Pensieri contemporanei: intervista a Pino Foscari

Un personaggio di profilo, ogni venerdì, risponde a 10 domande fondamentali per capire meglio dove siamo e cosa ci riserva il futuro. Un'intervista possibile per sondare il pensiero e la sensibilità di persone impegnate a vario titolo nella realtà attuale

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di Peppe Sorrentino

Partendo dai dati sull’astensionismo elettorale, e in particolare sul crollo diffuso del numero dei votanti tra 1° e 2° turno delle ultime consultazioni, si può affermare che la partecipazione politica “affascina” sempre meno?
«È da tempo che nelle democrazie mature si registra un progressivo scollamento tra la partecipazione politica dei cittadini e il corpo politico. È un malessere che viene denunciato a più riprese, ma talvolta si ha come la sensazione che al ceto politico vada anche bene così, non preoccupandosi minimamente di trovare gli antidoti al disinteresse verso la politica. Che si tratti di un calo fisiologico degli elettori si potrebbe anche accettare (ma non in modo passivo, però), e appare un trend visibile negli Stati Uniti come in Francia, tanto per citare due paesi protagonisti di rivoluzioni decisive. Ma mi domando spesso se una democrazia efficace ed efficiente non debba richiedere, al contrario, il massimo della partecipazione dei cittadini, piuttosto che lasciare ad un corpo politico molto ristretto, quasi oligarchico, l’onere e la responsabilità di decidere. Il fatto è che la democrazia richiede ascolto, luoghi di ascolto e partecipazione, se mancano salta il concetto stesso di democrazia».

Nell’immaginario collettivo si consolida la convinzione che i partiti siano concretamente in mano a grandi elettori. Secondo lei è vero, perché e chi sono?
«Da sempre i partiti hanno dovuto fare i conti con grandi elettori, che si sono identificati con potentati economici, imprenditoriali, lobby, o ne sono stati diretta emanazione. La domanda a questo punto diventa la seguente: ma la politica dovrebbe essere praticata solo da coloro che hanno un’ampia disponibilità economica? In realtà non dovrebbe essere così, anche perché un grande elettore che controlla un partito fa sempre valere il suo peso economico, coarta le decisioni, compra le dignità dei suoi uomini, li modella all’obbedienza cieca e assoluta, trasferendo poi questo controllo nella sede parlamentare. A quel punto il cerchio si chiude… L’esperienza di Berlusconi mi pare del tutto in sintonia con questi anomali passaggi».

A suo giudizio, cos’è e quanto conta la credibilità in politica?
«Beh! A mio giudizio, tantissimo! Credo che debba costituire il sale del modus agendi di un politico. Bisogna naturalmente intendersi sul concetto di credibilità. Se in campagna elettorale, ad esempio, hai elaborato un programma articolato, sei tenuto a rispettare le promesse e i progetti di quel programma, quella è la vera credibilità politica. Che, però, deve essere anche a monte del processo elettorale, ossia, il politico non deve proporre cose irrealizzabili giusto per lusingare i cittadini, ma deve mantenere una serietà professionale. Per questo motivo, ritengo che la credibilità di un politico debba andare di pari passo con una sobrietà nei comportamenti e nelle relazioni sociali. Credibilità poi deve essere anche concretezza dell’azione politica, perché ad un politico si richiede un pragmatismo che lo renda efficiente ed efficace. Il giudizio finale degli elettori dovrebbe dipendere solo da questo, a mio parere».

La politica di governo sembra annaspare nel tentativo di dare risposte concrete ai bisogni reali dei cittadini. I numeri disegnano un paese frammentato ed al collasso. Qual è il senso di “partito liquido” lanciato da Renzi in una fase in cui l’offerta politica non riesce ad incontrare la domanda?
«La trasformazione del Partito Democratico è sotto gli occhi di tutti. Poiché in questo paese da tempo di sostiene che si vincono le elezioni solo grazie al voto dei moderati e dei cattolici, l’ala popolare del PD è diventata maggioranza e sta continuando questo processo di continuo spostamento del partito al centro. Non si tratta, com’è evidente, solo di una ricollocazione “geografica” del partito, ma geo-politica, perché sta comportando l’adozione di politiche dichiaratamente filoindustriali, il continuo taglio del welfare, l’appoggio a segmenti potenti (le potenti lobby del petrolio per le trivellazioni, quelle che vogliono fare affari con l’acqua pubblica, giusto per citarne un paio), il taglio dell’art. 18. Politiche che rimandano a obiettivi strategici da sempre perseguiti dalla destra. Seguendo questa scia, Renzi deve per forza proporre un partito liquido, ossia svilito delle sue fondamenta ideali e ideologiche, che non lo condizioni nelle sue scelte, che anzi voti con assoluta dedizione. E chi vuole starci, ci sta, anche se ha una storia diversa e viene da destra – Alfano docet – purché parli la lingua del premier. La riforma costituzionale viene fatta passare per la panacea politica, come se tutto dipendesse dal monocameralismo o da senatori che non siano eletti; in realtà, non c’entra affatto con gli storici problemi del paese, il lavoro, la disoccupazione, il degrado ambientale, l’assenza di una politica culturale strategica. Si dirà: ma un Parlamento più agile sarà anche più capace di fare buone leggi. A me pare che si persegua la velocità della decisione politica non l’avvedutezza della decisione stessa».

Se è vero che la fiducia nelle istituzioni abbia toccato il fondo, a quali rischi si espone il paese?
«Più aumenta la sfiducia e più ci si astiene dal votare o si votano partiti e movimenti che dicono cose alternative e anche forti. Da noi, in Italia, questo ruolo l’hanno assunto, con differenze notevoli tra loro, Salvini e la Lega da una parte e Grillo e il Movimento 5 stelle dall’altra. Il primo con le sue battaglie contro gli immigrati, a favore degli Italiani e delle imprese italiane (ma lui pensa solo ed esclusivamente a quelle del Nord!) può portare il paese a una pericolosa deriva fascista e populista, e finanche alla mai abbandonata idea di una scissione geografica del paese; il secondo, dopo le fibrillazioni e gli errori iniziali, si va strutturando come un partito, ma continua le sue storiche battaglie sulla legalità, contro il finanziamento pubblico dei partiti, contro i privilegi della casta politica, usando il web come megafono, affinché tutti sappiano e intervengano. Mi pare che si tratti di due modalità molto ma molto diverse. Il rischio è una continua polarizzazione dello scontro politico, che diventerà anche più evidente quando un Tsipras o un Corbyn italiani emergeranno dalle ceneri della sinistra, proponendo valori di solidarietà e un modello di Europa dei popoli e non dei crudi numeri dei burocrati alla Merkel».

Gli sbarramenti elettorali privano la rappresentanza parlamentare a molti milioni di votanti. Come si coniuga questo diritto negato con la necessita di governare? E secondo lei esiste una modalità alternativa?
«L’Italia è, anche in politica, da sempre, la nazione delle mille città, ossia dei mille partiti. Credo che sia una sorta di DNA del nostro paese e ricalca, appunto, il modello delle divisioni campanilistiche della nostra storia millenaria. Per questo motivo, più volte è stato immaginato e introdotto un sistema elettorale con uno sbarramento che, se per un verso dovrebbe assicurare una certa governabilità, dall’altra priva la nazione di tutte le sue espressioni politiche, limitando il pluralismo. E questo a me pare un male per la democrazia. Ma occorre fare i conti anche con la stabilità politica dei governi; ricordiamo bene i governi degli anni Settanta che cadevano ogni anno e ci portavano alle urne, senza che nulla cambiasse, peraltro. Diffido anche dei premi di maggioranza esagerati alla coalizione o al partito vincente alle elezioni. Ma, è bene dirlo con onestà, non esiste il sistema elettorale perfetto. Credo che si debba adattarlo alle mutabili percezioni dei cittadini ma non piegarlo assolutamente agli interessi dei partiti».

Nel quadro istituzionale attuale sembra difficile definire quanto il Sud conti nelle priorità dell’agenda politica di governo. Quali sono secondo lei i motivi e cosa si può fare per riportare la questione meridionale al centro della partita?
«Diciamolo con franchezza: il Sud non interessa ed è uscito dall’agenda del governo. Lo dimostra il fatto che i finanziamenti previsti per opere pubbliche e infrastrutture riguardino solo in piccola percentuale il Mezzogiorno. E invece, proviamo a immaginare finanziamenti per tutte le nostre arcaiche infrastrutture, ma con un controllo serio degli appalti e facendo scappare a gambe levate le organizzazioni criminali, che restano il nostro bubbone storico. La questione meridionale deve tornare centrale, ma lo scatto di orgoglio, di emancipazione culturale, deve partire da noi, dal Sud, da chi resta e vuole che si cambi rotta. Occorre il lavoro per sottrarre i giovani alle tentazioni malavitose. Ribadisco che questo è il cuore della questione. L’altro pericolo è che tutti noi ci abituiamo a tollerare la criminalità e non ci accorgiamo come anche nelle relazioni sociali finiamo per adottare quel modello fatto di arroganza, prevaricazione, aggressività, pur senza essere camorristi o mafiosi. L’emancipazione culturale dei cittadini è l’unica strada possibile, non ne vedo altre, per cui devono concorrere tutti, la scuola, l’Università, la politica, le forze dell’ordine, le associazioni, per produrre un modello sociale di sviluppo fatto di legalità, onestà, solidarietà e professionalità».

Qual e’ il peso specifico delle attività politiche locali e in che modo possono influire sulle dinamiche delle strategie centrali?
«In sede locale noi spesso notiamo come inizino dei processi virtuosi portati avanti da associazioni meritorie che si battono per la legalità, la progettualità, le nuove tecnologie, i nuovi saperi, nuove consapevolezze. Per questo motivo, ritengo che il tessuto locale possa avere ricadute enormi nel condizionare la politica a livello centrale. La simbiosi tra il fare, il fare bene e legalmente, potrebbe essere la vera risposta al degrado della politica, e può partire solo dal basso, dai cittadini, perché si tratta di istanze culturali prima ancora che di azioni politiche attive».

Sostanziali e rapide trasformazioni culturali e tecnologiche farebbero pensare che in fondo non si stia peggio rispetto al secolo scorso. Eppure tra la gente si coglie una diffusa sfiducia nel futuro. Come si spiega questa che sembra essere un’apparente contraddizione?
«Oggi il nodo resta il web, non è un caso che c’è chi propone il suo uso continuo come strutturato modello di partecipazione politica. Questa è una rivoluzione enorme per la velocità della comunicazione, del passaparola, per la condivisione delle idee e dei saperi. In questo senso noi stiamo vivendo una stagione straordinaria. Ma la crisi finanziaria, economica e sociale mondiale ha creato voragini: disparità sociali, ingiustizie, ineguaglianze, e con esse, mancanza di posti di lavoro, progressiva perdita dei diritti per i lavoratori, precarietà e, ovviamente, sfiducia nella politica, nelle istituzioni. Un cane che si morde la coda, insomma. Che fare? Comprendere come il capitalismo abbia sostanzialmente fallito e costruire un’alternativa sociale che si basi su valori comuni ineludibili, gli stessi che sta predicando papa Francesco: la solidarietà, il lavoro, l’accoglienza, la tolleranza, la solidarietà».

La felicità è un argomento politico e perché?
«Senza voler andare troppo indietro nel tempo, vorrei ricordare che per gli Illuministi, e per gli Americani di fine Settecento in modo particolare, la ricerca della felicità rappresentava un corretto principio da perseguire. Essa andava intesa come possibilità di espandere il benessere a tutti. Appunto, a tutti, non a cerchie di fortunati. In questo senso, è giusto che si ricerchi la felicità, ma deve essere abbinata a coraggiose scelte politiche che permettano a tutti di migliorare la propria esistenza. Non dimentichiamo che questo è un pianeta che mantiene in piedi livelli di differenziazione sociale ed economica che sono spaventosi e che producono drammi come quelli delle migrazioni oceaniche dai paesi della fame e delle guerre».


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