Nocera, la leggenda di via Iroma e il Papa

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di Vincenzo D’Amico

Chissà quanti di noi passeggiando per via Iroma, si saranno chiesti l’origine di questo curioso toponimo.

Ci viene in aiuto un libro del 1858: “Leggende e tradizioni patrie per la prima volta raccolte in ciascuna provincia del nostro regno e mandate alla luce per opera di Tommaso Aurelio de Felici“.

Una poderosa opera, che meriterebbe di essere ristampata, che testimonia come fossero ancor ben presenti i fermenti culturali tipici della Napoli romantica, anche dopo il fallimento dell’esperimento costituzionale del 1848. In quegli anni il nostro territorio era molto importante per motivi economici, numerosi opifici erano presenti nella valle del Sarno; culturali, si pensi allo scrittore nocerino Costantino Amato, morto giovanissimo; militari, basti pensare alla caserma Carlo III. Senza dimenticare la strada ferrata che aveva raggiunto Nocera nel 1844, all’epoca ancora comune unico e San Clemente nel 1857, mentre l’anno dopo furono ultimati i lavori del tunnel ferroviario di Codola. E così anche nel più completo libro di “leggende e tradizioni patrie” delle Due Sicilie non manca l’accenno alla nostra città.

Di seguito, la leggenda riportata da Tommaso Aurelio de Felici, sulle origini di questo toponimo presente a Nocera Superiore. Protagonisti dell’aneddoto: l’autore stesso, Tommaso, che parla con ai nocerini.

– Si Signore: Iroma, cioè: hic Roma, mi diceva il mio Ospite; questo è il nome della nostra contrada, nome che le dà dritto di rivalità colla Regina del Mondo –

E queste parole pronunziava con gravissima enfasi quell’indigeno di uno dei borghi di Nocera, il quale sublimava la sua Patria fino a muovere contesa con Roma. Figuratevi se lo lasciassi in pace dappoi che ebbi traveduto in queste premesse alcun che per lo fatto mio, ed egli non si tenne davvantaggio, e mi regalò la seguente tradizione: Guardate là di fronte su quel rialto l’antico fabricato che si erge più sublime degli altri, quasi a dominarli; ebbene, mio Signore, quel fabbricato che or noi diciamo il Palco, fu un bel Castello feudale, donde gli antichi Duchi di Nocera esercitavano il loro dritto feudale su tutto il circostante Paese. Ma non queste memorie rendono glorioso quel monumento, che anzi a riguardo di ciò meglio sarebbe che ognuno di noi accorresse a smantellarne una pietra, finchè nessun vestigio più resti ad attestare l’infamia e la tracotanza di quei tempi deplorabili. Colà nacque S. Ludovico re di Francia; e pare che tanto basti a conciliarci con esso; cola fece dimora il più grande fra questi tennero il soglio di Pietro, il Pontefice S. Gregorio VII; e ciò c’impone, senza dubbio, carità e veneranza per quell Castello. Ora il mio breve racconto, qual fedelmente la Tradizione popolare il conservò, riguarda quest’ultimo fatto.

Costretto quel sommo Gerarca, vero propugnatore dei dritti e privilegi della Chiesa, ad esulare da Roma per aver troppo amata la giustizia, venne in questi luoghi, e ricevuto in Salerno con quell’amorevolezza e rispetto che a tanto Personaggio, ed ai suoi illustri infortuni si conveniva, vi stabilì la sua dimora. Ma non fu sola Salerno a fruire di siffatta onorificenza; che il santo Pontefice volle anche a Nocera concedere il vanto medesimo, venendo a dimorare altresì nel Castello che ci è di fronte. Nel tempo intanto di tal sua dimora in questa nostra contrada occorse la festività dei gloriosi Apostoli Ss. Pietro e Paolo, cui bramando quello celebrare con maggiore solennità, scese dal Suo Castello a fare il Pontificale nella nostra Chiesa. Ed era spettacolo invero commovente vedere il Vicario di Cristo, il primo dei Monarchi, il Capo supremo dell’Orbe Cattolico allietare la meschina Chiesa di una povera contrada, d solennizzarvi il giorno più glorioso al Papato tra un pugno di gente rozza e straniera.

Chi sa in quei tristi momenti quali fossero I pensieri in quella mente cui il camauro si era volto in corona di spine, cui lo scettro era caduto dale mani nell’atto di cangiarlo col bordone dell’ esiglio? Certo che pensieri angustianti, desolate tenevano la mente di quell sommo che rapito nell’estasi del passato, già dimenticava ed il luogo, ed I circostanti e la solennità cui si accingeva. Uno dei suoi allora, comprendendo quanto in quella mente si passasse, forse troppo di accord coi sentimenti onde era compreso egli stesso, lament, sospirando, le parole:

Ah! Qui non è Roma! —

Lo guardò il Papa, e vergognando per una parte di aver fatto trapelare alcun che meno degno della invitta fortezza del suo animo, e per un’altra volendo addimostrare la prerogative, l’unità, l’invincibilità del Papato, a colui diede la memoranda risposta:

Hic Roma — (1)

Le ammirabili parole del Santo Padre furono accolte gelosamente, e questa contrada ov’egli le proferì, se le impose per nominarsi, sol di poco cangiandole in Iroma.

Così chiuse quell mio Ospite il suo racconto tradizionale, del quale ringraziandolo vivamente, feci Tesoro.

(1) Qui è Roma.


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