NELLA FICTION RAI “STUDIO UNO” RISORGE IL COREOGRAFO DON LURIO

di Franco Presicci

Don Lurio, i giornaliati Antonucci e Zucchi, Piero Colaprico e lo storico Lopez (1)

Con una “fiction” ha risplverato “Studio Uno”, il programma che ebbe nel cast, con Mina, Luciano Salce, Paolo Panelli, Rita Pavone, Walter Chiari, le gemelle Kessler, oltre al coreografo, ballerino e “showman” americano Don Lurio. Una buona occasione per ricordare un mio incontro con lui, nel marzo del 1999, nella Galleria “Prospettive d’arte”, di uno dei pugliesi illustri che risponde al nome di Mimmo Dabbrescia, di Barletta. Avevo già intervistato per telefono, grazie sempre a Dabbrescia, la star, mentre si trovava a Sanremo per partecipare al festival come “spalla” di Fabio Fazio. “Non possiamo conversare in Galleria, dove, come sai, sta per essere inaugurata una mia mostra di quadri?”, mi aveva proposto. “Lo faremo dopo, ma oggi al Giorno ti è stata riservata quasi una pagina”. Ed ecco aprirsi un capitolo della sua biografia, verosimilmente nota a pochi.

“Fu la mia insegnante delle elementari a incoraggiarmi nella pittura. Aveva intuito la mia vocazione e mi consigliò di sostenere l’esame di ammissione alla High School of music and art di Harlem. Ma non era facile arrivare a quelle aule, dove soltanto 50 ragazzi su mille ci riuscivano. E fu proprio lei a tranquillizzare i miei genitori, preoccupati per il fatto che io – ancora bambino – dovessi percorrere le strade piene di pericoli di quel quartiere di Manhattan. Per maggiore sicurezza mi scortò sempre un poliziotto. Così frequentai quell’istituto per quattro anni”. Ritrovai Don Lurio in galleria; visitai l’esposizione, in compagnia di Dabbrescia, persona discreta, cortese, parca di parole, e del fotografo Gaetano Montingelli, che è di Cerignola. Quella sera il coreografo non stava tanto bene e Mimmo gli suggerì d’indossare il cappotto, perché la sua poteva essere influenza. Ma era un malessere più serio, tanto che venne ricoverato all’Umanitaria e vi rimase un paio di giorni. E’ lì che Mimmo lo rintracciò dopo averlo cercato in diversi posti.

Con Don Lurio, pseudonimo di Donald Benjamin Lurio, nato a New York nel 1933, era piacevole dialogare. Sottile, sguardo penetrante, agile ed elegante come un gatto, espressione birichina, sibilò: “Tu sei furbo e mi vuoi fregare”. Poi si accorse che non era vero e mi regalò con dedica una litografia raffigurante tre giocatori con le carte in mano, mentre osservavo una “Donna su un divano rosso”, un “Matinée al Sistina”, ballerine, sedie impagliate: acrilici su tela. “Per tanti anni ho dipinto senza poter mai esporre, preso com’ero dal balletto, dalla coreografia”. Pittura e danza sono in antitesi? “No. In fondo il palcoscenico è una tela bianca, dove i ballerini sono i colori in movimento. Protagonista è lo spazio”. E confessò il rimorso per aver dedicato poco tempo alla tavolozza, che impugnava ogni volta che poteva poteva.

Era arrivato in Italia nel ’57, cominciando un percorso destinato al successo. Debuttò in uno show televisivo intitolato “Crociera d’estate”; nel ’59, prese parte a “Canzonissima” di Garinei e Giovannini, con Delia Scala, Paolo Panelli, Nino Manfredi; due anni dopo fu principe in uno spettacolo con il Quartetto Cetra e, con la regia di Antonello Falqui, in “Studio Uno”, per il quale tra l’altro creò la coreografia del “Dadaumpa”. Una carriera teatrale e televisiva sfolgorante.

Ne parlavo giorni fa con Mimmo Dabbrescia, che conosco da quarant’anni. Uomo e professionista serio, preciso, limpido, stimato; nato nel ’38 a Barletta, città ricca di sopravvivenze antiche e di chiese in stile romanico-pugliese, arrivò a Milano immagino con la macchina fotografica a tracolla. Vero maestro dell’obiettivo, uno di quelli che amano camminare con le proprie gambe, senza bastoni a cui appoggiarsi, entrò al Corriere della Sera e visse la cronaca “più calda”. Poi fondò una rivista molto importante, “Prospettive d’arte”, alla quale collaborarono nomi di riguardo, come Ugo Ronfani e gli artisti più rappresentativi dell’arte contemporanea, oltre alla stessa moglie di Mimmo, Bruna.

Pubblicò anche libri su Ernesto Treccani (impegnato con la ceramica a Forte dei Marmi), Salvatore Fiume (con un grande reportage sul viaggio in Polinesia sulle orme di Paul Gauguin), Saverio Terruso (durante la processione del Cristo a Monreale); ebbe contatti con Francis Bacon, Salvador Dalì, Agostino Bonalumi, Michelangelo Pistoletto, Renato Guttuso, Giorgio De Chirico, Lucio Dalla, Gino Paoli e Ornella Vanoni insieme (lui che accompagnava al pianoforte la voce di lei), e con tanti altri personaggi, non soltanto dell’arte e dello spettacolo. Li ritrasse, consentendoci adesso di pubblicare alcuni di quegli scatti. Mimmo fu amico di Ugo Ronfani, vicedirettore de Il Giorno, critico d’arte e teatrale (intervistò Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir. E scrisse, oltre a “La toga rossa”, pagine splendide, libri su monsignor Lefebvre, su 40 anni di teatro francese) e per un breve periodo direttore della scuola di giornalismo dell’Ordine lombardo.

Il nome della rivista diventò l’insegna della galleria, aperta in via Carlo Torre 29, dove si estende il fascino del Naviglio Grande. In queste sale Dabbrescia ha ospitato mostre memorabili e iniziative culturali, tra cui la presentazione dei volumi “Venticinque secoli di Milano” e un libro sulla storia del calcio barese, di Gianni Antonucci, che ebbe come relatori lo stesso Don Lurio; Giovanni Lodetti, già campione del Milan; lo storico Guido Lopez (tra l’altro autore di “Milano in mano”; “Milano in Liberty”, illustrato da Fulvio Roiter; “I cortili di Milano”, da Mario De Biasi; editi dalla Celip); moderatore Piero Colaprico, inviato di Repubblica e noto autore di “gialli”.

Per anni questa galleria prestigiosa, ricca di luce e di colori, è stata un punto di riferimento. Ogni mostra richiamava frotte di visitatori e suscitava l’attenzione dei giornalisti. Guidati dagli insegnanti, le scolaresche ci andavano per ammirare i protagonisti dell’arte contemporanea. In occasione di una mostra un cronista venne invitato ad illustrare le opere del cofondatore di “Corrente” (movimento culturale e artistico sbocciato a Milano nel ’38), di cui ricordiamo i volumi “Ernesto Treccani per immagini” e “Ernesto Treccani: Con il sole, senza sole”.

Dabbrescia ha dato, e continua a dare, un notevole contributo alla diffusione dell’arte, facendo apprezzare Ibrahim Kodra, Attilio Alfieri, Remo Brindisi, Madè. E’ stato lui a rivelare, nel marzo del 1999, l’attività “segreta” di Don Lurio, rispondendo all’appello di un gruppo di amici del coreografo e ballerino, che confidò: “Da giovane avrei voluto fare soltanto il pittore. Ma ai pennelli e ai colori ho dedicato poche ore sottratte al sonno”. Anche quando per lui si sono spente le luci della ribalta di tempo ne ha avuto poco. E’ scomparso a Roma nel gennaio del 2003, a quasi 70 anni. Oggi la galleria di famiglia si chiama “Art D2” e ha due assi in più: i figli di Mimmo, Riccardo e Paolo, che dopo aver seguito corsi di studio brillanti, all’istituzione hanno dato una svolta, da qualcuno interpretata come l’arte a domicilio via internet. Non è più il pubblico che visita le mostre, ma sono i quadri che entrano nelle case. E Mimmo non sta a guardare. E neppure Bruna.

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