Perchè il nubifragio in Calabria dovrebbe far riflettere tutti

Alle origini di una tragedia sfiorata. Precipitazioni eccezionali, concentrate in poche ore, hanno messo a rischio la vita di decine di migliaia di abitanti e turisti

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Un forte temporale si è abbattuto, nella notte del 12 agosto scorso, sulla costa ionica cosentina.

La pioggia, caduta fino all’alba, ha provocato l’allagamento di case e strade. Il torrente “Citrea” non è riuscito a far defluire l’imponente massa d’acqua senza esondare provocando le scene che abbiamo visto tutti dai media nei giorni scorsi.

Non si sono registrate, fortunatamente, vittime, ma ingenti sono i danni a cose e per l’economia locale.

Già dal giorno successivo la tragedia, con i soccorsi ancora in corso, sono iniziati i processi mediatici, costume tipico di noi italiani, indicando come causa di un disastro, definito annunciato, l’abusivismo edilizio, che secondo i ben informati è massiccio nel Mezzogiorno d’Italia.

Nessuna testata giornalistica, però, ha provato a paragonare con quanto accaduto, lo scorso ottobre, al torrente “Bisagno” che scorre a Genova e non in Calabria.

In questo breve articolo non parleremo di responsabilità, a cui penserà eventualmente la magistratura, ma cercheremo di capire cosa è successo e perché siamo tutti potenzialmente in pericolo e solo il caso ha voluto che fosse “colpita” un’area diversa dalla nostra (Rossanesi e Coriglianesi a parte).

Per capire quanto appena affermato dobbiamo porci la seguente domanda: cosa è successo nella notte del 12 agosto?

Secondo i dati Meteo ufficiali, rilevati nel comune di Corigliano Calabro, sono caduti, a pioggia ancora in corso, 160 mm di pioggia (alla fine supereranno 200 mm). Basti pensare che nell’area i dati pluviometrici indicano 671 mm per tutto l’anno, mentre a  Genova 1072 mm in un anno intero. Questo è il dato di partenza per farci capire l’entità del fenomeno, in una sola notte, in pratica, un terzo di quanto piove un anno intero in un territorio in cui non si registrano grandi precipitazioni, anzi.pluviometro

Per misurare la pioggia caduta si utilizzano degli strumenti chiamati pluviometri e l’acqua in essi “raccolta”, dopo l’evento meteorico, si misura in millimetri di altezza. Un millimetro di acqua, contenuto nel pluviometro, corrisponde ad un litro di acqua per ogni metro quadrato di superficie del territorio rilevato. In pratica, nel caso di Corigliano, per ogni metro quadrato di territorio sono caduti 160 litri di acqua.

Facciamo due conti: il comune di Corigliano Calabro, che ha un estensione di 195,64 kmq (fonte ISTAT), ha dovuto far fronte ad una massa d’acqua, nella sola notte del 12, pari a:

195,64 x 160 x 106 = 31 miliardi di litri ovvero 31 milioni di mc di acqua

Un numero enorme, un imponente massa d’acqua che in qualche modo deve defluire. Come avviene questo deflusso? In tre fasi: una corposa parte di acqua s’infiltra nel sottosuolo raggiungendo le falde profonde; altra evaporerà a fine fenomeno; quella che resta defluisce attraverso i torrenti ed i corsi d’acqua.

In quale delle fasi entra in gioco l’attività antropica? Nella prima fase! La cementificazione e le strade rendono impermeabile il terreno sottraendo il contributo della filtrazione e aggiungendo “altra” acqua che deve essere smaltita attraverso i corpi superficiali. Ecco perché siamo tutti potenzialmente a rischio difronte ad eventi di natura eccezionale, che accadano in Calabria, dove piove relativamente poco, o in Liguria, dove le piogge annuali sono decisamente più importanti. 

Una massa d’acqua talmente imponente è, di fatto, incontrollabile e la probabilità di esondazione è elevatissima. Come difenderci allora? L’unica possibilità è la prevenzione: applicando le leggi ed imponendo, nei regolamenti territoriali, la realizzazione di strutture ed infrastrutture con materiali che non rendano impermeabile il terreno e facciano in modo di poter consentire la filtrazione dell’acqua nel terreno.

La manutenzione, la pulizia delle sottostrutture stradale e dei corsi d’acqua superficiali deve essere “ordinaria” e non straordinaria come avviene ormai nei nostri territori.

La causa principale quindi non è solo nell’abusivismo, che pure deve essere comunque represso con forza dalle competenti autorità in quanto causa di dissesti e danni permanenti addirittura peggiori come il dissesto del territorio, ma nella cattiva gestione ed organizzazione del territorio.

Quest’ultima affidata ai cittadini da linee guida redatte da una classe politica sempre più inadeguata e lontana dalle realtà territoriali.


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