Gli accadimenti delle ultime settimane sono stati intensi e terribili. Gli attentati di Dacca e di Nizza, l’omicidio (a sfondo razzista?) occorso a Fermo. E poi Monaco, e chissà quanti altri ancora…
Voci di ogni genere, che si rincorrono: per le strade, sui giornali, nelle TV, sui social networks. Chiacchiericci ed analisi a profusione, dallo sgomento alla rassegnazione, dalla rabbia all’indifferenza. Chi si è affiancato al dolore per gli imprenditori uccisi a Dacca, chi si è scagliato affermando come queste persone quasi si siano meritate la sorte che gli è toccata, quali “sfruttatori” di forza lavoro in Bangladesh. L’episodio avvenuto a Fermo è stato poi sconcertante. Le notizie – pare – vengono manipolate sempre e comunque a seconda della convenienza. Giornalisti “affermati” che prestano la loro penna ad un giudizio feroce, scrivendo di pancia e basandosi solo su qualche elemento. Sono saltati fuori termini ormai sempre più comuni nel linguaggio: fascismo, razzismo, intolleranza. Dopo meno di una settimana pare che il fatto sia diverso rispetto a quanto originariamente descritto. E subito è pronta una levata di scudi dall’altra parte della barricata, pronti a dire “vedete, avevamo ragione noi!”. L’attentato a Nizza è stato poi un fulmine a ciel sereno: l’ultima dimostrazione – in ordine di tempo – che il terrore effettivamente esce dalla TV e diventa reale, tragedia, lacrime e sangue. La serenità di famiglie festanti, riunite per godere di uno spettacolo di fuochi d’artificio è stata bruscamente interrotta da un attentatore che ha voluto rendersi protagonista immolandosi. Non si sa ancora in nome di cosa. All’apparenza in nome di un dio. E non passa ormai giorno senza che una qualunque notizia venga battuta, commentata, interpretata, smentita, manipolata. Tutte notizie che si sviluppano attorno ad “immigrati di seconda o terza generazione”: ma chi non lo è, oggi, immigrato, specie di seconda o terza generazione? Forse una minoranza, destinata tra l’altro a scomparire… Una narrazione che non dovrebbe convincere più, quella dello “straniero”, eppure è l’unica che viene ancora venduta, e comprata… Eppure l’immigrazione in Italia era percepita come un problema già vent’anni fa, quando non c’erano nè ISIS nè Siria nè altro. Negli altri paesi Europei anche molto prima, quando gli emigrati eravamo noi.

Per contro, quel che è certo è che, sempre più persone, cittadini europei, vengono attratti dalla rete di uno stato-non-stato, l’Isis, che vuole “epurare” tutte le forme e le consuetudini di vita “occidentali”. Questo quello che ci viene costantemente riferito: dalla politica, dai media, dal vicino di casa… Si tratta forse di persone male integrate che, come la maggior parte di “noi”, sperimenta la crisi economica, la difficoltà del lavoro, le insormontabili difficoltà quotidiane e, in assenza della politica, trova una facile soluzione in chi offre una via di scampo, seppur diabolica?! Attratti dall’idea del martirio, o forse abboccando all’esca della celebrità, forse in cambio di denaro per le famiglie, sicuramente vittime di una risposta – sbagliata – ad una problematica reale, fatta di un vuoto che avvolge tutti.

Paradossalmente informarsi oggi è diventato più semplice, sia per la quantità di input, sia per il reddito medio procapite – che in sostanza ci consente di non dover procacciare cibo o lavorare 20 ore al giorno come magari poteva avvenire nel passato – e purtuttavia ignoranza, disinformazione e luoghi comuni sono sempre più diffusi. Su questo terreno sterile si genera inevitabilmente l’odio, per la più parte. Le propagande sono molto facili. Il popolo – fatto di singoli che agiscono “naturalmente” – ha paura e ascolta chi sa dar voce alle proprie paure. La congiuntura economica è decisamente sfavorevole e, così come accadde nell’Europa degli anni trenta del XX secolo, s’indicò un capro espiatorio. Ed allora, come mai la pancia dei popoli continua ad ingurgitare odio, dall’una e dall’altra parte? Interrogativi inevasi che però condizionano il nostro modo di essere più di quanto non crediamo. Eppure non c’interessa. Avvolti come siamo nella totale indifferenza per noi stessi, per ciò che siamo e per quel che sarà il nostro futuro.

Si va delineando quindi, nella narrazione del terrore, una latente guerra di religione che in realtà è altro. Forse scontro di civiltà, civiltà che esiste a prescindere dalla religione. E’ certo più facile usare la religione come scusa, così da convincere la popolazione, perlopiù ignorante e disagiata. La guerra di civiltà è intesa invece come modo di concepire lo Stato e cioè l’azione politica della comunità. In “Occidente”, nel corso dei secoli, questo si è delineato come Stato Nazione. In Medio Oriente e in Africa lo Stato è al contrario basato su etnie ed aggregazione tribale. Una guerra di religione apparirebbe di fatto come una sorta di guerra neocolonialista. In questo caso mi pare invece di assistere a una sorta di reazione alle esperienze coloniali sperimentate dagli Europei nei secoli passati e mantenute in piedi sotto vesti camuffate, ancora oggi.


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