Mancini – Sarri, il marchio infame dell’omofobo e il terzo tempo

Molti hanno visto nella reazione di Mancini una mancanza di testosterone buono, quello che spinge naturalmente a chiedere spiegazioni o conto degli insulti ricevuti.

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di Francesco Paciello

La letteratura, anche colta, ha sempre sottolineato, con giusta  antipatia e disprezzo, la pratica viscida del “lo dico alla maestra” ritenuta un’arma subdola e pericolosa in mano a chi non ha il “temperamento” per risolvere in prima persona e a quattr’occhi una disputa o chiedere conto di un’offesa o di un torto.

Nelle competizioni agonistiche lo spirito combattivo e la reazione nervosa spesso non si coniugano in equilibrio tra loro e chi non ha mai praticato sport  non comprende  perché  sia tanto frequente che la carica psicologica e nervosa si sfoghi spesso nell’invettiva e nella rivalsa fisica.

Sono, ad esempio, caratteristiche  proprie del rugby, dove si sublimano gli aspetti forti del contatto fisico e verbale e di conseguenza,  nel sentire generico, lo si annovera  come pratica sportiva confusa e violenta: niente di più sbagliato.

Nel rugby, come nel calcio, la pallanuoto e in genere in tutti gli sports di squadra, l’agonismo è sinonimo di qualità e di partecipazione. Quello che avviene in campo non ha nulla di personale; in fondo si simula una battaglia e come in battaglia vince che riesce a mettere nel giusto equilibrio strategia e forza di mezzi fisici e psicologici.

Tenuto conto dell’evidente  rudezza, il rugby ha sviluppato nel post gara il terzo tempo, un pratica etica non regolamentata che, fuori dal terreno di gioco, tende ad appianare i rancori e a spiegare gli insulti. Il risultato è che, alla fine delle ostilità agonistiche, si torna a casa molto più tranquilli e con la consapevolezza che tutto sia tornato in ordine.

Come spesso avviene la sottile linea di confine tra il torto e la ragione non basta a delimitare un’azione in ambiti precisi. Sono fortemente convinto che un’offesa forte e censurabile, fatta sul campo e quindi limitata all’invettiva agonistica, non debba essere brandita come arma letale, perché si rischia di passare inopinatamente  dalla ragione al torto e scivolare inevitabilmente nella condizione deplorevole del “lo dico alla maestra”.

Nel fatto di specie, a mio modesto avviso, Mancini ha tutte le ragioni per lamentarsi del torto e di reagire ma avrebbe dovuto farlo chiedendo spiegazioni a Sarri, nel terzo tempo, a fine gara. Accusare pubblicamente di razzismo un uomo sanguigno come Sarri, dalla profonda cultura operaia, che legge Bukowsky e che ama la letteratura sudamericana è quanto mai paradossale. Qualcuno spieghi a Mancini la differenza tra razzismo e omofobia; che essere omofobi è un atteggiamento sociale riconoscibile nei fatti, nulla a che vedere con un invettiva, sicuramente pesante ma fine a  se stessa e prodotto notevole di rabbia e agonismo sportivo.

Insomma se Sarri negli epiteti  verbali non è difendibile, Mancini non lo è da meno avendo brandito e affondato l’arma della “cazzimma” mediatica: complimenti, molto English.

«Amo i solitari, i diversi, quelli che non incontri mai. Quelli persi, andati, spiritati, fottuti. Quelli con l’anima in fiamme.» (Charles Bukowski da PensieriParole)


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