Istruzione formazione: Marco Rossi Doria ad “AliMenti: cibo per la mente e lo spirito”

Secondo Rossi Doria la rivoluzione dei mass media è stato un cambiamento epocale come il passaggio tra oralità e scrittura

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di Francesca Mancini

Portici (NA) – Lo scorso venerdì 30 ottobre al Centro Ricerche Enea si è svolta la conferenza di Marco Rossi Doria sul tema: “La risposta della scuola ai grandi mutamenti”, per il ciclo di incontri “AliMenti: cibo per la mente e lo spirito”.

Quale miglior interlocutore, per dirimere i dubbi sull’argomento, di Rossi Doria che sia da insegnante che da sottosegretario al Ministero dell’Istruzione – incarico ricoperto nei governi Monti e Letta – vanta una carriera pluriennale in ambito scolastico.

Marco Rossi Doria, napoletano, si è laureato  in Scienze dell’Educazione. Insegnante elementare e quindi formatore di docenti, ha insegnato a Roma, Napoli e Trento, negli USA, a Parigi e a Nairobi.  Primo “maestro di strada”, ha fondato a Napoli il progetto Chance – scuola pubblica di seconda occasione.

Per approcciarsi allo spinoso quesito l’ex sottosegretario ha esordito con una premessa generale: l’obiettivo che l’umanità deve porsi per poter migliorare è quello di tener separati alcuni ambiti, per poterli focalizzare al meglio e provvedere alle loro specifiche risoluzioni.

Secondo una provocatoria teoria di Sigmund Freud, ”psicanalizzare, educare e governare” sono le uniche tre pratiche impossibili, ma proprio la messa in evidenza della loro inattuabilità ne determina di contro una buona riuscita. In sostanza per svolgere queste tre professioni occorre armarsi di prudenza e non pretendere esiti certi ma piuttosto tener conto della complessità dei rispettivi ambiti e cambiarne gli strumenti, laddove a richiederlo siano le circostanze.

In questo il parere di Rossi Doria è molto affine a quello dello psicoanalista austriaco: la relatività delle discipline impone una certa flessibilità nell’approcciarsi ad esse, e richiede un punto di vista il più possibile democratico e versatile.

D’altronde la scuola, ha ricordato lo studioso, è stata per anni la sede del pensiero democratico, un luogo atto a formare coscienze e a tutelare il libero pensiero. Se adesso il suo statuto è in crisi è perché vi si oppongono delle resistenze da parte di chi non comprende che la giusta direzione è uscire dall’immobilismo in cui ci si è invischiati. Quella di attuare delle modifiche sui programmi scolastici e di sperimentare nuove metodologie d’apprendimento – soprattutto laboratoriali – è la strada che molti Paesi hanno già imboccato e che sembra stia portando a risultati convincenti.

Quando si parla di grandi mutamenti, ci si riferisce soprattutto alla rivoluzione dei mass media che ha investito ogni campo del sapere su scala planetaria. Nell’analisi di Rossi Doria è un cambiamento di portata epocale, paragonabile solo a quello che ha sancito il passaggio tra oralità e scrittura. È evidente che questa rivoluzione e la rapidità della sua espansione ha disorientato le vecchie generazioni e ha reso necessaria una riflessione autoreferenziale della società stessa.

Le innovazioni tecnologiche possono essere utili, se usate in modo appropriato, ed andrebbero integrate nel programma di apprendimento, ma il loro abuso può comportare un terribile isolamento. La mancanza di spazi di organizzazione comunitaria per i ragazzi poi può fare il resto: virtualmente connessi con chiunque ed in qualsiasi luogo, ma privi di mezzi di condivisione reale.

Nel corso del convegno si è inoltre insistito sulla necessità di rifondare il patto sociale implicito tra il contesto scolastico e quello familiare. In sostanza si tratta di impartire un’educazione su base univoca, evitando, ove possibile, contraddizioni. Il processo di apprendimento educativo inizia già all’interno del nucleo familiare e prosegue con il lavoro degli insegnanti.

Un sistema scolastico funzionale mette in gioco delle esperienze di lavoro organizzato con le famiglie, il cui risultato è un sostrato emotivo e culturale, costruito in modo da assicurare una base su cui poter strutturare al meglio le competenze. Su questo l’Italia non è all’altezza di altre nazioni dove questo allineamento di competenze è stato già assimilato. Il sistema scolastico italiano detiene comunque altri primati: secondo l’indice Istat, vi si investono circa 4 miliardi e mezzo l’anno per integrare situazioni di disabilità nella scuola ordinaria. Nell’ultimo decennio l’Italia ha inoltre integrato 850 mila bambini da oltre 100 Paesi di tutto il mondo.

Si è parlato infine, coerentemente a quelle che erano le aspettative, anche del piano governativo “La Buona Scuola”. Secondo Rossi Doria uno strumento povero che procede a rilento, incontrando resistenze non costruttive: «Le critiche giuste sono quelle inerenti ad un altro aspetto: quello della didattica e dell’organizzazione, ma questo aspetto non è stato ridiscusso».


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