Pane … per sempre

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di Patrizia Sereno

Per la seconda volta ho incontrato Maurizio de Giovanni, il mio mito. La prima volta era accaduto a Busto Arsizio, quando ancora vivevo a Legnano. Lì lo scrittore noir era giunto a ridosso della pubblicazione di quell’opera da collezione che è “Una domenica con il commissario Ricciardi”. Era stata una gioia immensa. Una gioia che ho avuto la fortuna di poter bissare grazie all’associazione Fedora. A Palazzo Marciano, a Roccapiemonte, Maurizio de Giovanni è giunto per parlare del suo ultimo lavoro della saga dei Bastardi di Pizzofalcone, “Pane”, la storia di Pasqualino Granato, il principe dell’alba che viene trovato – di prima mattina – fuori del suo forno, morto ammazzato. Qualcuno gli ha sparato e, dal momento che è accaduto a due passi dal commissariato di Pizzofalcone, i primi ad arrivare sulla scena del delitto sono loro, i Bastardi.

De-Giovanni a roccapiemonte

Un’opera, “Pane”, che conferma il modo eccelso, supremo di scrivere di de Giovanni. Il suo saper affrontare – in questo caso parlando di tradizione e abnegazione, valori che nel mondo di oggi quasi non ci sono più – temi attualissimi come l’affido o lo stalking.

“Pane” è il primo romanzo di de Giovanni con una grossa novità: l’autore lo ha scritto conoscendo i volti dei suoi personaggi, visto che il libro è nato mentre venivano ultimate le registrazioni della fiction dedicata proprio ai Bastardi e che ha registrato un travolgente successo sulla rete ammiraglia della Rai.

Si tratta del sesto volume della serie dedicata alle indagini del commissario Lojacono. La vicenda si snoda in maniera verosimile e si intreccia senza sbavature con il secondo caso, una strana vicenda di stalking, seguito contemporaneamente da elementi della squadra investigativa. La certosina attenzione per le vicende personali dei protagonisti fa da contrappunto all’indagine: ciascuno dei Bastardi ha acquisito caratteristiche specifiche, elementi che ne fanno figure poliedriche, sempre centrali e mai sovrastrutturali. Nel romanzo la città Napoli viene descritta con amore e realismo, una cornice che è essa stessa parte della trama.

Ad una sala gremita, partecipe, entusiasta, de Giovanni ha duettato con Luca Badiali, presentatore ufficiale di Einaudi. Singolare lo start della serata, con la scrittrice-attrice Letizia Vicidomini che ha indossato i panni di grande… accusatrice dell’ospite. Così la sua requisitoria: <<Signor Giudice, Signori della Corte, oggi è senz’altro una di quelle occasioni nelle quali persino la legge trema, dinanzi alla necessità di esprimere un verdetto.  Siamo qui per giudicare e stabilire la colpevolezza dell’imputato, Maurizio de Giovanni, sul capo del quale pende l’accusa gravissima di aver saputo utilizzare parole e storie in maniera spregiudicata e senza scrupolo.  Sapete già che ha indotto a delinquere migliaia, che dico?, milioni di persone. Agnelli al macello, cuccioli ignari, ma anche animali più che coriacei, avvezzi al peggio eppure catturati senza difficoltà dal de Giovanni. Ci pensate? Mai criminale fu più astuto, riuscendo finora a sottrarsi alla giustizia. L’intento di questa corte è spiegare, laddove si riesca, quali e quante colpe abbia l’imputato nello specifico. Riuscendo a dare corpo a commissari misteriosi, donne bellissime vestite alla maniera degli anni trenta, brigadieri , medici e cani, femminielli e prostitute, ha dimostrato l’ assoluto sprezzo delle regole più elementari. Creando, poi, un ulteriore mondo popolato da ispettori siciliani, piemme sarde, agenti e questori dalle vite sfaccettate e piene di luci ed ombre, ha scelto di percorrere in maniera definitiva la strada del crimine.  Tutto questo, però, non significherebbe nulla se si trattasse solo di libri, pagine ricoperte da stringhe di caratteri alfabetici. Giungo ad affermare che pure la circostanza che molti di questi libri, oltretutto numerosi e tradotti in svariate lingue, siano stati trasformati in fiction televisiva, abbia un peso modesto sul capo d’accusa. Il vero reato perpetrato da Maurizio de Giovanni è quello che tutti i presenti in sala potranno confermare, vale a dire furto senza scasso del cuore e dell’anima dei lettori e spettatori, induzione alla lettura con emozione ed osmosi, plagio e manipolazione psichica.  L’uomo che vedete lì seduto è un pericolo per tutti coloro che vorrebbero rimanere fuori dal meraviglioso mondo dell’immaginazione, per le menti appiattite dall’uso esclusivo e totalizzante di apparecchiature elettroniche, per gli uomini e le donne che hanno dimenticato la tenerezza che può abitare le parole e non hanno mai conosciuto la luce che illumina un volto di fronte ad una frase che gronda amore. Chiedo giustizia, signori della corte.  Chiedo che si emetta una condanna esemplare, signor Giudice, ma non nei confronti di Maurizio de Giovanni. Condannati saremo noi, inevitabilmente, alla meraviglia infinita, al coinvolgimento totale, all’immedesimazione suprema, alla riconoscenza senza limiti.  Condannati al girone infernale e paradisiaco degli amanti delle sue storie immortali. Una condanna che sarà gioia scontare. Per sempre>>.

A Roccapiemonte lo scrittore de Giovanni ha raccontato come “Pane” ruoti tutto intorno al rapporto fra tradizione e innovazione. Con un oggetto di uso quotidiano: il pane. Quello che un tempo, grazie all’impiego del lievito madre, durava quattro giorni. Il romanzo parla anche di camorra. Un ombrello morale, secondo de Giovanni: se c’è la camorra, allora non è colpa di nessuno!

Tanti gli spunti di riflessione intriganti. Uno su tutti. In una società, in un tempo – ha detto l’ospite d’onore – siamo continuamente connessi, il problema è l’affettività che tendiamo a dimenticare. Il delitto è una deviazione affettiva. I delitti più impressionanti sono quelli che non vanno in prima pagina, quelli che stanno a pagina 8 o 10, quelli che raccontano di crimini che per anni hanno aleggiato tra le mura di casa come un cattivo odore, senza che nessuno se ne accorgesse. Un padre anziano che ammazza il figlio disabile e poi si uccide. La cronaca nera mette in fila i fatti, li racconta. I magistrati comminano le pene. Il perché lo si capisce solo raccontando le storie. Una storia di entra in corpo. E la letteratura nera è fondamentale: apre una finestra sul disagio che nei social non troviamo, sulla crepa nel pilastro che c’è, ma che tutti fingiamo di non vedere.


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