Pensieri contemporanei: intervista ad Enzo Russo

Campano di origini montoresi, con una consolidata esperienza professionale nell’indotto automobilistico, Enzo Russo è membro dell’esecutivo nazionale di FederManager giovani dove approda dopo la presidenza di Unimpresa Avellino.

di Flavia Squarcio


Partendo dai dati sull’astensionismo elettorale, e in particolare sul crollo diffuso del numero dei votanti tra 1° e 2° turno delle ultime consultazioni, si può affermare che la partecipazione politica “affascina” sempre meno?
«I cittadini si allontanano dalla politica perché essa non riesce ad essere rappresentativa dei problemi, delle istanze della società, ad appagare il merito ed il bisogno. Negli anni passati, quando essa era in grado di dare risposte, anche le forme di corruzione e cattiva gestione passavano inosservate. È evidente che il porcellum (la legge elettorale, ndr) ha finito per acuire le distanze tra eletti ed elettori. Basti considerare che parlamentari e consiglieri regionali non fanno più segreteria, ovvero ascolto delle esigenze del territorio e dei cittadini. La mia idea di politica, rischiando anche di apparire anacronistico, è quella fatta attraverso il contatto, la conoscenza diretta, il dialogo, la stretta di mano. Il fascino della politica si riscopre umanizzando il dibattito e formando una nuova coscienza, non mancando di ricordare le belle parole di Papa Paolo VI che riteneva che “la politica è la più alta forma di carità”. Sono anch’io di questo avviso. Solo dando buoni esempi alle nuove generazioni è possibile immaginare un futuro migliore. Ma l’astensione equivale a delegare in bianco a pochi le scelte che comunque verranno assunte anche per noi. Evitiamo di aggiungere al danno la beffa».

Nell’immaginario collettivo si consolida la convinzione che i partiti siano concretamente in mano a grandi elettori. Secondo lei è vero, perché e chi sono ?
«I partiti oggi sono organizzazioni inaccessibili, delle vere lobby in cui è difficile penetrare. Ho la convinzione che non basta avere consenso o capacità di proposta per essere preso in considerazione, ma ci siano meccanismi diversi di selezione della classe dirigente, e le dico di più, questo fenomeno di partito-setta sarà reso ancora più acuto nei prossimi anni. Le spiego il perché. L’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, e convinti tutti che la democrazia ha un costo, non potrà che appaltare la rappresentanza nelle mani dei banchieri e dei grandi gruppi industriali. Non ci sarà più possibilità che l’operaio, l’impiegato, o il giovane universitario possano entrare in parlamento. Ogni legge varata sotto la spinta mediatica rischia di generare mostri ancora più grandi. La cattiva politica dell’utilizzo improprio delle risorse pubbliche si argina con ben altre regole. Nei confronti di colui che viene accertato dopo il terzo grado di giudizio di aver abusato di risorse pubbliche va esonerato a vita dalla possibilità di assumere cariche pubbliche. Una sorta di ergastolo dalla partecipazione alla gestione degli enti pubblici».

A suo giudizio, cos’è e quanto conta la credibilità in politica?
«La credibilità si assume generando occupazione, attrezzando servizi efficienti, scrivendo leggi giuste, semplificando le procedure amministrative. Tutto il resto è puro esercizio retorico e filosofico appaltato ai politicanti. Oggi la partecipazione amministrativa e legislativa impone la conoscenza di tecnicismi e un buon livello di istruzione. Non vi è più spazio per approssimazione ed improvvisazione. Concretezza è la parola chiave che manca da qualche tempo nel vocabolario della politica italiana».

La politica di governo sembra annaspare nel tentativo di dare risposte concrete ai bisogni reali dei cittadini. I numeri disegnano un paese frammentato ed al collasso. Qual è il senso di “partito liquido” lanciato da Renzi in una fase in cui l’offerta politica non riesce ad incontrare la domanda?
«Renzi è figlio di una modernità antica. Non è un ossimoro, anzi serve a chiarire la natura del premier. Il segretario del Pd nasce nella Democrazia Cristiana di De Mita, ha consumato l’esperienza di amministratore locale, sindaco e presidente della provincia, arriva a Palazzo Chigi in una fase turbolenta della storia della nazione, in cui regna l’antipolitica e il grillismo, ed egli tra populismo e demagogia predomina per l’assenza di una leadership che si contrappone con un’idea di governo. La ”rottamazione” è stato il segreto mediatico che ha consentito di afferrare il successo politico. È evidente che però l’azione di governo manca, basti leggere i dati della disoccupazione e del debito pubblico. L’Italia ha bisogno di un governo autorevole che la smetta di inchinarsi alla signora Merkel. Urge ritornare a dialogare con i cittadini, organizzando la politica e la rappresentanza nei vari territori, chiamando all’impegno politico i migliori, tutti coloro che hanno passione civile e spiccato amore per la comunità nazionale».

Se è vero che la fiducia nelle istituzioni abbia toccato il fondo a quali rischi si espone il paese?
«Il Paese è esposto ai rischi del Novecento, ovvero dell’affermazione di estremismi. La democrazia rappresentativa vive di dialogo con tutti i pezzi della nostra società, cercando di affrontare e risolvere i problemi. Uscire dai luoghi comuni e da una visione della politica quale ubriacatura mediatica potrebbe consentire a tutti di fare un balzo in avanti. L’Italia ha bisogno di selezionare la propria rappresentanza attraverso il giudizio degli elettori, un ritorno alla preferenza aiuterebbe non poco l’intero sistema».

Gli sbarramenti elettorali privano la rappresentanza parlamentare a molti milioni di votanti. Come si coniuga questo diritto negato con la necessita di governare? E secondo lei esiste una modalità alternativa?
«Gli sbarramenti servono a costruire aggregazioni ampie ed evitare che piccoli cespugli tengano sotto scacco la vita parlamentare. L’ultimo governo Prodi, quello di Berlusconi successivamente, hanno dimostrato che piccole formazioni pongono veti che frenano le riforme. Questa semplificazione della rappresentanza però non può cancellare le culture politiche di riferimento, che evidentemente appaiono sbiadite, ma che andrebbero recuperate sul piano culturale prima ancora che politico. Immaginiamo che lo schema politico più rispettoso della realtà sia quello europeo, aggregare le grandi famiglie, popolari, socialisti, conservatori, verdi in contenitori simili anche in Italia».

Nel quadro istituzionale attuale sembra difficile definire quanto il Sud conti nelle priorità dell’agenda politica di governo. Quali sono secondo lei i motivi e cosa si può fare per riportare la questione meridionale al centro della partita?
«Il Sud non è il fardello, ma una grande opportunità economica per il Paese. Basti considerare le bellezze paesaggistiche e naturali che valorizzate adeguatamente potrebbero costituire grandiose occasioni di sviluppo economico. Per dirla con Guido Dorso, il meridione ha bisogno di classe dirigente dotata di elevato rigore morale, poi abbiamo tutte le carte in regola per farcela da soli. Il Sud si rialza se crede in se stesso, se smette di piangere e si rimbocca le maniche. Lo dico da manager che opera in grandi stabilimenti tutti insediati nelle regioni meridionali, siamo più competitivi del Nord e anche dei paesi europei».

Qual e’ il peso specifico delle attività politiche locali e in che modo possono influire sulle dinamiche delle strategie centrali?
«Le amministrazioni locali sono il vero front office dei cittadini. Sono il primo e se non unico presidio istituzionale dove è possibile ancora rivolgersi. È evidente che questa funzione di filtro delle istanze dei territori può e deve servire per essere indirizzata al Governo ed al Parlamento, ma il dialogo non è privo di criticità. Il dramma è che i parlamentari sono dei turisti, non vivono le realtà municipali».

Sostanziali e rapide trasformazioni culturali e tecnologiche farebbero pensare che in fondo non si stia peggio rispetto al secolo scorso. Eppure tra la gente si coglie una diffusa sfiducia nel futuro. Come si spiega questa che sembra essere un’apparente contraddizione?
«Come le dicevo la politica ha bisogno di ritrovarsi, di analizzare il proprio modus operandi. Le innovazioni hanno fuorviato i rapporti umani, e questo è evidente che ha finito per influenzare anche la politica. Si può guardare al futuro con maggiore serenità solo avviando una grande battaglia a difesa della sovranità e dell’identità nazionale. Il referendum svolto in Grecia  non va esaltato né ignorato. Merita di essere governato attraverso un processo politico che porti, finalmente, alla costruzione dell’Europa dei popoli e non solo della finanza e delle banche. La Germania ha il dovere di rivedere le proprie mire egemoniche. L’Italia scelga la linea del dialogo e della chiarezza, evitando, d’ora in avanti, sudditanza ed inchini alla Germania».

La felicità è un argomento politico e perché?
«La felicità è un sentimento che appartiene agli esseri umani. La politica dovrebbe adoperarsi per consentire la felicità del popolo, ma tuttavia imporrebbe un discorso simile a quello che Pericle pronunciò agli Ateniesi. Uno sforzo davvero impegnativo, che mi sento di declinare, affermando invece che la felicità deve essere costruita, giorno dopo giorno, ognuno nel proprio ruolo avendo a riferimento che ciascuno è funzionale all’altro per la tenuta dell’intera comunità.


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