di Francesco Paciello

Qualcuno – forse – ha temuto che si volesse scrivere il solito coccodrillo, altri hanno evitato  di doversi schierare. Posizioni forse comprensibili  considerando i fatti contemporanei, politicamente paludosi e quindi pericolosi, qualunque cosa si dica. Ma d’altra parte è un classico: sono certo che sarebbe accaduto anche se al suo posto avessimo proposto Indro Montanelli (altra figura da maneggiare con le pinze).

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Questo ovviamente non ci ha impedito di costruire il nostro  piccolo speciale. L’obiettivo non è celebrarla, anche se i contributi raccolti sottolineano una sorta di rispetto nostalgico verso questa icona del giornalismo italiano. Vorremmo provare ad analizzare quanto Oriana Fallaci abbia inciso, col suo modo di praticare un “mestiere” controverso quanto affascinante, sulla percezione e la coscienza del pubblico.

Oppure innescare un  ragionamento su due modalità di interpretare la pratica giornalistica e cioè tra l’esporsi in prima persona per raccontare – al di là della cronaca asciutta – fatti, avvenimenti e disagi locali e globali e l’azione comoda di costruzione del pezzo (seppur di sostanza) in ambiente redazionale protetto, talvolta tagliando e incollando lanci d’agenzia.

La Fallaci è stata inviata in aree di eccezionale crisi e come lei tanti. Luoghi dove le pallottole fischiavano ad altezza d’essere umano, e lei era in campo.   Chi ha seguito il suo “metodo” lo ha fatto consapevolmente, certi che solo esponendosi in prima persona avrebbero arricchito il proprio lavoro rendendolo proficuo ed  emozionante.

Tra questi c’è chi lo pratica ancora – stessa tigna di sempre – e chi è caduto miseramente sul campo nel sud-est asiatico, in medio oriente, in Africa, in America Latina, nei Balcani e nel meridione d’Italia. Sono i martiri dell’informazione, un tributo che tutti noi abbiamo dovuto pagare per garantire il diritto di sapere veramente cosa succede e perché.

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di Fedora Alessia Occhipinti

«Apro la mia boccaccia e dico quello che mi pare”;  “Vi sono momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre”; “Cultura significa anzitutto creare una coscienza civile, fare in modo che chi studia sia consapevole della dignità. L’uomo di cultura deve reagire a tutto ciò che è offesa alla sua dignità, alla sua coscienza. Altrimenti la cultura non serve a nulla

Basta scrivere e cercare il suo nome nell’incubatrice internet per leggere queste e altre citazioni di colei che è stata considerata la giornalista italiana più famosa nel mondo. Oriana Fallaci, prima di tutto una donna, la quale senza mezzi termini ha cercato – e ci è riuscita – di raccontare storie, ingiustizie, l’Islam e l’Occidente riscuotendo un certo eco. Perché le parole, tutte, hanno un peso e Oriana lo ha pagato sempre in prima linea e sempre a caro prezzo. E lo fa ancora tutt’oggi, a 9 anni dalla sua morte.

Molto probabilmente questo clamore che ancora oggi la avvolge non le farebbe particolarmente piacere. Lei che è stata una donna sempre al centro dell’attenzione, nel bene e nel male. Dalle vicende giudiziarie sino alla lotta al cancro. Una continua guerra ideologica e fisica senza sconti di pena. Al di là delle testimonianze scritte ed orali che ci ha lasciato, è sicuramente la voglia di non soccombere di fronte all’ignoranza e alla violenza il lascito ereditario più prezioso.

Se è vero che siamo abituati a schierarci dalle parte di chi vince, non crea stupore il fatto che la donna Oriana abbia sempre mantenuto questa capacità di dividere le coscienze. Non solo della gente che “conta”, ma anche di quella “qualunque”.

“L’Islam è il male”, è un affermazione che oggi avrebbe un peso decisamente rilevante. Lei lo urlava a grande voce, forte delle sue esperienze nei territori Medio Orientali. Noi che oggi fingiamo di conoscere la cultura musulmana perché ci adagiamo sulle parole altrui, abbiamo conosciuto l’Islam anche nella dura avversione della Fallaci. Perché sulla Fallaci si può dire di tutto, si può raccontare la sua storia, leggere i resoconti dei viaggi o raccogliere le esternazioni più eclatanti. La verità è che parlando della donna Oriana dovremmo riuscire ad ammettere che è riuscita a risvegliare la sete di conoscenza, ma non necessariamente con l’intento di usarla a suo vantaggio. Ci siamo avvicinati a territori mai esplorati prima, li abbiamo odiati e solo dopo compresi. Ci siamo fatti “un’idea” anche solo per il piacere di darle torto.

Oriana Fallaci si è presa la responsabilità di raccontarci qualcosa, a modo suo, portandosi addosso il peso dell’incombenza. Perché se c’è un diritto sacrosanto, di cui non dovremmo mai pagarne il prezzo troppo caro, è la cara e vecchia libertà di pensiero. E nel bene e nel male la donna Oriana Fallaci ne ha fatto prima di tutto un dovere civile, e poi una sfida morale. Qualunque sia stata essa la verità.

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Dicono e pensano di lei

Susanna Schimperna, giornalista e scrittrice

Così appassionata e arrogante. Così esagerata e innervosente. Così piena di amori, di odii, di dubbi e certezze che a volte sembravano interscambiabili. Ha inventato uno stile e tutti gli intervistatori venuti dopo di lei le debbono qualcosa. È stata invidiatissima: arrivava, molto giovane, a chiunque. Le sue interviste non erano mai imparziali, e allora? Lei era una partigiana, sempre, in tutto. Lo era apertamente: si poteva detestarla, ma era impossibile non stimarla e rispettarla per questo.

Lydia Tarsitano, giornalista, addetto stampa Biblioteca Nazionale di Napoli

Oriana Fallaci fu per la mia generazione simbolo di emancipazione: donna straordinaria osò dire quanto molti per perbenismo o per senso dell’opportunità pensavano ma non dicevano, per questo fu osteggiata dal potere, ma  amata dai lettori. Criticata e contestata, pochi compreso la profondità e integrità del suo pensiero.  La difesa della sacralità della vita, messa a rischio dal terrorismo musulmano e minacciata  dagli interessi di lobby economiche,  culturali e sessuali, diventa urgente inquietudine  nel percorso intellettuale degli ultimi anni: fu, infatti, una grande  atea che  seppe riconoscere Il fantastico mistero e la religiosità  di quanto accade nel grembo materno trasmettendo la vita ad  un altro essere umano.  A nove anni dalla scomparsa è con  questo messaggio, che voglio ricordarLa , che a Lei sopravvive attraverso i suoi scritti: «Vivere anche quando siamo morti, continuare attraverso chi viene e verrà dopo di noi.»

Maddalena Venuso, giornalista e insegnante

Oriana, l’Oriana, per me, LA SCRITTRICE. A tredici anni, lo shock di Lettera a un bambino mai nato mi ha aperto un mondo, quello in cui si potevano esprimere le proprie idee senza paura di essere censurati.  Per me, nata all’inizio degli anni ’60, una scoperta! E poi Niente e così sia, Un Uomo: leggerli, rileggerli, erano i Libri, con la elle maiuscola. Romanzo, reportage, cronaca, sincerità assoluta, emozioni forti. Leggerla, e intanto aspettare la prossima pubblicazione. Una donna, una giornalista, un mito reale  e concreto, irriverente, “tosta”, ma sotto la scorza traspariva lo spirito libero che l’ha resa immortale.  Penso proprio che la proporrò ai miei alunni, impareranno cos’è la scrittura e come può rispecchiare la vita vissuta.

Tonia Ferraro, giornalista direttore de “Lo Speaker”

A qualcuno non piaceva, Oriana. Consideravano le sue parole troppo forti, i suoi giudizi addirittura cattivi. Ma lei è stata una maestra di vita, ed ogni singola parola che ha scritto l’ha provata prima sulla sua pelle. E non è stata mai smentita dai fatti. Un vuoto incolmabile.


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