1995, all’indomani della fine della guerra nell’ex-Jugoslavia, in un punto imprecisato della Bosnia, un gruppo di cooperanti è alle prese con il recupero di un cadavere sprofondato in un pozzo. Ma c’è un problema: ma manca la corda.

perfect dayPerfect day” (SPAGNA, 2015) decisamente strano. Un prodotto europeo, ma con un cast hollywoodiano. Si presenta con un’ambientazione extra-europea, parliamo della Bosnia, ma in realtà è stato girato tra Sierra Nevada e Granada. Eppure c’è molta verità in questo film, più che in molti documentari sulla straziante pagina della guerra che dal 1992 al 1995 ha insanguinato quella parte d’Europa, a noi così vicina. Soprattutto in relazione alla fase più difficile: l’uscita dalla guerra e la ricostruzione, se non della pace, almeno di una decente convivenza.

Il regista è il madrileno purosangue Fernando Leòn de Aorana che l’ha anche sceneggiato, traendo lo script da un romanzo preesistente di Paula Farias. Al regista si deve un bel film del 2002, “I lunedì al sole” che parla di un gruppo di operai disoccupati dei cantieri navali di Galizia, in cui l’approccio documentario ad una realtà sociale attentamente ritratta ben si sposava a quella vena di spaesamento psicologico che era la condizione di disoccupato. Anche in questo film i cooperanti, in Bosnia, galleggiano in una simile atmosfera rarefatta. È gente che fa volontario non solo per vocazione, ma anche per mestiere, vivendo di riflesso una situazione altamente drammatica che, pur non appartenendogli, li coinvolge in maggiore o minore grado.

perfect dayMolto indicativa la locandina del film: si vedono i protagonisti che guardano, appoggiati sulla bocca del pozzo (quello della vicenda principale), verso l’interno ma noi li vediamo come dall’alto in una sorta di prospettiva trompe-l’oeil rinascimentale alla Mantegna di Giulio Romano. Certo non sono puttini ma uomini che osservano l’abisso rappresentato da un’altra guerra insensata, in cui, alcuni uomini di buona volontà, cercano di mettervi delle pezze: limitate, poco incisive ma almeno ci provano. I protagonisti vanno incontro a difficoltà e intralci più svariati: alcuni oggettivi ma altri, molti per la verità, dettati da pura e presuntuosa  stupidità cui si accoppia il più spregevole utilitarismo. Ricordiamo a Szebrenica come, clamorasomente, il massacro avvenne a pochi passi da un contingente di Caschi Blu olandesi dell’Onu, che non “potettero” intervenire.

Il film ci parla di tutto ciò ma lo fa a partire dal “dopo”, dalle difficoltà che ci sono nel ripartire dando all’insieme, ed è questa la sua più riuscita caratteristica, un ritmo da commedia. Questo approccio non espugna la drammaticità dei fatti, al contrario, in un certo qual modo la esalta. Perché ce la mostra in un clima di leggerezza narrativa, ma anche attenta, in quanto l’occhio, che osserva i fatti della guerra, è dei cooperanti. La soggettività è filtrata dalle dialettiche interne al gruppo, dall’incontro dei loro caratteri e motivazioni individuali, che sono di gente matura che ha fatto scelte individuali di profilo ideale e non legate alle violenze tribali del posto; e di come essi s’interfaccino tra loro e con la autorità di fatto cui sono sottoposti, siano esse militari ONU, o della criminalità sul territorio o rappresentative di strascichi, più o meno terminali, di ferocia. La prospettiva dello sguardo riesce ad essere collettiva e plurale. Il loro sentirsi gruppo è reale e serve al regista per creare un andamento narrativo originale, che indubbiamente proviene dal libro di partenza ma merito non piccolo del regista è di essere riuscito a trasporlo, senza collassare, sui ritmi cinematografici.

perfect dayGli attori sono perfettamente a loro agio in questa dimensione sospesa: Benicio Del Toro, il protagonista, su tutti, per intelligenza e una dose di apparente cinismo che però si manifesta come saggezza di sopravvivenza. Tim Robbins, con eleganza, spinge sul pedale dell’eccesso grottesco: ma le venature di umanità sono considerevoli. La fotografia, di Alex Catalàn, grazie ai suoi cromatismi fortemente contrastati, ma freddi e lontani, ha creato una stupenda quanto inaccessibile Bosnia tra le montagne dell’Andalusia. Lo stesso miracolo che fecero i fotografi di Sergio Leone, Dallamano e Massi, quando crearono il Messico ad Almeria.


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