Memento (quasi) semper

L'epidermide come prolungamento offline della bacheca di Facebook, su cui rendere pubblici i propri affetti, i propri sentimenti e le proprie idee.

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di M.Rosaria Nappa

Premessa indispensabile a quanto segue è che nelle valutazioni che ci accingiamo a compiere non vi è alcun giudizio, nemmeno estetico. Resta infatti fermissima ed inviolabile la piena libertà individuale, che qui non si intende minimamente mettere in discussione. Si cerca unicamente di riflettere ipermetricamente su un fenomeno “di costume” molto in voga negli ultimi anni, senza alcuna allusione alla teoria lombrosiana dell‘uomo delinquente o ad altre valutazioni che prevalicano la scelta e il gusto personale.

Fin da tempi antichissimi (già nel 500 a.c.) uomini e donne hanno decorato il proprio corpo in maniera indelebile attraverso la tecnica, spesso promossa ad arte, del tatuaggio. Di frequente questi segni avevano una funzione terapeutica o rituale, testimoniavano una fede religiosa, o sancivano i riti di iniziazione e di passaggio dei membri della comunità.

Allo stesso tempo i tatuaggi, in particolar modo quelli permanenti, sono vietati da molte religioni, quali Ebraismo, Islam e Cristianesimo, in quanto – pur con l’intento di voler testimoniare la propria fede – deturpano il corpo, già creato a immagine di Dio. D’altrocanto, però, le culture sciamane, quelle asiatiche, il cristianesimo copto e le popolazioni più direttamente discendenti dalla cultura egizia continuano a praticare i tatuaggi come segni identitari e di devozione. Tanto che, malgrado il ferreo divieto medievale di tatuare i corpi, tale pratica continuò in clandestinità soprattutto ad opera di monaci specializzati, in particolare presso il Santuario di Loreto, che incidevano i corpi con piccoli simboli religiosi.

La scoperta dell’Oceania, poi, sdoganò nuovamente l’uso del tatuaggio in Europa, recuperandone appieno la funzione puramente decorativa, specie attraverso la riproduzione di disegni tribali.

Ma veniamo a noi, a quando, a partire dagli anni Settanta, i tatuaggi si sono diffusi diventando una vera moda, se non un autentico must dei nostri giorni. Sono pochissimi i cosiddetti VIP che non sfoggino scritte o immagini sulla pelle, ingenerando una vera e propria tendenza emulativa.

Ma se in origine, come visto, il tatuaggio aveva scopi magici o identitari, essendo comunque segno culturale ben definito anche nelle sue forme più decorative, oggi è difficile rintracciarne motivazioni che non siano estetiche e “ludiche”.

Si è passati dalle linee semplici e definite per così dire tradizionali (l’ancora di Braccio di Ferro, pugnali, cuori trafitti o infranti…) alla riproduzione dello stile tribale tipico del Pacifico, fino ai ritratti, con tanto di sfumature e chiaro scuri, di volti, nature vive o morte, di innesti biomeccanici. Soprattutto, però, si è passati dal tatuaggio come simbolo di appartenenza ad un gruppo al tatuaggio come espressione (più o meno creativa ed originale) della propria personalità e della propria storia.

L’epidermide come prolungamento offline della bacheca di Facebook, su cui rendere pubblici i propri affetti, i propri sentimenti e le proprie idee.

Si tratta quindi di una pratica antichissima che si sta connotando di significati nuovi: la manifestazione del sé, l’ostentazione del proprio vissuto.

Già nei tatuaggi analizzati da Lombroso era molto in voga l’uso di scriversi indelebilmente sul corpo il nome dell’amata, magari per testimoniare un “diritto di proprietà” in vista di lunghe assenze (per mare o in carcere soprattutto), o per le vedove del ‘700 il nome del marito, a simboleggiare l’eterna dedizione al defunto anche post mortem; ma i nomi e le date che oggi affollano i corpi dei ragazzi lasciano una scia di perplessità.

Un pregevole film del 2000, Memento di Christopher Nolan, oltre che essere inquietante per la trama magistralmente resa con un montaggio da nomination all’Oscar, segna magnificamente una diversa finalità del tatuaggio: un appunto a supporto della memoria di chi lo indossa. Ma Leonard è affetto da una patologia che comporta una amnesia anterograda, che non crediamo si stia diffondendo epidemiologicamente…

È vero, la nostra epoca è caratterizzata da tempi così tumultuosi da rendere impalpabile la memoria. Spesso il ricordo di eventi anche recenti è reso volatile dal susseguirsi frenetico di altre esperienze. Ma quanto consideriamo avariata la nostra memoria se riteniamo doverla puntellare scrivendoci addosso i nomi dei nostri figli? Viene in mente una favolosa battuta di un personaggio della commedia di Salemme “Di mamma ce n’è una sola” che, interrogata su se si ricordasse dei genitori ormai defunti, risponde “E come no? Tengo pure la fotografia!”. Sarà forse il timore di una virulenta amnesia che porta a segnare i corpi cicatrizzando in modo visibile date cruciali della propria esistenza, che possono riferirsi alla conquista del record mondiale della propria disciplina sportiva, alla data del matrimonio, della nascita dei propri figli o della morte dei nonni?

L’inchiostro sulla pelle, però, rischia di rendere indelebile anche ciò che poi, un giorno, si preferirà dimenticare. E allora si ripensa alle vedove del Settecento che si tatuavano il motto trappista “Memento Mori”, forse unico promemoria davvero utile. Anche perché non tutti sono fortunati come Johnny Deep: <<Ho dieci tatuaggi, credo. Il più famoso è quello che diceva “Winona forever” di quando ero fidanzato con Winona Ryder. L’ho fatto cambiare in “Wino forever” (ubriaco per sempre), che mi sembrava più adatto a me>>.


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