Raccontare la disabilità è arduo. Si potrebbe incappare nel terribile pregiudizio che essa sia un mondo “speciale”, perché – credetemi – è facile definirlo tale quando la si guarda dall’esterno. Eppure, sub specie aeternitatis, la debolezza appartiene all’universo dei giusti, di coloro che attraverso uno spiraglio riescono ad intravedere la potenza straordinaria della luce che noi, abili, a volte non cogliamo nemmeno. Speciale. Cos’ha di speciale allora quel mondo? Agata Vignes, laureata in scienze dell’educazione e insegnante della scuola primaria, è autrice di un racconto per bambini, intitolato Sasso Picasso. Dal colloquio con l’autrice, non ci aspetteremmo che l’ispirazione di questo racconto, – autobiografico -, nasca da una storia di disabilità, perché il sorriso è stato parte integrante, essenziale della conversazione. Picasso è la storia di un sasso che vive tutto il giorno in preda alla noia e alla convinzione di essere solo una pietra inutile, che nulla può destare se non indifferenza e fastidio. Questa parte del racconto mi piace chiamarla incoscienza. Poi, un giorno, improvvisamente, Picasso fa un incontro straordinario, un incontro che cambia la sua vita, le sue giornate, il suo umore. E questa parte del racconto mi piace chiamarla consapevolezza. Non è cambiato il sasso, né la sua forma, né il suo colore e il posto in cui abita. Semplicemente è cambiata la consapevolezza che ha di sé, di ciò che può diventare se impara a guardarsi con occhi diversi. Non è forse speciale tutto questo?

Sasso Picasso libroLa differenza la fa non quello che siamo, ma come ci guardiamo e possiamo diventare, scrive l’autrice, aiutandoci a comprendere che non è speciale l’involucro che ci racchiude ma quanto siamo in grado di permeare quello stesso involucro con i valori che ognuno di noi, – abili, disabili, – ha dentro.

In un mondo come quello odierno, in cui la necessità di rendersi utili e dare un contributo materiale alla società costituisce il perno su cui si basa il giudizio fondante di un individuo, essere disabili equivale a sentirsi fuori posto, fuori luogo, fuori tempo. Eppure, la letteratura, ancora una volta, ci consente di effettuare voli pindarici, ricordandoci sempre che pensare, inteso come la capacità di porsi come essere senziente, – il cogito, ergo sum di senecana memoria, – è il fondamento dell’identità collettiva, in cui tutti dovremmo riconoscerci, e dunque sentirci parte di un sostrato identitario comune che evidenzi, in primo luogo, la nostra umanità.

I racconti per bambini hanno un grande merito: arrivare lì dove noi adulti non siamo in grado di cogliere. Picasso risorge grazie ad un gruppo di bambini che riesce a trasformarlo in ogni cosa che l’immaginazione suggerisce loro: una pizza, una coccinella. Dietro una formina che assume il sasso, c’è il desiderio di dare vita a qualcosa che solo apparentemente è statico. Non è forse questo il miracolo della vita?

Questo il fine di Sasso Picasso: (ri)scoprire quel piccolo sasso che alberga dentro ciascuno di noi e che, nonostante a volte pesi come un macigno, ci ricorda che siamo belli perché diversi.


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