Perché il divorzio non è una sconfitta

A quarantacinque anni dall'istituzione del divorzio si parla ancora di fallimento per la società, soprattutto per le donne. Non è bastato quasi mezzo secolo di modernizzazioni a far cambiare idea al fronte cristiano. Ma cosa rappresenta davvero il divorzio?

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Nel 1970 diversi paesi, tra cui Spagna, Italia, Portogallo, Repubblica d’Irlanda e Malta, sancirono la non indissolubilità del matrimonio civile. Il divorzio era diventato legge. Esso non rappresentava una manifestazione contraria ai principi clericali, bensì il riconoscimento di un diritto, ovvero quello di porre fine ad un unione infelice. firma-divorzioPer l’Italia cattolica, nella fattispecie, segnò l’inizio certo di un era fatta di scelte individuali concrete e di liberà di coscienza. Non fu facile per un paese dalla forte matrice cristiana accettare questo tipo ti cambiamento. Ma il vento di innovazione soffiava già nell’aria, e l’istituzione del divorzio diventò una vittoria simbolica per l’Italia laica, una vera e proprio rivoluzione a lungo sostenuta dal movimento studentesco ed operaio e soprattutto da quello femminista.

A nulla varranno i tentativi della Democrazia Cristiana di sabotare i risultati. Il referendum abrogativo del 1974 affermò nuovamente la volontà da parte della popolazione italiana di mantenere la legge in vigore. Ad oggi solo due paesi al mondo – le Filippine e Città del Vaticano – non possiedono nei loro ordinamenti una procedura civile per il divorzio.

Eppure, dopo tanta strada fatta in materia di diritti civili, perché –  e soprattutto per le donne – il divorzio rappresenta (ancora) una sconfitta? Forse perché è forte e attuale la concezione che esso sia uno dei più grandi fallimenti possibili per un cristiano, e porta con sé una inevitabile crisi di identità, spirituale e religiosa. Suona strano, ma è con queste aspre parole che nel 2015 viene definito il divorzio dalla corrente cattolica. Basti pensare che il numero di separazioni e divorzi è nettamente diverso tra nord e sud, dal momento che quest’ultimo è tuttora considerato la cassaforte delle radici cristiane. Forse è il caso di dire che, più che il divorzio, è il matrimonio a far paura, con tutte le conseguenze che ne derivano. La Giustizia in realtà si rivela una non Giustizia, e accresce solamente il business intorno alle cause di separazione e divorzio.

Il famoso soiologo francesce Francois de Singly nella sua pubblicazione del 1987 Fortune et infortune de la femme mariée dimostra in che modo l’investimento nel matrimonio sia per le donne un danno ingente per la carriera professionale, mentre è vero il contrario per gli uomini. Altresì afferma che “quando una donna decide di non investire nel lavoro perché investe nel matrimonio fa una cosa che, se fosse un investimento finanziario, sarebbe altamente sconsigliabile.”

donneMa la nuova donna come affronta la sua vita di coppia e non a 40 anni dall’istituzione del divorzio?Il senso di inadeguatezza che segue la fine del rapporto matrimoniale resta ben saldo nelle coscienze, mentre sembra essere aumentato il numero di donne lavoratrici. Il lavoro come via di fuga dalla povertà e per l’indipendenza. La “nuova” donna affronta la causa di separazione con più coraggio, ed è pronta a vivere la sua nuova vita sapendo di poter contare sulle proprie forze lavorative come fonte di mantenimento per sé e per i propri figli. Quest’ultimi considerati concrete “vittime” delle conseguenze determinate dalle cause di separazione. È di qualche giorno fa il sondaggio effettuato dall’organizzazione inglese Resolution – associazione inglese che conta come membri più di 6.500 family lawyer (avvocati di famiglia) – la quale mostra come la maggior parte dei bambini figli di coppie divorziare siano d’accordo con la separazione dei genitori se ritenuta indispensabile alla serenità del nucleo familiare, o meglio ancora preferiscano prendere parte al processo decisionale.

il-divorzio-breve-diventa-leggeNella nuova società, dove il matrimonio civile è in netto calo, separazione e divorzio si sono lasciati alle spalle quella percezione di fallimento. Ci si sposa di meno, di conseguenza ci si separa di meno. Uomini e donne contribuiscono equamente alla tutela del nucleo familiare dividendo in modo netto diritti e doveri. L’eventualità di una separazione può costituire anche solo ed esclusivamente l’inizio di una nuova fase. Il divorzio resta dunque  un’opportunità, una scelta, e più semplicemente un diritto. A pensarla così anche il lungo dibattito, durato quasi 12 anni, sui tempi di separazione dei coniugi. Lo scorso aprile la proposta di legge relativa al “divorzio breve” è stata approvata, di certo con non poche discussioni. Sarà dunque possibile separarsi senza dover mettere piede in tribunale, ma semplicemente davanti al sindaco o all’avvocato trascorsi i tre anni dal momento della separazione.

Sarà forse lo scotto da pagare per una società che procede come un treno sui binari del cambiamento, o più semplicemente la libertà di poter scegliere che fa del divorzio un diritto e non una sconfitta. D’altronde un matrimonio è raramente ragionevole, ma un divorzio lo è sempre: ci si conosce già.


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