicizia. E quel che più conta è la musica dei pensieri
che abbiamo provato ad eseguire. E’ un libro nato mirando all’essenzialità ed è il
frutto di una stratificazione di anni e anni. Incontri, scambi, viaggi, discussioni, e
soprattutto condivisione pur nella diversità. Ed è in questo senso che Claudio Di Palma ha deciso di metterlo in scena, come avverrà il 2 agosto a Sessa Cilento, a palazzo Coppola, nell’ambito del festival “Segreti d’autore”. E in quella stessa serata, come una sorta di preludio, mi racconterò, utilizzando anche un mio nuovo libro che s’intitola “Da qui a lì” (italosvevo).
Dunque anche il vostro libro è scritto seguendo quel che La Capria ha definito lo “stile dell’anatra”?
Il primo titolo del nostro libro era “Scritto con la voce”. Mettere per iscritto la voce non
è semplice, ma da un certo momento in poi è un qualcosa che ha accomunato i nostri
lavori. Affidarsi alla voce significa dare alle frasi una sensualità che non si fa
incarcerare dalla grammatica. La sintassi si fa mobile e a tratti sottomarina. Affidarsi
alla voce significa anche fare i conti con l’abbandono attivo. L’abbandono attivo, cioè la possibilità insieme vigile e svagata di abbandonarsi al “voler dell’onda”, è quel che mi è sembrato d’imparare dalla mescola di opera e vita di La Capria. Come lui, sono un nuotatore e mi piace immergermi nell’acqua del linguaggio utilizzando lo stile libero, ma senza privarmi degli altri stili, soprattutto del dorso. Ribaltare il corpo, come racconto in un mio prossimo libro spiccatamente narrativo che s’intitola “Io ho paura”, è un po’ come ribaltare l’io; ne deriva una percezione dell’intorno a te indiretta e dunque fantasticante. E a volte ti può capitare di fare dei “pensieri lievi”, come quelli dei quali parliamo all’inizio del libro. Altre volte si appesantiscono.
Nel vostro libro, La Capria afferma che da una parte solo la narrazione può dare un ordine al caos, ma si tratta di un ordine soggettivo, non “del cosmo”. Lei si trova d’accordo con questa affermazione? E’ un’affermazione molto calviniana…
Come sa, mi sono lungamente occupato di Calvino; il libro che gli dedicai,
pubblicato anch’esso da Laterza, sta per compiere vent’anni. E per fortuna, e
direi miracolosamente con i tempi che corrono, è ancora disponibile in libreria.
I rapporti tra l’uno e il molteplice, tra l’io e il cosmo, tra l’intero e il particolare sono stati all’origine di un libro come “Palomar”; un libro che ha orientato per
molto tempo le mie letture. Il mio calvinismo giovanile, quando si è incontrato, con le scritture sia di Goffredo Parise sia di La Capria ha però subito una metamorfosi. E questa
metamorfosi riguarda la presenza del corpo nell’atto dello scrivere, e
soprattutto di quella parte volatile costituita dalla voce, alla quale ho dopo
sempre più importante. La voce mentale di Calvino ha provato a trasformarsi in
una voce sensuale. Sì, raccontare è un modo di dare un ordine al caos del mondo.
ma senza l’ambizione sistematica d’irrigidirlo in formule teoremi e concettualizzazioni. In “Di terra e mare”, a questo proposito, parliamo della passione di entrambi per Proust. Cioè di uno dei rari casi nei quali la mente del poeta e quella del
filosofoso si sono artisticamente sposate, costruendo una cattedrale in continua
metamorfosi, un po’ come la Sagrada Familia di Barcellona.
Il popolo napoletano, per istinto, ha scritto la sua storia con la forza dell’istinto, sostiene La Capria sollecitato da lei. Che cosa intende?
Intende che la sapienza è più importante della cultura. E può esserci un popolo, come
quello napoletano, che Montesquieu definì come un popolo più popolo degli altri, che
ha saputo creare una grande rete di relazioni conoscitive, pur non essendo in grado di
spiegarle. E questo deriva dal fatto che si tratta di un popolo antico. E antica è Napoli. E poggia su un sostrato greco importante e fertile.
Si capisce da questi accenni che per parlare della sapienza napoletana bisogna avere
una visione plurisecolare; e bisogna anche tenere da conto le fratture, spesso tragiche,
che ne hanno fatto sussultare la storia. Da noi natura e storia sono in un dialogo perenne,
come aveva già all’origine intuito Virgilio.
Nel libro vengono evocati alcuni scrittori, come ad esempio, Goffredo Parise. Quali altri autori della Letteratura italiana contemporanea sono stati molto vicini all’opera dell’autore di “Ferito a morte”? Riformulando la domanda: “Ferito a morte” con quale altro classico del Novecento potrebbe stare accanto?
Come le dicevo all’inizio, “Di terra e mare” non è un libro concettualizzante. E’
piuttosto un nostro tentativo di dare voce ai sentimenti primari della vita: la
nostalgia, il desiderio, il tempo che passa, la felicità della luce e del mare, la
sofferenza e la solitudine, l’amicizia come affinità elettiva. In questo senso il libro con il quale abbiamo più implicitamente ed esplicitamente dialogato ha un titolo che è già tutto un programma di essenzialità. Mi riferisco ai “Sillabari” di Goffredo Parise, che l’autore definiva “poesia in prosa”. E la poesia come forma di conoscenza, come sapere portatile
dell’anima, conta molto nel nostro dialogo.
Questa vostra amicizia porta ad un arricchimento reciproco, letterario ed umano. Cosa ha dato, dà e può dare Raffaele La Capria a Silvio Perrella e viceversa?
Posso rispondere solo per quel che mi riguarda. Raffaele La Capria è stato ed è
un tesoro nella mia vita.


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