Maria Gambardella, storia di una donna nocerina

di Macella De Angelis

Maria Gambardella non è una donna che ama parlare molto di se, ma ci sono tante persone e tanti fatti che parlano per lei e di lei.

Nel 1951, a soli ventitré anni è già direttore di produzione della “Ditta Antonio Petti fu Pasquale”, l’industria conserviera guidata da Pasquale Petti che ha sposato l’anno prima. Quando le si chiede come riusciva a gestire una posizione dirigenziale in quegli anni, quando le donne avevano a stento conquistato il diritto al voto, lei risponde semplicemente che non vi era nulla di straordinario: «Mio padre, che era già un imprenditore (Vincenzo Gambardella, esportatore di frutta secca e verdura, ndr), fin da piccola mi ripeteva che una volta compiuti diciott’anni avrei dovuto lavorare. Sposando un imprenditore mi sono sentita quasi in dovere di dare il mio contributo nell’azienda di famiglia». Quando le si fa notare che il suo ruolo nell’azienda è stato fondamentale per arrivare al successo internazionale di cui gode oggi il Gruppo Petti, nelle sue parole si coglie l’essenza di una donna che identifica nella fabbrica la sua vita: “Dietro ogni decisione, a partire dalle innovazioni nei processi produttivi, alle scelte dei mercati nazionali ed internazionali, ci sono tanti sacrifici, ma non solo miei: anche della mia famiglia e delle famiglie dei tanti lavoratori che hanno dedicato la loro vita alla fabbrica».

La signora Gambardella mentre viene premiata da Polis: Premio Città delle Donne-Attività Produttive
La signora Gambardella mentre viene premiata da Polis: Premio Città delle Donne-Attività Produttive”.

È toccante sentire come Maria Gambardella descrive gli anni della scalata del Gruppo Petti verso i mercati prima nazionali e poi esteri, non snocciolando le cifre e nemmeno mediante le scelte, le intuizioni personali, ma rivivendo gli eventi attraverso gli episodi vissuti con i suoi operai dei quali ricorda i nomi e i ruoli. È un racconto di affetti, di aneddoti i cui protagonisti sono i suoi collaboratori e che hanno segnato i rapporti con i grandi clienti, i fornitori e talvolta anche gli stessi “pelatari”, come erano definiti in gergo i primi importanti conservieri: “Ero l’unica donna seduta intorno al tavolo con loro”. Non c’è mai un filo di presunzione nelle sue parole, riesce a calcare l’importanza anche di piccoli gesti delle persone che l’hanno circondata. Un’imprenditrice che è stata da guida per l’azienda, perché grazie alla sua determinazione ha saputo cogliere dalle difficoltà lo spunto per innovarsi e per crescere. È senz’altro indicativo della sua tempra il fatto che nei suoi discorsi non parli mai di crisi: «Le nuove sfide della globalizzazione sono state affrontate differenziando e specializzando il prodotto; innovando e articolando i  processi produttivi, consentendo in tal modo di guadagnare fette di mercato di nicchia che non temono la concorrenza, nemmeno del colosso Cinese che opera in condizioni di vantaggio determinate dal basso costo della manodopera”. L’unico rammarico che trapela dalle sue parole è forse legato alla scarsa attenzione della politica del territorio: “Abbiamo dovuto adattare i processi produttivi per rendere possibili delle operazioni logistiche che sarebbero la normalità per qualsiasi opificio industriale, ma che si scontrano con difficoltà strutturali del territorio di Nocera Superiore. Per non delocalizzare, abbiamo dovuto risolvere modificando la linea di produzione».

Quella che ci trasmette da questa breve chiacchierata “la signora”, come la identificano i suoi dipendenti, quasi come se fosse l’unica persona a meritare tale appellativo, è dunque una vera lezione di vita: «Non serve compiangersi, non serve lamentarsi; è importante affrontare le situazioni e cercare una soluzione, anche dura, se serve allo scopo. Talvolta ho rischiato pur di superare delle situazioni, talvolta sono stata costretta a scelte difficili ed impopolari, ma che erano l’unica strada da percorrere per portare avanti l’azienda nelle migliori condizioni e non solo per me, ma anche per tutte le persone che ci lavoravano e che ci lavorano tutt’ora. Ci sono famiglie che hanno lavorato in questa fabbrica anche per tre generazioni».

L’esperienza di Maria Gambardella ci consente di chiederle un consiglio per le nuove generazioni imprenditoriali: «Oggi, come sessant’anni fa, quando io ho iniziato, il segreto per dirigere un’azienda, piccola o grande che sia, è sempre lo stesso e a me piace racchiuderlo in un’unica parola: rispetto. Il titolare deve sapersi conquistare il rispetto dei suoi dipendenti, dei suoi collaboratori, prima ancora che dei clienti o degli stessi concorrenti. Cosa serve per guadagnarsi il rispetto: autorevolezza, ma anche comprensione, sincerità, fiducia. Bisogna saper apprezzare e riconoscere chi lavora diligentemente Serve anche ai dipendenti vederti lavorare insieme a loro. Il rispetto è la chiave del successo».

La signora Gambardella ha sicuramente conquistato il rispetto di tutte le persone che hanno avuto modo di conoscerla. Si intuisce anche dalle parole dei suoi dipendenti che traspaiono gratitudine, stima, riconoscenza. Tanti volti di tutte le età, che parlano di lei annuendo in segno di vero apprezzamento per il suo operato, talvolta perfino con gli occhi lucidi: «Era un’epoca in cui noi lavoratori non avevamo molto nelle nostre case. Lei spesso arrivava con vassoi colmi di frutta per offrircene. E per non offenderci, in un clima familiare e quasi materno, soprattutto verso quelli che tra noi erano più giovani, mangiava insieme a noi, come una di noi. Lei non ci ha insegnato solo il lavoro, ci ha insegnato anche ad essere donne e madri».


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