“La Madonna dei Mandarini”, il romanzo corale di Antonella Cilento

Il profumo dei mandarini a Natale, la Madonna e la carità: quando il volontariato diventa terzo settore. L’intervista ad Antonella Cilento

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di Francesca Mancini

Portici (NA) – Nell’ottocentesca Villa Savonarola,  lo scorso giovedì 12 novembre, si è svolto l’incontro d’autore con la scrittrice Antonella Cilento che ha presentato il suo ultimo romanzo “La Madonna dei Mandarini”, nell’ambito della rassegna letteraria “Ti presento un libro”, organizzata dal Comune di Portici, Assessorato alla Cultura.

L’evento è stato introdotto dall’assessore alla Cultura Raffaele Cuorvo e il dibattito moderato da Luca Manzo. La presentazione è stata arricchita dalla lettura di un passo del libro da parte dell’attore porticese Enzo Attanasio.

Con “La Madonna dei Mandarini” Antonella Cilento, finalista al Premio Strega per “Lisario o il piacere infinito delle donne” ambienta la sua storia nel quartiere napoletano del Vomero, dove opera  la discussa Associazione cattolica di Volontariato.

Il romanzo prende il titolo dall’omonima poesia di Ferdinando Russo  che ritrae una Madonna compassionevole mentre porta dei mandarini ad un angioletto ribelle messo in carcere da San Pietro: un primo indizio sull’autentico concetto di carità, che impregna con la sua melanconica assenza l’intero racconto.

Stilisticamente si può definire “La Madonna dei mandarini”, di recente pubblicato da NN editore, un breve romanzo corale che si snoda in tre atti, strettamente correlati e costruiti su di una narrazione che risente – pur mantenendo lo statuto di romanzo – della forza viva della scrittura teatrale.  Non a caso Antonella Cilento è autrice su committenza di testi teatrali realizzati ad hoc per grandi interpreti della scena napoletana.

Antonella_CilentoAntonella ha raccontato a Polis SA Magazine le origini della passione per quest’arte, di cui ben si individuano i tratti nel suo ultimo lavoro: «Il teatro fa parte sicuramente della mia formazione originaria e  risale al periodo dell’infanzia.  Per questo tutti i miei romanzi hanno un andamento costruito su scene visive e un funzionamento del dialogo che è fortemente influenzato dal teatro. L’attività di scrittura drammaturgica per il teatro è sempre andata avanti,  ma è legata a committenze, mentre la scrittura narrativa è un’autocommittenza, una forma di scrittura, però, sempre legata al teatro.»

Il romanzo inquadra e mette a fuoco con veemenza il profilo di una città – Napoli – le cui coordinate storiche e sociali, si ritrovano nel carattere dei personaggi contro cui in queste pagine ci s’imbatte. Dalla nonna del protagonista Statine che ha l’abitudine, radicata nella tradizione napoletana nel periodo natalizio, di gettare i mandarini nel fuoco per diffondere nell’aria un delicato odore fruttato, fino a don Cuccurullo, scaltro parroco di quartiere.

La storia vanta quindi il merito di immettere in una dimensione sociale ben delineata – l’autrice racconta senza mezzi termini la trasformazione della pratica di volontariato a scopo benefico a quella di un vero e proprio terzo settore –  un bestiario umano che pullula di contraddizioni e ipocrisie, pur sempre raccontato in chiave ironica e sorniona.

«Si ride molto in questa storia, alcune volte con cinismo e con amarezza, altre volte di vero e proprio gusto. Tutto quello che sembra serio e triste, in realtà ha dei risvolti comici. È un racconto teatrale e comico, nonostante si parli di persone che, per cercare di sfuggire alle logiche del potere, compiono scelte difficili.»

La pratica dell’associazionismo ben poco disinteressato si scontra con situazioni di disabilità grave in nuclei familiari lasciati a se stessi, dopo il circoscritto supporto sociale fornito dalla scuola dell’obbligo. È il caso di Vittorio, in perenne stato semi-vegetativo. Ma la disabilità – la menomazione – investe in senso lato tutti i membri dell’Associazione: «Anche coloro i quali dovrebbero aiutare gli altri sono vittime della loro stessa incapacità, sono dei vinti», ha chiarito l’autrice.

La storia è intrisa tra l’altro di elementi che si rifanno a tradizioni folkloriche e religiose, come la devozione alla Madonna e ai Santi  e alle immagini iconografiche che ne rappresentano le effigi, che ben descrivono la genesi e la storia della Napoli sacra.

Proprio a tal proposito l’utilizzo del dialetto napoletano – vivacissimo nei dialoghi – è quanto mai funzionale per rappresentare, con verosimiglianza, il profilo sociolinguistico del capoluogo campano, fonte d’ispirazione costante.

La Cilento è infatti attualmente impegnata in un progetto laboratoriale presso la Scuola di scrittura creativa, nella quale insegna in collaborazione con la Fondazione Banco di Napoli in via Tribunali: un ciclo di otto stage finalizzati all’apprendimento delle tecniche di stesura di un racconto o romanzo storico che attinge dai documenti conservati nell’Archivio Bancario.


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