Mostra del Cinema di Venezia, tra i protagonisti anche il giovane regista salernitano Elio Di Pace

Esiste un certo cinema che basa i suoi lineamenti sulla perfezione dei dettagli. Il movimento scomposto del corpo, uno sguardo, il fumo denso sbuca dalla macchinetta del caffè, l’inquadratura di un calendario, il lamento della quotidianità. E’ il cinema di Elio Di Pace, è il cinema di ‘comportamento’, dove ogni particolare racconta una storia passata, fissa un percorso antico che porta lo spettatore nel presente. Di Pace, originario della provincia salernitana (Castel San Giorgio) e giovane allievo del Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è stato tra i protagonisti della 74a edizione della Mostra internazionale di arte cinematografica di Venezia. Si è fatto conoscere con due opere, che raccontano le profondità lasciate dagli squarci sociali, la quotidiana lotta per un equilibrio, in terra di Sud. Le Visite e La Chimera – appunti per un film sulle vele di Scampia.

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Il primo è un cortometraggio, nato e cresciuto sotto la supervisione paterna di Gianni Amelio, coordinatore di un laboratorio al Centro, intitolato ‘Scritto e diretto’. «Gianni Amelio ci dava libertà – ha spiegato Elio Di Pace – e ci metteva alla prova dal punto di vista autoriale. Scrivevamo il nostro corto autonomamente. Un regista che per me è stato cruciale. All’inizio volevo entrare a fotografia, ma mi presero a regia. Poi ho incontrato Amelio, che mi ha plasmato. Ne è prova anche il cortometraggio. Avevo scritto un soggetto diverso, ma lui, intuendo cosa mi interessasse veramente, è riuscito a tirare fuori l’idea profonda che tenevo dentro». La storia di due donne, una delle quali è la madre di un ragazzo finito in carcere, ‘un pesce piccolo delle paranze’ come lo definisce lo stesso Di Pace, finito dietro le sbarre per fare da capro espiatorio. La storia si dipana tutta nel rapporto con la cognata, nei gesti di questa madre che cucina, nel conflitto endemico con la giustizia, nella preparazione della borsa per il figlio carcerato, nella descrizione di un dolore mai ‘detto’, anzi mostrato a sorsi. Il corto è ambientato a Napoli, nel quartiere Stella.

«Volevo fare un cinema di comportamento, della trama mi interessa relativamente. Mi importava più la quotidianità di queste persone. Il corto si svolge in quattro lunedì, durante le visite in carcere». Ma nulla del carcere verrà mostrato.

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La storia prende fiato prima della visita o al ritorno. Ciò che conta è l’invisibile, il contorno che come in un gioco di illusione ottica diventa centro narrativo. «Volevo girare il cortometraggio con delle telecamerine – spiega il giovane regista – per avere un effetto di reportage televisivo anni ’80-’90, in modo che si vedesse male e si sentisse male. Doveva dare l’impressione di qualcosa di quotidiano e di homemade. Ho suggerito alla troupe due film. Il primo è un documentario di Gaetano Di Vaio, Il loro Natale, che racconta il Natale delle famiglie napoletane che hanno un membro in carcere. Anche lì una storia di comportamento. Ecco, volevo realizzare un film dove la ripresa raggiungesse il grado zero del linguaggio cinematografico. Senza orpelli. Elemento fondamentale è stato lo studio dei particolari. Il mio scenografo, Francesco Grossi, ha fatto un lavoro incredibile, dall’invecchiamento della mattonella in cucina alla realizzazione dei calendari sui papi e santi. L’altro film che ho consigliato è un documentario di Martin Scorsese, Italianamerican che girò con la famiglia. Scorsese racconta un giorno a pranzo dai suoi genitori. Gli ho fatto vedere queste pellicole per indicare il grado di intimità che bisognava raggiungere con i personaggi».

L’altro film è stato proiettato il 6 settembre nella Villa degli Autori, il quartier generale della sezione collaterale del festival per la “Giornata degli Autori”, diretta da Giorgio Cosetti, che ha voluto ospitare la proiezione di questo cortometraggio. Una versione breve di un film che Di Pace sta realizzando, per la produzione di Gianluca Arcopinto, e la cui regia viene firmata oltre che dal salernitano, anche da Walter de Majo, Giovanni Dota, Matteo Pedicini. La Chimera è incentrato sull’abbattimento delle vele a Scampia con la conseguente assegnazione dei nuovi alloggi agli abitanti. «Non è un caso che abbiamo inserito il sottotitolo ‘appunti per un film sulle vele di Scampia’. Abbiamo tirato fuori questi 20 minuti dalle prime riprese, dandogli un senso compiuto. Il grosso è ancora da fare. Saremo sul cantiere quando ci sarà l’abbattimento e accumuleremo altro materiale. Incontreremo altre famiglie. Il nostro punto di riferimento è il Comitato Vele, con Omero Benfenati e Lorenzo Liparulo, mentre il fondatore e mentore è Vittorio Passeggio, un sindacalista che sentì la necessità di creare il comitato dopo l’immediata costruzione delle vele».

Il corto, che vede al montaggio Riccardo Giannetti, parla essenzialmente di dignità. «Il desiderio dell’abbattimento delle vele è qualcosa che assomiglia ad una bonifica – conclude il regista – La distruzione di un simbolo forzato che non doveva essere. Le vele nell’immaginario sono diventate il paesaggio della criminalità organizzata a Napoli. Demolirle significa demolire una eredità che questa gente non vuole sulle spalle».


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