Un tempo, a Londra,  i palchetti di Hyde Park davano democraticamente spazio alle convinzioni più disparate di alcuni; poche decine di spettatori ascoltavano e magari commentavano tra loro le questioni affrontate dal relatore di turno. Nella maggior parte dei casi tutto restava lì, magari anche a causa del limitato numero degli ascoltatori, ma talvolta da quelle sedi – grazie anche al supporto attento e documentato degli organi d’informazione – sono scaturite istanze concrete e forti che hanno contribuito al progresso sociale e individuale.

Oggi, con la disponibilità di strumenti comunicativi diversi e globalizzati, che sfruttano la velocità per raggiungere e incidere sulle convinzioni di ognuno,  stiamo assistendo ad una ennesima trasformazione epocale che mette in discussione punti  e assunti che ritenevamo cardine per il nostro equilibrio sociale.  Bisogna ammettere che tale disponibilità offre un insieme imprecisato  di input  e trova nella diffusione repentina ed endemica il suo habitat naturale, a prescindere dal valore dei contenuti e della loro reale schiettezza.

Non è un processo a Internet ed alle sue comunità sociali, né  apologia di becero oscurantismo ma un ragionamento che mette al centro della questione  quanto siamo disposti a sacrificare  sull’altare dell’informazione globale, a scapito della verità oggettiva, pur di ottenere visibilità personale e strappare consenso generale.

Andando oltre i “social networks” un’ulteriore riflessione credo si debba porre in merito all’etica dell’informazione professionale che, a mio giudizio, può essere sostenuta solo con i puntelli dell’approfondimento, ma si sa che le verifiche  hanno come peggior nemico  il tempo. Alla fine della fiera  si sceglie di lanciare genericamente la notizia, pur di competere sulle prestazioni in velocità, e verificare in seguito se trattasi di bufala irresponsabilmente costruita o di esagerazione sublimata da un effetto domino incontrollabile e devastante che un tempo si definiva “Vox Populi”.

Esiste, inutile negarlo, un clima di sfiducia e di sospetto ampio, generalizzato e trasversale. Coinvolge ogni aspetto del sociale: dalla politica all’economia, passando attraverso i valori di comunità e di integrazione, facendo emergere atteggiamenti d’isolazionismo e protezionismo che spostano le lancette del tempo indietro di 70 anni.

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E’ curioso che sui digital media, quando una notizia si propaga velocemente, si dice che ha avuto una diffusione virale. D’altronde non c’è nulla che dia più senso di un virus a rappresentare qualcosa che invade, in maniera veloce e inarginabile.

Nelle ultime settimane, tra i tanti atteggiamenti virali, stiamo assistendo  al tentativo di smontare le conquiste storiche ottenute dalla microbiologia, branca della medicina che ha permesso di conoscere e combattere batteri e virus, invisibili cecchini per la nostra salute.

La polemica è sorta sugli effetti collaterali dei vaccini disponibili, sul loro corretto utilizzo ma soprattutto sulla loro obbligatorietà. Argomenti sui quali si può certamente discutere, specie nell’aspetto costi/benefici, ma che taluni brandiscono come arma impropria e pericolosa.

La storia di oltre un secolo ci documenta su come si sia venuti a capo, e in molti casi sconfitto, di malattie endemiche procurate da batteri e virus che per secoli hanno flagellato l’umanità.   In particolare i vaccini hanno trovato efficacia attraverso l’applicazione del concetto di “immunità di gregge o di gruppo” che a molti sfugge e in altri appare alieno.

Proviamo a spiegarlo quì. La catena dell’infezione può essere interrotta quando un gran numero di appartenenti alla popolazione sono immuni o meno suscettibili alla malattia. Quanto maggiore è la percentuale di individui che sono resistenti, minore è la probabilità che un individuo suscettibile entri in contatto con il patogeno (batterio/virus), che non trovando soggetti recettivi disponibili circola meno, riducendo così il rischio complessivo nel gruppo. L’immunità di gruppo, rispetto a quella individuale, offre due ulteriori vantaggi: la ridotta trasmissibilità e la riduzione del ceppo infettivo. Perciò, statisticamente, ottiene effetti stimabili in almeno tre ordini di grandezza sulla riduzione del rischio di contagio del singolo individuo proteggendo anche gli individui non vaccinati, non vaccinabili e quelli che non hanno sviluppato l’immunità totale a seguito della vaccinazione.

Va da sé che, in un gruppo, una popolazione o in una comunità, maggiore è il numero di vaccinati minore è il rischio di contagio. Questo spiega nella pratica il motivo per cui le spinte sull’obbligatorietà dei vaccini siano proposte a garanzia e nell’interesse della comunità, perché un’infezione ha un costo economico e sociale altissimo, sicuramente superiore ad una campagna governativa di vaccinazione.

I dati del Ministero della Salute, fino a prova contraria reali e incontrovertibili, ci informano che il numero di casi di malattie da batteri e/o virus sono stabili e nella norma e non ci sono rischi epidemiologici. Nella fattispecie della Meningite (su cui i media, i blog e i liberi pensatori hanno dato ampia risonanza) tutto è sotto controllo, grazie anche al ruolo svolto dai medici di base e al piano nazionale vaccini.

Sull’argomento ne abbiamo parlato con Silvia Camardella, medico ginecologo presso ASL 3 della Campania, che sta svolgendo uno studio sperimentale in ambulatorio sul trattamento delle infezioni da virus HPV (Papilloma Virus) mediante l’uso di vaccini esavalenti.

«Paradossalmente le persone di media cultura, magari di livello sociale più elevato, sono più propense a non vaccinare. La ragione? Probabilmente hanno più facilità di accesso ad una serie di informazioni che girano su internet e che spesso sono inattendibili. Ricordiamoci sempre che le terapie vaccinali sono una conquista dell’umanità. Certo, come un qualsiasi altro farmaco, anche i vaccini hanno effetti collaterali e controindicazioni: è normale. Gli svantaggi delle terapie vaccinali sono poca cosa rispetto ai vantaggi, le confesso che vorrei per tutti i farmaci avere il rapporto vantaggio-svantaggio della terapia vaccinale».


LE TAPPE STORICHE DELLA VIROLOGIA

  • 1898 – Friedrich Loeffler e Paul Frosch riconoscono l’esistenza di agenti d’infezione più piccoli dei batteri (agenti filtrabili) in seguito alla dimostrazione della trasmissibilità per mezzo di filtrati acellulari dell’afta bovina.
  • 1901 – Walter Reed scopre il virus della febbre gialla, il primo trasmesso dagli artropodi ad essere individuato.
  • 1901 – Louis Pasteur (Dole, 27 dicembre 1822 – Marnes-la-Coquette, 28 settembre 1895) identifica il Virus della rabbia.
  • 1903 – Adelchi Negri descrive la presenza di grosse inclusioni intracitoplasmatiche nelle cellule nervose di uomini e animali infettati col Virus della rabbia.
  • 1909 – Karl Landsteiner e Erwin Popper, mediante inoculazione intracerebrale di un filtrato di midollo spinale di un paziente affetto da poliomielite, trasmettono la malattia ai primati, dimostrando che l’agente responsabile è un virus.
  • 1912 – Alexis Carrel utilizza le prime colture in embrioni per la coltivazione dei virus.

 

Dottoressa, ma in questa ottica, quanto conta la formazione medica? Questo sentimento di scetticismo relativo ai vaccini può essere combattuto con una maggiore consapevolezza in primo luogo da parte dei professionisti sanitari?

«Assolutamente sì , c’è sempre da imparare. In campo di terapie vaccinale credo che il personale medico abbia già una comprensione tecnico-scientifica medio-alta, ma sono convinta che l’aggiornamento sia indispensabile e che la cosa più importante sia riconquistare autorevolezza. Il medico deve prendere coscienza che rappresenta un punto di riferimento. In questa società  che definirei ipermediatica prosperano centinaia di comunità social e migliaia sono i blog di varia natura. Il medico rappresenta l’unica figura riconosciuta e di riferimento. E’ necessario che il medico acquisisca piena consapevolezza di questo ruolo, che lo eserciti con attenzione e dedizione. Il suo parere è di fondamentale importanza obbligandolo responsabilmente a curare gli effetti che derivano dall’influenza su tali questioni. Emblematiche le dichiarazioni di Roberto Carlo Rossi, Presidente dell’Ordine dei Medici di Milano, in riferimento al recente caso del medico ‘no-vax’ convocato dall’Ordine OMCeo di Milano insieme a un collega sostenitore delle stesse tesi. La convocazione, da parte dell’Ordine, è scattata dopo tante segnalazioni in merito alla pubblicazione di materiali on line nei quali il medico esponeva vantaggi, ma soprattutto svantaggi, delle vaccinazioni. Rossi ha ragione a dire che: quando un medico dice che i vaccini provocano l’autismo, il danno che fa è rilevante. Perché non danneggia solo i suoi pazienti – già questo è grave – ma l’alone delle sue dichiarazioni si amplia ed è infine male interpretato. >>

autismo-leggePer completezza d’informazione si rileva che, nonostante l’impegno internazionale dal 2010 al 2015, il tasso di vaccinazioni è aumentato appena dell’1% a livello globale. Il dato è reso noto in un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che inoltre rileva che di questo passo non verranno raggiunti pienamente gli obiettivi del piano vaccini stilato nel 2012 che prevede, entro il 2020, la copertura del 90% della popolazione.

Intanto il presidente dell’Istituto superiore di sanità (Iss), Walter Ricciardi, definisce “storico” l’accordo che mira ad eliminare le disparità attualmente esistenti tra le Regioni in tema di vaccinazioni. “E’ stato raggiunto un accordo storico tra Stato e Regioni per una nuova legge nazionale che renda obbligatorie tutte le vaccinazioni previste nel Piano 2017-19 su tutto il territorio“, ha annunciato Ricciardi, sottolineando come l’intesa sia stata raggiunta “all’unanimità“. Ci sono state infatti delle regioni, come Emilia, Friuli Venezia Giulia e Toscana, ha spiegato, “che sono state più coraggiose e per prime hanno deciso per l’obbligatorietà delle vaccinazioni, ma ora si decide di prendere un’iniziativa a livello nazionale e questo è storico“. In questo modo, ha chiarito, “si supera finalmente la confusione che ancora esiste tra la gente tra vaccinazioni obbligatorie e consigliate: va infatti detto in modo definitivo che tutte le vaccinazioni, dal momento che salvano vite umane, sono obbligatorie, sia da un punto di vista etico che scientifico“. Un accordo che ha avuto l’unanimità e ciò significa che “sono superate le remore di alcune regioni. Ora – ha affermato – sarà approntato un provvedimento che sarà presentato al Parlamento.

Staremo a vedere.


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