Perché ci si sfoga sadicamente sui social? – Rubrica Interattiva “Pillole di Pedagogia”

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Mi scrivono per chiedermi come mai sui social si trovano più post pieni di odio che di amore, e soprattutto perché la gente si accanisce così tanto su persone che non conoscono nella vita reale.

Una recente indagine condotta dall’azienda russa specializzata in software per la sicurezza informatica, Kaspersky Lab, conferma che i social causano, in molte persone, sentimenti negativi, e prova a spiegarne il motivo: la caccia ai “like” innesca un processo di rabbia e risentimento in coloro che non hanno ricevuto tutti i “mi piace” che si aspettavano per un post. Il 42% delle persone intervistate ammette di provare gelosia nei confronti degli “amici” per questo motivo.

Le manifestazioni dell’odio in rete sono tante e a tutti i livelli. Ogni spunto è buono per replicare in tono polemico o manifestare, senza alcuna remora, la propria avversione profonda per idee, fatti o persone.

Quali meccanismi scattano, nella testa delle persone? Le motivazioni sono diverse. il presupposto è che la manifestazione dell’odio è una risposta a un evento avvertito come emotivamente spiacevole. Se nelle vita reale abbiamo imparato a controllare le emozioni che potrebbero diventare potenzialmente distruttive, come l’odio appunto, nel mondo virtuale ciò non accade perché in rete la corporeità non esiste.

Il corpo reale, la gestualità, lo sguardola mimica facciale sono del tutto invisibili all’altro, così come non si ha nessuna percezione della corporeità dell’altro. Qualunque reazione si avrà l’altro non la vedrà. Esplicitare il proprio odio e disappunto in faccia a una persona è molto diverso che farlo su Facebook o tramite sms (il concetto è lo stesso). Quando si esprime disprezzo nei confronti di qualcuno che si ha di fronte, si avverte il suo disagio, la sua disapprovazione e si attiverà una sorta di controllo implicito. Ciò dipende dai neuroni specchio, cellule nervose che risuonano nel nostro cervello proprio come se a compiere quel gesto, ad avere quella reazione, fossimo noi in prima persona. E ciò determina una diversa modulazione delle emozioni.

Niente di tutto ciò avviene, invece, ovviamente in rete. Il corpo non c’è e, in alcuni casi, non compare neppure con nome e cognome, perché ci si nasconde dietro pseudonimi o caricature. Ci si sente così ancora più protetti e al riparo da qualunque possibile ripercussione. Quindi ci si concede tutto, senza limiti e non si avvertono gli effetti devastanti dell’odio. Paradossalmente più è forte e radicale il nostro astio minore sarà l’impatto emotivo che avvertiamo.
È come se fossimo preda di una specie di escalation che ci permette di dire qualunque cosa e alla fine niente più ci turba.

Esiste, inoltre, anche l’effetto contagio: più il gruppo inizia a spararla grossa, più si segue il gregge. Lo stato emotivo generale è contagioso in genere, anche nella vita reale, ma in rete tutto questo è amplificato. Più il sentimento è omologato, ossia più persone provano la stessa emozione, meno si risulterà visibili nelle proprie manifestazioni. Così, mimetizzandosi nella massa, scompare del tutto anche il proprio senso di responsabilità.

Il web rappresenta sempre più un’occasione ghiotta per esprimere il proprio disagio, sintomo di un clima diffuso di insoddisfazione e del desiderio di sfogarsi senza, si pensa erroneamente, alcuna conseguenza. È un mezzo per dire la propria su tutto, spesso senza avere idee precise o conoscenze appropriate. La rete è un “bar sport” di dimensioni colossali in cui le distanze culturali e sociali sono del tutto scomparse e in cui i propri sentimenti di disappunto si possono esprimere su qualunque cosa e su chiunque con estrema disinibizione. È diventato un modo economico e semplice per dar sfogo al proprio disagio.
Peccato però che ci si dimentichi che “scripta manent”  e che il proprio giudizio perentorio e negativo resti lì, anche se si è cambiato idea l’attimo dopo, o se non ci si è minimamente resi conto del meccanismo deleterio che si è innescato scrivendo cattiverie gratuite con grande leggerezza.

Se si dice:“conta fino a 10 e poi parli”, si dovrebbe dire in questo caso: “leggi 10 volte e poi invii”.

Inviate i vostri quesiti a valeria.dellaporta@gmail.com

*Valeria Della Porta -Pedagogista Esperto in Criminologia, Disturbi Specifici dell’Apprendimento e Progettazione Sociale. Consigliere Regionale Campano APEI (Ass. Pedagogisti Educatori Italiani). Mediatore Familiare e dei Conflitti Interpersonali AIMeF (Ass. Italiana Mediatori Familiari). Consulente Genitoriale e di Coppia. HR- Selezione e Reclutamento del personale, Formazione e Orientamento al Lavoro. Consulente di Marketing e Comunicazione, Gestione e intermediazione di Servizi.


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